L'anima che Dante incontra in questo girone è quella di Ugo Capeto, capostipite della dinastia dei Capetingi. L'atto di accusa che Ugo Capeto rivolge ai suoi discendenti è veemente e non risparmia nessuno. Egli con ardore rievoca tutte le malefatte dei re di Francia e spera che un giorno, la giustizia divina, faccia loro pagare tutti i peccati commessi con le loro ingiustizie.
34"O anima che tanto ben favelle,
dimmi chi fosti", dissi "e perchè sola
tu queste degne lode rinovelle.
37Non fia sanza mercè la tua parola
s'io ritorni a compier lo cammin corto
di quella vita ch'al termine vola"
Dante vuole sapere il nome dell'anima che con tanto ardore riferisce episodi degni di virtù, inoltre, stavolta Dante gioca d'anticipo sull'anima,è lui infatti ad offrirsi di fargli qualche favore quando sarà ritornato sulla terra. Abbiamo visto che spesso le anime (specie quelle dell'antipurgatorio) chiedono al Dante di riferire ai loro cari viventim di fare qualche preghiera o di comunicare qualche notiziam stavolta il poeta non vuole attendere la richiesta dell'anima e si rivolge a lui promettendolo di citare il suo nome a chi lui desidera, una volta ritornato in terra.
40Ed elli:"Io ti dirò, non per conforto
ch'io attenda di là, ma perchè tanta
grazia in te luce prima che sie morto.
Chi parla è Ugo Capeto, morto nel 956. Sono ormai passati tanti anni dalla sua morte e l'anima non si aspetta che qualcuno si ricordi di lui sulla terra, pertanto egli non è attratto dalle parole di Dante, la sua promessa di comunicare sue notizie in terra, non lo riguarda. Tuttavia, egli è disponibile a dialogare con il poeta, lo fa solo perchè ha scorto nel poeta una luce di grazia per mezzo della quale egli può camminare nel Purgatorio pur essendo ancora vivo.
43Io fui radice de la mala pianta
che la terra cristiana tutta aduggia,
si che buon frutto rado se ne schianta.
Inizia la lunga relazione di Ugo Capeto, capostipite della dinastia dei capetingi. Da lui, è nata una dannosa discendenza in cui raramente si è potuto salvare qualcuno, quindi la sua è una pianta nociva che ha dato solo cattivi frutti.
46Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
potesser, tosto ne saria vendetta;
e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
Ugo Capeto si attribuisce tutte le malefatte che i suoi eredi hanno combinato sulla terra. In questo caso osserviamo come Dante dia per scontato che l'anima che si purga abbia potuto vedere i fatto successivi alla sua morte. In pratica Dante li rammenta come se questi fatti dovessero accadere e non siano invece accaduti. Nel caso specifico, si riferisce alla conquista delle città della Fiandra da parte di Filippo il Bello nel 1297, e del tradimento da lui perpetuato contro il conte di Fiandra, il quale arresosi con la promessa d'esser lasciato libero, fu invece condotto in prigione a Parigi insieme ai suoi figli. Delle quali azioni fecero vendetta assai presto le città fiammimghe, dapprima con la feroce rivolta di Bruges, e poi infliggendo all'esercito francese a Coutrai, una sanguinosa disfatta.
49Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
di me son nati i Filippi e i Luigi,
per cui novellamente è Francia retta.
Ugo Capeto inizia a raccontare la sua biografia, Ciappetta era la normale trascrizione italiana dal francese Chapet. I primi re di Francia furono detti Capetingi, dall'uso antico di vestire, quali abiti laici, la cappa (chapet) di S. Martino di Tours, da cui la parola "cappella" (il luogo dove si venerava). Ugo Capeto diede il nome alla famiglia, che tenne per secoli il regno di Francia. Accenna ai suoi discendenti i Filippi, i Luigi.
52Figliuol fù io d'un beccaio di Parigi:
quando li regi antichi venner meno
tutti, fuor ch'un renduto in panni bigi,
55trova'mi stretto ne le mani il freno
del governo del regno, e tanta possa
di nuovo acquisto, e si d'amici pieno,
58ch'a la corona vedova promossa
la testa di mio figlio fu, dal quale
cominciar di costor le sacrate ossa.
La storia di Ugo Capeto per come Dante la racconta è un misto tra leggende e fatti reali. In realtà la stirpe dei capetingi che Ugo fa risalire a se stesso, ebbe già origine con il padre di Ugo, Ugo il Grande, che era duca di Francia e conte di Parigi, uno dei maggiori vassalli dell'impero. Ugo Capeto afferma di essere figlio di un beccaio ossia di un mercante di buoi, e che alla morte dell'ultimo re carolingio divenne re. La leggenda narra che Ugo avesse fatto rinchiudere in un chiostro l'ultimo re dei carolingi: Carlo di Lorena, per dare la corona al proprio figlio. Ugo Capeto insomma si ritrova tra le mani le redini del regno, e un'enorme potenza derivante dalle ricchezze acquisite, e la corona vacante del regno viene offerta al figlio, per cui inizia la dinastia dei capetingi. La corona del regno vine quindi assegnata al figlio di Ugo, Roberto con una cerimonia che ne consacrava l'incoronazione presso l'arcivescovo di Reims.
61Mentre che la gran dote provenzale
al sangue mio non tolse la vergogna,
poco valea, ma pur non facea male.
64Lì cominciò con forza e con menzogna
la sua rapina; e poscia, per ammenda,
Ponti e Normandia prese e Guascogna.
Da quel momento iniziarono le sanguinose azioni della stirpe dei Capetingi. All'inizio, il matrimonio con Beatrice (figlia di Raimondo IV Berlinghieri, conte di Provenza, e Carlo I d'Angiò) portò una gran dote alla famiglia, successivamente iniziarono le conquiste fatte col sangue e con l'odio. Ugo Capeto inizia l'elencazione delle rapine, delle violenze, delle usurpazioni. Filippo il Bello, nel 1294 tolse al re d'Inghilterra i feudi che aveva come vassallo della corona francese: il Ponthieu, la Guascogna e la Normandia. La menzogna a cui si riferisce Ugo capeto consistette nel non rispettare i patti intercorsi con Edoardo I, per cui Filippo il Bello, ottenuto di occupare per sei settimane quelle terre, vi restò per sempre.
67Carlo venne in Italia e, per ammenda,
vittima fè Curradino; e poi
ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
Ugo Capeto continua con il racconto della sua famiglia, e narra di quanto nel 1265, Carlo d'Angiò giunse in Italia per conquistare il regno di Napoli e della Sicilia. Riferisce della decapitazione, sulla piazza del mercato a Napoli, di Corradino di Svevia, e della fine di S. Tommaso d'Aquino, morto nell'abbazia di Fossanova nel 1274, mentre era in viaggio per recarsi al concilio di Lione, avvelenato, secondo una diffusa leggenda, da un medico inviato da Carlo d'Angiò, nel timore che il dottore parlasse contro di lui nell'assemblea conciliare. Notare che Dante riferisce "ripinse al ciel Tommaso", intende dire che l'anima di San Tommaso ritornò al cielo da dove era venita, anche se appare evidente che non erano queste le intenzioni del suo uccisore. In pratica con l'omicidio di San Tommaso Carlo d'Angiò non solo si macchiò di un delitto, ma fece uccidere un uomo che era santo. Altro termine che compare nella terzina per due volte è la parola "ammenda", come se Dante volesse dire che Carlo d'Angiò per riparare un torto fece uccidere San Tommaso. E' evidente l'ironia e il sarcamo usato da Dante, il quale vuole ironicamente sottolineare che quasi quasi per carlo d'Angiò era un obbligo commettere l'omicidio, doveva in pratica rimediare a un qualcosa di non fatto.
70Tempo vegg'io, non molto dopo ancoi,
che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
per far conoscer meglio e sè e suoi.
Ugo Capeto predice adesso il futuro e narra di eventi che accadranno nel 1301, quando un altro Carlo, il fratello di Filippo il Bello, Carlo di Valòis, venne in Italia per fare apprezzare meglio la malvagità propria e quella della dinastia.
73Sanz'arme n'esce e solo con la lancia
con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
sì, ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
76Quindi non terra, ma peccato e onta
guadagnerà, per sè tanto più grave,
quanto più lieve simil danno conta.
Prosegue la carrellata dei malvagi eredi di Ugo Capeto, il quale fa riferimento a Carlo di Valois, che entrò a Firenze con l'inganno. Egli non fece apparie le sue idee bellicose e con l'arma di Giuda, cioè con il tradimento, riuscì a penetrare nella cittadina toscana. Che Dante ce l'abbia a morte con Carlo di Valios è cosa del tutto naturale, poichè alla sua discesa a Firenze si deve poi l'esilio del poeta. Carlo di Valois entrò in Firenze il 4 novembre 1301, nominato da Bonifacio VIII paciere in Toscana, egli ottenne pieni potere nella città e quando andò via, delegò tutto il suo potere a Corso Donato, della fazione dei Neri. Corso Donato fece eleggere podestà di Firenze Cante dei Gabrieli da Gubbio, il quale segnò la condanna dei Bianchi.
Dante deride l'impresa di Carlo di Valòis, il qual fu nominato non a caso "senza terra", infatti dall'impresa fiorentina il francese non otterrà nessun regno, ma solo colpa e vergogna avanti agli uomini, tanto più dannose, di fronte a Dio il quale le considera, nella sua vanità, cose da nulla. Carlo di Valois, che invano aveva aspirato ad un reame di Aragona, di Sicilia, e addirittura all'impero d'Oriente, è vituperato come uno stolto incapace, abile nel tradire.
79L'altro, che già uscì preso di nave,
veggio vender sua figlia e patteggiarne
come fanno i corsar de l'altre schiave.
82O avarizia, che puoi tu più farne,
poscia c'ha 'l mio sangue a te sì tratto,
che non si cura de la propria carne?
Prosegue la rassegna delle nefandezze che Ugo Capeto imputa ai suoi indegni discendenti. Stavolta è quella di Carlo II, figlio di Carlo I d'Angiò, detto il "ciotto" (zoppo). Le vicende a cui si riferisce Ugo Capeto, riguardano la battaglia navale nelle acque di Napoli il 5 giugno 1284, allorquando Carlo II venne sconfitto dall'esercito siculo-catalano, comandato dall'ammiraglio Ruggero di Lauria, e fatto prigioniero. Sembra che Carlo d'Angiò, saputa la notizia del figlio prigioniero, esclamasse:"Nulla perde, chi perde un pazzo". Liberato nel 1305, Carlo II diede la figlia Beatrice in moglie ad Azzo VII d'Este, chiedendo una forte somma di denaro, come prezzo di mercato, la figlia, simile non a un re, ma a un corsaro, che pone in vendita le schiave.
Questo gesto di Carlo II, quello di vendere la figlia, è ritenuto da Ugo Capeto l'estremo limite dell'avarizia, della cupidigia, che considera i figli come merce di scambio contro le stessi leggi della natura.
85Perchè men paia il mal futuro e 'l fatto,
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto.
Tra le nefandezze compiute dai suoi discendenti, Ugo Capeto narra ora quello del famoso "schiaffo di Anagni". La bandiera francese, con i gigli, entra in Anagni per catturare Bonifacio VIII. Filippo il Bello mandò Guglielmo di Nogareth e Sciarra Colonna, che mossero da Staggia presso Siena con 600 cavalieri e 1500 soldati, per imprigionare il pontefice, il quale aveva preparato, ma non ancora promulgato, la grande bolla di scomunica del sovrano, che scioglieva i sudditi dal giuramento di fedeltà. L'episodio avvenne il 7 settembre 1303, il papa fu maltrattato, ma la popolazione insorse la mattina del 9 e costrinse l'esercito francese alla fuga.
88Veggiolo un'altra volta esser deriso;
veggio rinovellar l'aceto e il fiele,
e tra vivi ladroni esser anciso.
Dante alza il tono della polemica contro gli scherani di Filippo il Bello e paragona l'oltraggio subito da papa Bonifacio VIII a una nuova passione di Cristo. Il papa, fiero ed orgoglioso, vestito con i paramenti sacri, aspettava con dignità che gli invasori lo oltraggiassero, e subita la sua umilizione venne riscattato poi dalla ribellione della popolazione. La scena dell'oltraggio di Anagni fa pensare al poeta, per bocca di Ugo capeto, al Cristo deriso, alla tortura del Golgota e all'arsura, a cui risposero i soldati, con la spugna imbevuta di fiele e di aceto; alla crocifissione tra i ladroni, ma questi nuovi ladri (Sciarra Colonna e Guglielmo di Nogareth) erano vivi, onorati dal re di Francia.
93Veggio il novo Pilato si crudele,
che ciò nol sazia, ma sazia decreto
portar nel Tempio le cupide vele.
Filippo il Bello viene paragonato ad un nuovo Pilato, in quanto consegnò il papa nelle mani dei Colonna, come Pilato aveva consegnato Gesù in balia dei suoi nemici, poi ipocritamente s'affrettò a respingere ogni personale responsabilità riguardo all'oltraggio subito dal pontefice.
In tutta questa arringa, che Dante fa pronunciare a Ugo Capeto, una cosa non mi torna. E' ben noto che il poeta non amava affatto l'autorità papale, che giudicava corrotta ed avida, in particolare i suoi rapporti con Bonifacio VIII erano tutt'altro che idilliaci. Bonifacio VIII fu causa dell'esilio di Dante e già all'epoca dei fatti di Anagni, Dante non nutriva alcun amore verso questo pontefice che giudicava avido e corrotto. Perchè Dante allora lo difende a spada tratta, paragonando il suo affronto addirittura alla passione di Cristo?Evidentemente a parte il clamore che questa vicenda doveva aver suscitato presso tutti, il ruolo del pontefice, quale vicario di Cristo, va al di là delle personale antipatie di Dante, pertanto difendendo Bonifacio VIII, Dante difende il realtà il suo ruolo, la sua missione.
Altro "capo d'accusa" contro Filippo il Bello è quello di avere esercitato arbitrariamente la sua cupidigia contro l'ordine dei Templari. Nel 1307 per impossessarsi delle enormi ricchezze accumulate dall'ordine, Filippo il Bello, accusò i Templari d'eresia, li fece arrestare, e molti ne mandò a morte, dopo aver confiscato i loro beni. Il suo modo di fare, viene paragonato da Dante a quella di un assalto piratesco.
94O Segnor mio, quando sarò io lieto
a veder la vendetta che, nascosa,
fa dolce l'ira nel tuo secreto?
Ugo Capeto chiede che si adempi la giustizia divina, che si rivela tanto nel premiare che nel punire, perchè solo in tal modo si può ristabilire la verità sugli avvenimenti umani. Questo desiderio non va confuso con la legge del taglione del Vecchio Testamento. La legge del taglione era stata abrogata da Gesù con il discorso della montagna, nel quale si annunciava che il male si vince con il bene.