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Canto XIII

Nel secondo girone del monte che i due poeti stanno scalando, stanno gli invidiosi. Seduti ed appoggiati alla parete rocciosa, sorreggendosi a vicenda, come gli orbi che stanno a mendicare sulla porta delle chiese, hanno le palpebre cucite con  un filo di ferro,  al modo che allora si usava con gli sparvieri ancora selvatici per riuscire più facile ad addomesticarli. La descrizione della pena inflitta agli invidiosi è svolta con una nitidezza e una precisione minuta di disegno che sfiora a tratti la crudeltà. L’atteggiamento, tra pietoso e distaccato (di una pietà senza simpatia), del poeta nei riguardi di questi penitenti, si definisce nei due termini, esplicitamente dichiarati, di una compassione naturale per il modo atroce della loro pena, e di una quasi totale estraneità di Dante al sentimento che li indusse a peccare. Dante si sofferma a discorrere con uno spirito. E’ Sapia senese, la zia di Provenzan Salvani, che portò tanto odio al nipote e a tutti i suoi concittadini di parte ghibellina, da indursi a pregare Iddio affinché  fossero sconfitti dai fiorentini nella battaglia di Colle di Valdelsa, e quando si avverò il suo desiderio ne prese allegrezza grandissima e folle. Pentitesi all’estremo della vita, fu salva per le preghiere di un umile santo artigiano, Pietro Pettinaio, ma pur qui nel regno della penitenza, sembra conservare qualcosa della sua natura bizzarra e pettegola, e discorre dell’inverosimile vanità e dei sogni di grandezza dei senesi con lo stesso tono di amaro e pungente distacco.

 

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