31chè dal principio suo, ov’è si pregno
l’alpestro monte ond’è tronco Peloro,
che ‘n pochi luoghi passa oltra quel segno,
34infin là ‘ve si rende per ristoro
di quel che ‘l ciel de la marina asciuga,
ond’hanno i fiumi ciò che va con loro,
La virtù è schivata da tutti Toscani (v. 37), dalla sorgente dell’Arno, dove l’Appennino (l’alpestro monte), da cui si staccò il monte Peloro (il capo Faro, in Sicilia), è così alto formando il massiccio di Falterona, che in pochi luoghi va oltre quell’altezza (v.31-33), fino alla foce, al punto in cui il fiume si getta nel mare per compensarlo di quelle acque evaporate per calore del sole, che poi ritornano in pioggia e alimentano i fiumi (vv. 34-36). Il poeta considera la catena montuosa, il mare, l’evaporazione, le nubi , le piogge, enuncia ed ammira,nella vita quotidiana della natura, il ciclo di un movimento incessante, e abbraccia con la mente la regione Toscana, desolata di non trovarvi un angolo di cittadini onesti.
infin là = fino alla foce, dove il fiume si rende, restituisce al mare le sue acque, per ristorarlo di quelle che il sole col suo calore gli sottrae facendolo evaporare e delle quali, mutate in nevi e pioggia, anche l’Arno, come ogni altro fiume ha alimentato il suo corso. Il senso è dunque semplicemente “dalla sorgente alla foce”.
L’anima prosegue la sua arringa contro le persone che vivono in quell’area, e si chiede se una corruzione tanto generale si debba attribuire al luogo, per la negativa influenza degli astri, oppure alle inveterate abitudini del peccato che stimola le persone al vizio. Tutti gli abitanti della valle dell’Arno fuggono le virtù tanto, che essi hanno modificato la loro natura e tal punto da far parere che una maga li abbia trasformati in animali bruti, come faceva Circe con i suoi incantesimi.
37vertù così per nimica si fuga
da tutti come biscia, o per sventura
del luogo, o per mal uso che li fruga,
40ond’hanno si mutata lor natura
li abitator de la misera valle,
che par che Circe li avesse in pastura.
Gli abitanti del Casentino, (meglio designati con i conti Guidi di Porcino, castello ai piedi del Falterona, il luogo può aver suscitato l’immagine dei porci, )sono più degne di mangiare ghiande che altro cibo che mangiano gli uomini. In questo luogo,volge il suo cammino stretto e scarso d’acqua l’Arno. Trova poi Botoli, cioè gli aretini, (l’allusione potrebbe essere nata dallo stemma della città su cui c’è scritto “A cane non magno saepe tenetur aper” sono cani piccoli da abbaiare più che altro, atti ad orgoglio più che a forze”) ringhiosi più di quanto richieda la loro forza. L’Arno, non lungi da Arezzo forma una curva a gomito e si dirige verso nord, formando il Valdarno superiore. Il fiume simile ad una bestia, per il contatto con la gente di Arezzo, torce il muso e cambia direzione quasi per disdegno. Il fiume continua a scendere, e quanti più affluenti riceve dai monti di Protomagno e dai monti del Chianti, tanto più la maledetta fossa dell’Arno trova trasformati gli abitanti da cani in lupi, nella città di Firenze.
43Tra brutti porci, più degni di galle
Che d’altro cibo fatto in uman uso,
drizza prima il suo povero calle.
46Botoli trova poi, venendo giuso,
ringhiosi più che non chiede lor possa,
e da lor disdegnosa torce il muso.
49Vassi caggendo; e quant’ella più ‘ngrossa,
tanto più trova di can farsi lupi
la maledetta e sventurata fossa.
Discende poi l’Arno nei bacini incassati e profondi, dopo Signa, in particolare alla gola della Pietra Golfolina, e trova le volpi, ossia i Pisani (Anche quest’emblema era diffuso e popolare. “I Pisani assomigliano alle volpi per malizia, imperò che li pisani sono astuti e coll’astuzia più che colla forza si rimediano ai loro vicini.”) che non temono alcuna trappola che possa prenderli.
52Discesa poi per più pelaghi cupi,
trova le volpi sì piene di froda,
che non temono ingegno che le occùpi.
Fermiamoci un momento ad analizzare questo lungo ed esauriente elenco di vizi che Dante tramite l’anima di Guido del Duca elenca: 1) gli abitanti che vivono a livello della foce dell’Arno hanno “vertù così per nimica si fuga”, 2) Gli abitanti del Casentino sono paragonati a dei porci, 3) quelli di Firenze a dei lupi, 4) quelli di Arezzo a dei cani,5) quelli di Pisa a delle volpi, infine ricordiamo che nel canto precedente Sapia aveva definito gli abitanti di Siena “gente vana”. Chi si salva degli abitanti della Toscana? Quasi nessuno. Mi sono chiesto in quale fase della sua vita Dante abbia scritto questi versi. Pare che “Il Purgatorio” sia stato concluso intorno al 1313 ed è probabile che Dante vi abbia lavorato negli anni fra il 1308 e il 1311, data che segna il trasferimento del poeta presso gli Scaligeri a Verona. E’ evidente in questi versi il “dente amaro” del poeta, il suo rancore, la sua rabbia nei confronti di chi l’ho ha mandato in esilio. Gli abitanti di Firenze, Pisa, Siena ecc. sapevano che Dante stava affilando contro di loro un’arma micidiale, (la Divina Commedia) peggio della bomba atomica, che li avrebbe beffeggiati nei secoli, credo che non osassero immaginare che a distanza di oltre settecento anni, le loro malefatte (o presunte tali) venissero a galla in maniera così prepotente, che il poeta insomma li avesse "sputtanati" per l’eternità. Mai fidarsi di uno scrittore, di un poeta, non si sa mai se ne viene fuori un novello Dante e sputtana tutta una regione o un popolo. Dante però, bisogna essere onesti, è ingeneroso, non salva nessuno, possibile mai che in tutta la Toscana non si trova nessuno degno di stima?
Guido del Duca profetizza e si rivolge all’altra anima che è vicina a lui, cioè a Rinieri, ed invita Dante ad ascoltare attentamente quello che sta per prevedere. Guido vede il nipote di Rinieri, Fulcieri da Calboli, che da podestà di Firenze esegue con immorale cinismo, le vendette dei Neri contro i Bianchi. La bestialità di Fulcieri si tramuta in belva, che va alla caccia dei lupi fiorentini. Feroci e crudeli sono le vendette contro i cittadini di parte bianca e ghibellina.
55Né lascerò di dir perch’altri m’oda;
e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta
di ciò che vero spirto mi disnoda.
58Io veggio tuo nipote che diventa
Cacciator di quei lupi in su la riva
Del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
Fulcieri vende vive le sue vittime, e poi le fa uccidere, come si usa fare con le bestie invecchiate e mandate al mattatorio. Egli priva molti della vita, ma priva di Bene anche sé stesso. Il podestà sanguinario esce di carica, e Firenze, trista selva di lupi, rimane sconvolta in modo che per rimetterla nello stato di prima (primaio) non basteranno mille anni. Le conseguenze del sangue sparso e degli arbitri commessi con persecuzioni ed esili, non consentiranno poi una pacificazione; lungamente si protrassero i danni nell’ordine economico e in quello morale.
61Vende la carne loro essendo viva;
poscia li ancide come antica belva;
molti di vita e sé di pregio priva.
64Sanguinoso esce de la trista selva;
lasciala tal, che di qui a mille anni
ne lo stato primaio non si rinselva”.