Guido del Duca lode la famiglie che non avendo figli, non hanno una discendenza corrotta, mentre biasima chi cerca di avere eredi maschi, poiché questi non potranno che essere corrotti e viziosi. Mentre i due poeti camminano lungo la loro strada, una voce possente li scuote, ed odono esempi di invidia punita.
Bertinoro (dal latino Bretenorium) è una bella cittadina di oltre 10.000 abitanti posta quasi al centro della Romagna, sui monti sopra Forlì. Il nostro caro Guido del Duca vi trascorse lunghi periodi della sua vita, probabilmente assieme con Arrigo Mainardi e con Guido Carpigna, i gentiluomini che ha appena citato. Ora dal momento che l’intera Romagna è diventata un covo di vipere e soprattutto il suo luogo natio non è più abitato da quei nobili cavalieri del suo tempo , a giudizio di Guido del Duca, il paese dovrebbe scomparire, dovrebbe dileguarsi, poiché non essendoci più le loro riverite persone quelli che vi abitano non sono più degne di starci. Come se dicesse:”Potesse venire un gran terremoto e far scomparire Bretinoro!”. E’ mai possibile che un’anima che deve purgarsi dei suoi peccati possa avere tanta rabbia e tanto rancore in corpo da augurare al suo paese natio la morte? Dovrei ripetere il discorso fatto su Sapia. Anime! Siete in purgatorio! Morte!, defunte!, Lasciate stare i piccoli problemi del mondo! E poi siate più magnanimi,  perdonate!. Sentiamo cosa dice su Bretinoro Guido del Duca:” O Bretinoro perché non scompari, (poiché si è spenta l’antica casata dei Conti di Bretinoro, forse i Mainardi, e molta altra gente), così eviti di corromperti?”

 

112O Bretinoro, chè non fuggi via,

poi che gita se n’è la tua famiglia

e molta gente per non esser ria ?

 

Ora Guido del Duca raggiunge l’acme della sua invettiva. Si erige a giudice supremo (altro che Dio!) e condanna le famiglie che fanno figli, mentre lode le famiglia che figli non ne fanno. Quindi W la famiglia dei conti Malvicini di Bagnocavallo, cittadina posta tra Lugo e Ravenna. Questa famiglia non ha più figli maschi ed è ridotta con solo tre donne, e questo per Guido del Duca va più che bene, così si evita di dare una discendenza a questi signori, in quanto gli eredi, non potranno che essere corrotti e viziosi dal momento che in quei luoghi come ha ripetutamente detto Guido del Duca o si è serpenti o si crepa. Di conseguenza male fanno i conti che vivono a Castrocaro e nella valle de Conio, perché cercano di perpetuare la razza in parentele con la discendenza maschile. In conclusione la sintesi del discorso di Guido è: razze della Romagna estinguetevi perché se mettete al mondo figli questi saranno corrotti e viziosi!

 

115Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;

e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,

che di figliar tai conti più s’impiglia.

 

Se la terzina precedente era più o meno decifrabile, quella seguente è veramente incomprensibile. Prego leggere attentamente.

 

118Ben faranno i Pagan, da che ‘l demonio

Loro sen girà; ma non però che puro

già mai rimagna d’essi testimonio.

 

Partiamo dal presupposto che nessuno sa chi siano questi “Pagan”, e che “demonio” non voglia dire diavolo. E’ chiaro che il nodo può essere sbrogliato solo conoscendo la parola “Pagan”. I Pagan erano i signori di Faenza e il demonio era un loro figlio, precisamente Maghinardo Pagani da Susinana, signore di Imola e di Faenza. Questo nobiluomo grazie all’appoggio di Firenze  riuscì a consolidare il proprio dominio nella Romagna. L’assenza di figli maschi e il rapido estinguersi dei rami collaterali della sua famiglia costrinsero Maghinardo a dividere fra le sue due uniche figlie femmine, Andrea e Francesca, il patrimonio e i domini territoriali ereditati dal padre e da lui stesso incrementati durante la propria signoria (Dante lo ricorderà anche nel XXVII canto dell’Inferno). A questo punto possiamo decifrare i versi suddetti: “E’ un bene che i signori di Faenza, i Pagani non “rifigliano”, dopo la morte del loro demonio, appunto Maghinardo, tuttavia su di loro rimarrà sempre qualche macchia di disonore.

Ancora un richiamo per Ugolin dè fantolin, guelfo di faenza, morto verso il 1278, signore dei castelli nella valle del Lamone e del Senio. I due suoi figli erano morti prima del 1300. Della sua discendenza rimasero due femmine così che il nome non poteva più essere macchiato per il tralignamento della sua stirpe.

 

121O Ugolin dè Fantolin, sicuro

È ‘l nome tuo, da che più non s’aspetta

Chi far lo possa, tralignando, scuro.

Stop!. Guido del Duca si è sfogato, ha detto quello che doveva dire ed ora rivolgendosi a Dante dice che  tutte queste sciagure lo rattristano al punto che gli viene da piangere ed è quindi meglio chiuderla qui.

“Sapevamo di essere sulla strada giusta” pensa Dante “poiché quelle care anime, pur non vedendo, tacitamente approvavano il nostro cammino. In caso contrario avrebbero parlato, mosse dallo spirito di carità”.

 

124Ma va via, Tòsco, omai; ch’or mi diletta

Troppo di piangere più che di parlare,

Sì m’ha nostra ragion la mente stretta”.

 

127Noi sapavam che quell’anime care

Ci sentivano andar; però, tacendo,

facean noi del cammin confidare.

 

I due poeti proseguono il loro cammino in questo secondo girone, quando d’un tratto odono una voce tremenda, potente, come lo scoppio di una folgore. Ora vi immaginate che mentre questi due poveretti, camminano in silenzio lungo la strada del Purgatorio, vengono di soprassalto scossi da questa terribile voce. Un richiamo così violento ed improvviso per poco non procura a Dante un colpo apoplettico, per Virgilio invece non ci sono problemi, lui è un’anima e come tale non può più morire. Ascoltiamo cosa dice la voce: “Anciderammi qualunque m’apprende”. Per comprendere queste parole bisogna rifarsi alla Bibbia e precisamente Genesi, IV,14, che tratta della cacciata di Caino da parte del Signore dopo l’uccisione di Abele: “Ecco, tu mi scacci oggi dalla faccia di questo suolo, e lungi dalla tua presenza io mi dovrò nascondere; io sarò ramingo e fuggiasco per la terra, per cui avverrà che chiunque mi troverà e mi ucciderà” (Giusto per completezza, il Signore rispose a Caino:”Non così! Chiunque uccida Caino sarà punito sette volte!”.

Appena la voce riferisce queste parole sparisce, come quando il tuono squarcia la nube. Si riteneva, sul piano scientifico del Medioevo, che il tuono fosse la conseguenza del vapore di fuoco, che si sprigiona dalle nuvole e quindi di breve durata.

 

130Poi fummo fatti soli procedendo,

folgore parve quando l’aere fende,

voce che giunse di contra dicendo:

 

 

133“Anciderammi qualunque m’apprende”;

e fuggì come tuon che si dilegua,

se subito la nuvola scoscende.

Finita la prima voce, i due poeti stanno in trepida attesa (questo Dante non lo dice, ma lo penso io) quando d’un tratto ecco un altro gran fracasso ed una nuova voce che dice “Io sono Aglauro che divenni sasso”, significa che la figlia di Cecrope, re d’Atene,  mossa da invidia, si oppose all’amore di Mercurio per Erse, sorella di lei, e fu mutata in sasso.” Dante allora si accosta, intimorito ancor più verso Virgilio.

 

136Come da lei l’udir nostro ebbe triegua,

ed ecco l’altra con sì gran fracasso,

che somigliò tornar che tosto segua:

 

 

139“Io sono Aglauro che divenni sasso”;

e allor, per restrignermi al poeta,

in destro feci, e non innanzi, il passo.

 

L’aria è ormai calma, la quiete è finalmente tornata in quel luogo, e Virgilio dice: “quelle voci che hai sentito dovrebbero essere il duro freno che dovrebbero tenere l’uomo entro i confini o limiti della virtù. Ma il demonio, nemico dell’uomo, per attrarlo al male, gli offre come esca i beni del mondo e quindi valgono a poco gli esempi di invidia punita che dovrebbero costituire il freno”.

 

142Già era l’aura d’ogne parte queta;

ed el mi disse: “Quel fu ‘l duro camo

che dovria l'uom tener dentro a sua meta

 

145Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo

De l’antico avversaro a sé vi tira;

e però poco val freno o richiamo.

Segue una terzina da 10 e lode

148Chiamavi ‘l cielo e ‘ntorno vi si gira,

mostrandovi le sue bellezze etterne,

e l’occhio vostro pur a terra mira;

 

Chiaro? “poveri fessi” ci dice Dante “il cielo vi sta sulla testa, la natura vi mostra le sue bellezze incredibili e voi avete gli occhi per terra, cioè andate guardare cose inutili e stupidi. Allora è giusto che Dio che tutto vede e giudica vi castiga”

 

151onde vi batte chi tutto discerne.”

 

 

Ecco Dante cosa ci dice nel Convivio III,22 : O ineffabile sapienza che così ordinasti, quanto è povera la nostra mente a te comprendere! E voi a cui utilidate e diletto io scrivo, in quanta cechitade vivete, non levando li occhi suso a queste cose, tenendoli fissi nel fango della vostra stoltezza!”