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Il 5 maggio

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Quando il 16 Giugno 1821 giungeva a Milano la notizia della morte di Napoleone, avvenuta il 5 Maggio precedente nell'esilio di Sant'Elena, Manzoni ne rimase profondamente commosso.

 

{mosgoogle}Manzoni in solo tre giorni compose l'ode il 5 Maggio in un impeto di profonda pietà verso quell'uomo che aveva segnato il destino del mondo. Lo scrittore non era stato un estimatore di Napoleone Bonaparte, eppure la notizia della sua morte lo aveva colpito poiché dall'alto della sua visione cattolica, egli concepì come un uomo dall'enorme personalità come Napoleone si era dovuto piegare alla mano di Dio, che dall'altro determina e guida ogni uomo, anche il più grande verso un destino ineluttabile. Ora che Napoleone giace morto come un comune mortale ed il silenzio e le tenebre lo avvolgono, Manzoni coglie il misterioso disegno di Dio che inviando sulla Terra una così alta personalità, ha voluto lasciare un suo segno. Già l'inizio dell'ode “Ei fu.”, esprime con perentoria efficacia, il senso della morte di un personaggio di tale portata storica che per indicarlo non occorre neppure il nome proprio. Lo scrittore non formula giudizi sulla natura storica del personaggio e lascia ai posteri il giudizio sull'uomo, quello che a lui interessa è come il destino del grande condottiero sia stato caratterizzato da momenti di esaltazione e momenti di depressione “Cadde, risorse e giacque”, secondo un disegno che la provvidenza divina aveva tracciato per lui. Il ruolo della provvidenza divina è il filo conduttore dell'ode e costituisce l'elemento essenziale della tematica manzoniana che troverà la sua massima vetta nei Promessi Sposi, dove il disegno di tutti i protagonisti è segnato dalla provvidenza divina.

Dal punto di vista semantico, l'ode si sviluppò su piani diversi ma connessi tra loro e in qualche modo contrapposti. Dopo l'introduzione, segue con alternanza tra momenti di forti concitazioni e parte riflessive, la storia dell'uomo fino al verso 55, dove vengono messe in evidenza le sue grandi doti di condottiero e di guerriero combattivo, ponendo in risalto come la gloria terrena avesse raggiunto con Napoleone nella sua massima dimensione umana.

L'uomo che aveva conosciuto le esperienze più esaltanti, che aveva segnato il destino del mondo “Dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno” appare nella sua forma umana, inerme difronte alla provvidenza divina ed ora egli non è altro che un naufrago in preda alla solitudine e allo sgomento, alla cui mente ritornano le immagini epiche e ormai lontane delle sue gesta e del suo potere. Dio è ormai vicino al grande condottiero, egli non è nient'altro che un figlio ritrovato verso la speranza e la salvezza, dove la gloria terrena non ha più senso né valore alcuno “il Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola sulla deserta coltrice accanto a lui posò”.

Lo stacco fra Napoleone vittorioso, acclamato dai popoli e “Dio in terra” e il Napoleone affranto, distrutto e prigioniero è netto.

Il 5 Maggio è un'opera di grande valore poetico poiché Napoleone è visto per la prima volta come un uomo normale, soggetto anch'egli al destino di tutti gli uomini ed il Manzoni scrivendo l'opera alla morte del grande condottiero, si dimostra oltre che grande poeta, uomo che non esalta la figura al momento della gloria, ma piange al momento della morte e lo esalta pur non condividendo la sua azione politica militare, ma ammirando incondizionatamente il suo grande talento.

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