Sapia Salvani, zia di Provenzan Salvani è l’anima che risponde a Dante. La nobildonna senese racconta le vicende della sua vita, confessando il suo maggior peccato: l’invidia!. Questo peccato gli ha fatto desiderare e gioire della triste sorte capitata in battaglia a suo nipote Provenzan e ai senesi. Sapia critica aspramente i suoi concittadini, definendoli “gente vana”.
” Io fui senese” risponde l’anima “ e qui purifico la mia anima, supplicando Dio con le lacrime affinchè voglia concedermi la sua visione”. “Io mi chiamo Sapia, ma non fui affatto savia, dal momento che in vita vissi nell’invidia, godendo molto più per i mali degli altri che per i miei successi”.

 Il nome Sapia dal latino vuol dire “sapere”, avere saggezza, ma la donna, con una punta di ironia si lamenta di non aver onorato molto questo nome, dal momento che l’invidia fu il suo peggior difetto.

Sapia dice “e fui de li altrui danni più lieta assai che di ventura mia.” Quante persone godono più delle disgrazie degli altri che non dei propri successi? Quante persone pur avendo tutto sono soddisfatti solo se gli altri non hanno nulla?. Che strana e ridicola malattia è l’invidia. Quando ero piccolo mi raccontavano una storiella che allora non capivo bene, ma che credo calzi a pennello a proposito dell’invidia. Un giorno un re, vide all’angolo di una strada due poverelli che chiedevano l’elemosina. Si avvicinò loro e disse:”Vista la vostra triste e pietosa condizione, voglio aiutarvi e perciò vi farò un regalo”. Rivolgendosi ad uno dei due aggiunse,” puoi chiedermi quello che vuoi e io te lo darò, però ad una condizione, qualunque cosa chiederai, darò al tuo amico di sventura il doppio di quello che mi chiederai tu”. Il povero rimase sbalordito di tanta generosità ed accettò immediatamente la condizione posta dal re. Chiese immediatamente una grossa somma di danaro ed una casa, il re lo accontentò, ma diede all’amico il doppio di quando aveva chiesto lui. Le cose andarono avanti per un po’ di tempo, sino a quanto i due erano ormai diventati enormemente ricchi, ma mentre uno possedeva un certo avere il secondo possedeva il doppio. Lentamente il meno possidente venne preso dall’invidia nei confronti dell’eccessiva ricchezza dell’amico, e non potendo più sopportare questa situazione, si recò dal re e gli disse:”Sire, dal momento che al mio amico dai il doppio di quando chiedo, se cedo qualcosa di mio, a lui toglierai il doppio?” il re rispose di si e l’invidioso man mano si spogliò delle sue ricchezze, sino ad ritornare nella più assoluta povertà e godendo nel vedere l’amico ridotto alla povertà più estrema. Era molto più felice ora,vedendo le disgrazie dell’amico che non prima, quando pur essendo ricco possedeva meno dell’amico:” e fui de li altrui danni più lieta assai che di ventura mia.”

 

 

106“Io fui sanese”, rispuose, “e con questi

altri rimendo qui la vita ria,

lacrimando a colui che sé ne presti.

 

109Savia non fui, avvegna che Sapia

Fossi chiamata, e fui de li altrui danni

Più lieta assai che di ventura mia.

 

“e perché tu non creda che io ti inganni, ti dirò come fui empia mentre avevo varcato il punto più alto dell’arco della vita”

112E perché tu non creda ch’io t’inganni,

odi s’ì fui, com’io ti dico, folle,

già discendendo l’arco d’i miei anni.

“erano pronti i miei concittadini a Colle di Valdelsa. Di fronte avevano i loro avversari, ed io pregavo Dio che i senesi fossero sconfitti”.

 L’8 luglio 1269 avvenne la battaglia di Colle Valdelsa. I Ghibellini senesi erano capitanati da Provenzan e combatterono contro l’esercito dei guelfi fiorentini, al comando di Giovanni Bertrand. “come ardimentosi e franca gente bene avventurosamente, come piacque a Dio ruppono e sconfissono i sanesi e loro amistà, ch’erano quasi due cotanti cavalieri e popolo grandissimo, ondi molti ne furono morti e presi…la città di Siena a compargione del suo popolo, ricevette maggiore danno dè suoi cittadini da questa sconfitta che non fece Firenze a quella di Montaperti, e lasciarsi tutto il loro arnese. Per la qual cosa, poco tempo appresso, i fiorentini rimisero in Siena i guelfi usciti e cacciarne i ghibellini”. Tra i morti in battaglia c’era anche Provenzan Salvani.

 

115Eran li cittadin miei presso a Colle

In campo giunti cò loro avversari,

e io pregava Iddio di quel ch’è volle.

 Sapia  vide la sconfitta senese; vide i fuggiaschi, l’inseguimento, la strage. Dalle mura del suo castello, vide la battaglia o meglio le conseguenze disastrose del combattimento. Dalla fuga dei senesi e dalla loro sconfitta trasse una letizia non paragonabile a nessuna altra . Dispari  vuol significare soltanto “superiore”, esprime anche il carattere sfrenato e disumano di quella gioia peccaminosa. Si compiva nell’avvenimento della sconfitta senese il volere di Dio, ma Sapia desiderava questo adempimento non perché ambisse uniformarsi alla volontà divina, bensì per invidia e odio verso i suoi, godendo così del male altrui.

 

118Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari

Passi di fuga; e veggendo la caccia,

letizia presi a tutte altre dispari,

 

Sapia era così felice della sconfitta dei senesi che volse in sù il volto temerario gridando a Dio “ormai più non ti temo!”.  Allo stesso modo di come fa il merlo nel periodo della bonaccia.

“Vedendo la battaglia di su una torre, racconta il Buti, e vedendo sconfitti li senesi…presene grandissima allegrezza dicendo:”Oggimai mi faccia Iddio lo peggio ch’elli può, ch’io non temo, per ch’io ho veduto quello che sommamente desiderava”.

“Il merlo è un uccello che teme molto lo freddo e maltempo, e quando è mal tempo sta appiattato, e come ritorna lo bono tempo esce fora e par che faccia beffe di tutti li altri; come si finge che dicesse nella faula da lui composta, cioè: Non ti temo Domine, chè uscito son dal verno”. “Chiamansi il Lombardia giorni della merla i tre ultimi di gennaio, che sono molto freddi, dice la favola, per punire il merlo, che sentendo a què di mitigato il freddo, n’era uscito, vantandosi di non più temere gennaio”.

 

121tanto ch’io volsi in su l’ardita faccia,

gridando a Dio:”Omai più non ti temo!”,

come fè ‘l merlo per poca bonaccia.

“mi riconciliai con Dio sul finire della mia vita” prosegue il racconto Sapia “e il mio debito verso Dio non sarebbe ancora scontato in parte della penitenza, ossia sarei ancora tra i negligenti dell’Antipurgatorio, se non fossi stata aiutata ad essere qui, nella seconda cornice, dalle preghiere di un santo uomo, che per motivi di carità pregò per me”. Sapia si riferisce alle preghiere di Pier Pettinaio, che visse a Siena dove teneva una bottega di pettini. Fu terziario Francescano, e morì nel 1289 in fama di santo. Si narrano molti aneddoti della sua straordinaria onestà, delle sue astinenze, dei suoi miracoli e rivelazioni.

 

124Pace volli con Dio in su lo stremo

De la mia vita; e ancor non sarebbe

Lo mio dover per penitenza scemo,

 

127Se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe

Pier Pettinaio in sue sante orazioni,

a cui di me per caritate increbbe.

 

“Ma tu chi sei ?” prosegue Sapia “che vai domandando delle nostre condizioni e cammini con gli occhi non cuciti? E parli come un vivo respirando?”

 

130Ma tu chi sé, che nostre condizioni

Vai dimandando, e porti li occhi sciolti,

si com’io credo, e spirando ragioni ?”

Dante è molto impaurito dalla pena che tocca a questi dannati, e ripensa ai suoi peccati. Anche lui ritiene di aver peccato di invidia. Nel cerchio dell’invidia il poeta pensa che dovrà passarci, una seconda volta, per espiare, ma per breve tempo, poiché reputa di essere venialmente colpevole di questo vizio capitale. La sua paura maggiore è quella di finire nella prima cornice, poiché ritiene che la superbia sia il suo principale peccato, per cui sente già il peso del masso sulle spalle.

 

133“Li occhi”, diss’io, “mi fieno ancor qui tolti,

ma picciol tempo, chè poca èl’offesa

fatta per esser con invidia vòlti.

 

136Troppa è più la paura ond’è sospesa

L’anima mia del tormento di sotto,

che già l’ ‘ncarco di là giù mi pesa”.

 

Sapia prosegue: “ Chi è che ti ha condotto qui tra di noi, e ritornerai giù in terra ?”

Dante:” Virgilio che è qui con me e non parla, è la mia guida. Io sono vivo, e se tu desideri come le altre anime del Purgatorio che io mi adoperi per te nel mondo dei vivi, rinverdendo la tua memoria e procurandoti suffragi”

 

 

139Ed ella a me:”Chi t’ha dunque condotto

Qua su tra noi, e se giù ritornar credi ?”

E io:”Costui ch’è meco e non fa motto.

 

 

142E vivo sono; e però mi richiedi,

spirito eletto, se tu vuò ch’ì mova

di là per te ancor li mortai piedi”.

 

Sapia:” Oh, questa è veramente una cosa nuova ad udirsi. Ed è un gran segno che Dio ti ama, spero nelle tue preghiere viste che sei così benvoluto da Dio. Inoltre ti chiedo, nel nome di quello che tu maggiormente desideri (la salvezza eterna), se mai andrai sulla terra di Toscana, che tu mi rimetta in buona fama presso i miei parenti, facendo loro sapere che sono salva.

145“Oh, questa è a udir sì cosa nova”,

rispuose , “che gran segno è che Dio t’ami;

però col prego tuo talor mi giova.

 

 

148E cheggioti, per quel che tu più brami,

se mai calchi la terra di Toscana,

che à miei propinqui tu ben infami,

 

Sapia spiega a Dante che i suoi parenti sono a Siena, è definisce gli abitanti della città toscana “gente vana” , cioè gente vanitosa o addirittura folle, al punto di illudersi di avere un porto. I Senesi, infatti speravano di avere uno sbocco sul mare costruendo un porto presso Talamone , la loro però secondo Sapia è una vana speranza, alla stessa stregua di come vana è la speranza di trovare l’acqua nel sottosuolo (il fiume Diana); “ma più degli altri perderanno la speranza (resteranno cioè illusi)” aggiunge Sapia quelli che sognano di diventare presto ammiragli della flotta. Per le condizioni malariche vi perderanno la vita. Talamone , nella Maremma, era luogo di malaria e i senesi si affaticarono alla costruzione di un porto. Speravano di poter divenire una potenza marittima, come Genova e Amalfi.

 

151Tu li vedrai tra quella gente vana

Che spera in Talamone, e perderagli

Più di speranza ch’à trovar la Diana;

 

Talamone è il borgo, che apparteneva all’abate di San Salvatore sul Montemiata, fu acquistato nel 1303 dal comune di Siena per ottomila fiorini, con l’intento di costruirvi un proprio sbocco marittimo commerciale sulla costa del tirreno.

la Diana = “dicesi che uno fiume chiamato Diana passa per lo terreno dè sanensi…per vie sotterranee; e che li sanesi però che hanno difetto di pozzi vivi, si sono molto affaticati per trovare questo fiume…non lo poterono mai trovare, ed ancora vi sperano”. Sta di fatto che il comune di Siena, città povera d’acqua, si sforzava di rintracciare e sfruttare anche con notevole spesa, le scarse risorse offerte dalle sorgenti del sottosuolo.

 

154Ma più vi perderanno li ammiragli”.

Ammiragli sono gli ufficiali, impresari o appaltatori, addetti ai lavori di scavo per la ricerca della Diana: nei quali lavori invece del guadagno che se ne proponevano avrebbero perduto tempo, fatica e denaro.