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Contesto storico-culturale di Ludovico Ariosto

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Ariosto e la corte di Ferrara

{mosgoogle}L’immagine che si ha del poeta rinascimentale, al servizio dei grandi signori delle varie corti italiane ed europee, è spesso fuorviante, poiché quando si descrive la vita del poeta a corte, si fa spesso riferimento ai grandi poeti, come ad esempio Dante, il quale nel suo girovagare attraverso le varie corti italiane, non è mai stato sminuito nella sua grandezza di poeta e uomo di cultura. I signori della corte spesso ci appaiono come nobili figure che godono dei versi e delle rime dei loro poeti. La realtà tuttavia era abbastanza diversa rispetto a questa visione idilliaca. Ariosto ad esempio non godette di grandi privilegi o favori nella sua vita di cortigiano presso Ippolito d’Este a Ferrara, e i suoi rapporti con il potente signore non ha nulla di romantico, di dignitoso o di nobile, anzi, è un rapporto subalterno, fatto di servilismo ed umiliazioni. Essere uomo di corte per un letterato, significava in primo luogo avere un mezzo per “sbarcare il lunario”, ossia era il mezzo più semplice per guadagnare denaro, ma i servizi che si dovevano rendere al padrone, raramente si limitavano al semplice “poetare”. Spesso essere poeta di corte poteva significava aiutare il signore a versargli da bere, a vestirlo, a ricercare per lui volumi rari da leggere e ogni tanto a dilettarlo con qualche rima. Tutto questo era quello che toccava all’Ariosto nella sua vita di corte presso Ippolito d’Este di Ferrara.

L’Ariosto non ebbe molta fortuna nel dover vivere accanto ad un uomo, quale appunto Ippolito d’Este, che a dispetto della condizione ecclesiastica, era personaggio piuttosto inquieto. Dedito a qualunque tipo di piacere terreno, pare che da giovane scorazzasse per Ferrara, in compagnia di amici, armati fino ai denti, al solo scopo di spaventare i passanti e fare un po’ di cagnara. Tra i vari difetti del cardinale c’è ne era uno che per l’Ariosto era molto sgradevole : il salario non veniva pagato regolarmente, per cui il povero poeta era costretto a “stringere la cinghia” per sopravvivere alla corte di un padrone così taccagno. Come se non bastasse, la vita di corte imponeva ai cortigiani, e a maggior ragione a chi si dedicava all’arte poetica di essere ben vestiti, non essere trasandati , ed apparire sempre felici e contenti con il proprio “datore di lavoro”, insomma se anche Ariosto doveva sopportare spesso il ritardo del pagamento, non poteva manifestare nessun malcontento e suo malgrado era costretto a fare “buon viso a cattivo gioco”. Essere al servizio del cardinale comportava per Ariosto molti sacrifici. Il cardinale amava circondarsi di cortigiani chini al suo volere, e la competizione dei vari cortigiani per attirare l’attenzione del loro signore era spietata e senza scrupoli, poiché essere nelle grazie del signore significava godere di molti privilegi. Ariosto faceva parte di questo sistema, ma il disincanto con cui era solito guardare le faccende del mondo lo portò a interrogarsi seriamente sulle storture dell’ambiente cortigiano.

C’è da sottolineare che non tutte le corti erano caratterizzate dalla intemperanza e dalla litigiosità di quella di Ferrara. Come detto il cardinale era tutt’altro che mansueto e i suoi rapporti sia con le altre corti che con i nemici interni erano abbastanza tesi e violenti. Egli non esitava ad azioni crudeli e tragiche, ed infatti fu il protagonista di quella vicenda nota come “congiura di Giulio d’Este” che si concluse tra il sangue e con violenze inenarrabili. L’Ariosto suo malgrado si trovava a dover vivere in questo clima di congiure e delitti, anzi il suo ruolo era importante, poiché egli  non si limitava a comporre rime, ma svolgeva un’intensa azione diplomatica per conto del suo padrone, e spesso si recava a Roma presso il papa Giulio II, il quale in quanto a carattere violento non era da meno del cardinale. Giulio II era un tipo irritabile e prepotente, coinvolto in faccende politiche e militare che ne facevano un autentico sovrano: l’incarnazione più manifesta del potere temporale della chiesa. Un giorno Ludovico fu costretto a fuggire precipitosamente da Roma, poiché aveva urtato la suscettibilità del papa, e questi diede ordine alle guardie di buttarlo nel Tevere. Ci volle l’intervento di Ippolito per farlo perdonare e salvargli la vita. Certo c’è da riflettere sul destino di Ludovico Ariosto, egli uomo di lettere e spirito pacifico, costretto a vivere tra le armi e gli intrighi di corte.

La cultura umanistica rinascimentale

L’umanesimo aveva posto l’uomo al centro della realtà. Le oscure e misteriose forze soprannaturali che condizionavano la vita dell’uomo medievale, aveva lasciato spazio nel corso dell’umanesimo, alla rivalutazione dell’essere umano, come entità capace di vita autonoma e dignitosa e non come semplice strumento nelle mani di un Dio misterioso e vendicativo. Il rinascimento è la continuazione e l’allargamento della cultura elaborata durante l’umanesimo. L’orlando Furioso dell’Ariosto incarna alla perfezione lo spirito dell’uomo rinascimentale. In esso le invenzioni, la fantasie e l’idealizzazione dell’uomo, sottolineano lo spirito rinascimentale, in cui l’uomo è protagonista e non semplice strumento e burattino nelle mani di oscure forze. L’uomo come elemento centrale della vita sociale e civile, e non solo come essere capace con la sua fantasia di creare mondi e situazioni immaginifiche, costituiscono il pilastro della società rinascimentale. Non dobbiamo dimenticare che questo è il periodo in cui Macchiavelli e Guicciardini, alle corti di signori “illuminati” sviluppano sistemi di pensieri e teorie politiche che condizioneranno pesantemente il pensiero occidentale nei secoli successivi. E’ l’epoca il cui lo spirito creativo in tutti campi, dalla pittura alla scultura, dall’architettura alla letteratura, raggiunge vette elevatissime. E’ l’epoca che con le sue scoperte e le sue invenzioni, prepara il terreno a quello che tra poco più di un secolo darà inizio, con Galileo alla scienza moderna.

Il neoplatonismo

Il rinascimento come si è detto è la continuazione e la maturazione dell’Umanesimo, e quindi anch’esso ha come punto di riferimento e modello di spiritualità il mondo classico. Della classicità il rinascimento riprende la concezione della centralità dell’uomo nella vita, e il senso dell’equilibrio e dell’armonia che caratterizza le opere dell’uomo a contatto con la natura. C’è una ripresa dei modelli letterari dell’antichità, ma, questo amore per il classico non è un atteggiamento passivo, fatto di pura e semplice imitazione, ma una nuova e rielaborata concezione dei modelli classici tanto che si parla di imitazione dell’originale. C’è un grosso tentativo di far rivivere nel l’epoca rinascimentale tutti i generi letterari del mondo classico, e tra questi chi domina la scena e l’influsso platonico con la tendenza quindi a discutere di problemi  ideali: ne sono espressione più alta le discussioni sull’amore platonico. Petrarca è l’interprete principale di questo modo di atteggiarsi di fronte alla vita, e il ritorno a Platone è un ritorno all’idealità, alla speculazione filosofica e ad una diversa funzione della creazione artistica. L’opera letteraria non viene più vista come un semplice diletto artistico per chi la compone, ma essa assume un fine pedagogico e morale, che deve servire come strumento che indichi all’uomo la via da seguire per migliorare la propria esistenza.

Rapporto intellettuali-corte

Il ruolo degli intellettuali in ogni epoca storica è stato fondamentale per lo sviluppo di società democratica. Come in ogni epoca, anche il quella risorgimentale l’intellettuale aveva un suo ruolo bene definito. Abbiamo accennato al ruolo del l’Ariosto nella corte ferrarese e abbiamo sottolineato come l’intellettuale dovesse sottostare alle direttive del signore senza dover opporre alcuna obiezione, pena il “licenziamento” e quindi il rischio di perdere uno stipendio che consentiva all’intellettuale di vivere. Durante il periodo dell’umanesimo gli intellettuali si riunivano in accademia umanistiche dove si poteva dialogare tranquillamente e dove erano ammesse idee diverse, anzi queste idee venivano discusse ed il confronto democratico tra i diversi punti di vista era l’elemento essenziale di queste accademia. Il quattrocento aveva visto il fiorire delle signorie nelle quali le varie famiglie al potere avevano fatto di tutto per incentivare la produzione artistica, filosofica e letteraria. Tipico esempio di signoria illuminata era quella di Lorenzo il Magnifico a Firenze. Tuttavia già in questo periodo, la libera produzione artistica era limitata. Non si poteva andare contro i voleri del signore, poiché non si poteva dispiacere a chi mostrava tanta generosità nei confronti dell’artista. Tale fenomeno venne ad accentuarsi nel cinquecento, quando nacque il fenomeno del Principato. In questo caso il Principe era sorretto dal Papa o dall’imperatore, che ne garantivano l’autonomia, a patto che ogni attività che si svolgeva nell’ambito del principato, non contrastasse i voleri del papato o dell’imperatore. E’ chiaro che in un contesto simile l’artista non poteva che esprimersi a favore del signore, poiché ogni attività contraria veniva punita e impedita di esprimersi. Con il principato quindi si ha un’involuzione del sistema democratico dell’umanesimo e l’intellettuale di corte rimane imbrigliato dentro la rete padronale senza alcuna possibilità di esprimere dissenso e confutare opinioni non gradite al signore. Essendo quindi il principato prettamente verticistico e assolutistico, chi deteneva il potere non poteva permettere che chi aveva in mano la cultura gli si opponesse.

C’è poco da stupirsi di fronte a questo sistema. La storia ci ha insegnato che spesso gli intellettuali sono stati al servizio del potere. Durante l’antica Roma chiunque scrivesse o dicesse cose contrario all’imperatore rischiava la pelle, per non dire dei totalitarismi, dove o l’intellettuale si piegava al dittatore o l’esilio e la morte erano garantiti.

Il sistema dei rapporti tra il cortigiano e il signore è sintetizzato perfettamente dall’opera il Cortigiano  del Castiglione, dove viene descritto nei dettagli quali doveri e quali obblighi dovevano avere gli intellettuali al servizio del signore. Essi dipendevano economicamente e materialmente da questi e gli spazi di autonomia intellettuale non esistevano, chi esprimeva dissenso o peggio critiche, era costretto, nella migliore delle ipotesi a cercarsi un altro padrone, sempre se la critica fosse mite, poiché altrimenti il rischio di perdere la vita era tutt’altro che remoto.

Ultimo aggiornamento Domenica 25 Ottobre 2009 10:20

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