Seguono altri esempi di superbia punita. Nell’ordine vengono descritte le vicende di Niobè, Saul, Aragne, Robòam, Almeon, Sennacherìb, Tamiri, Oloferne.
Ogni terzina che segue racconta la vicenda di qualche superbo punito.
37O Niobè, con che occhi dolenti
Vedea io te segnata in su la strada,
tra sette e sette tuoi figliuoli spenti !
Per comprendere questa terzina sono necessarie due condizioni:
a) a)Aver frequentato il Liceo Classico all’epoca in cui si studiava sodo o in alternativa essere talmente amante della letteratura mitologica da aver letto le metamorfosi di Ovidio.
b) b)Aver letto Ovido non è sufficiente. Bisogna ricordare quello che si è letto.
Ormai sappiamo che Dante trae frequentemente spunto dalle metamorfosi di Ovidio, ed anche in questo caso lo fa.
Sul pavimento Dante vede raffigurata Niobè. Questa è terribilmente affranta, poiché sta piangendo sette figli maschi e sette figli femmine morti. Ora siccome stiamo parlando di esempi di superbia punita se ne deduce che Niobè doveva essere una gran superba.
Proseguono gli esempi di superbia. Il prossimo ha come protagonista Saul, il primo re d’Israele, abbandonato da Dio per la superba disobbedienza. Vinto dai Filistei sui monti Gilboe, per non essere preso prigioniero si uccise lasciandosi cadere sulla propria spada. Nel pianto di David per la morte di Saul è contenuta l’imprecazione che Dante immagina avvenuta :”O monte Gelboe, su di te non scendano mai più né pioggia né rugiada”.
40O Saul, come in su la propria spada
Quivi parevi morto in Gelboè,
che poi non sentì pioggia né rugiada !
Il prossimo è un altro caratteristico esempio di superbia che Dante trae ancora una volta dalle Metamorfosi di Ovidio. Siamo di fronte alla solita trama: la sfida tra una presuntuosa umana ed una dea. Ma porco cane, è mai possibile che questi personaggi cadano tutti nello stesso errore!. Come si può sfidare una dea e sperare di farla franca. Questo è un concetto sul quale mi sono soffermato abbondantemente nel primo canto del Purgatorio, allorquando le presuntuose Pieridi sfidarono nel canto la dea Calliope, ma come stiamo vedendo, nonostante la tragica fine di tutti quelli che provano a sfidare una dea, ogni tanto qualcuno di loro ci riprova. In questo caso ci prova Aracne. La sciagurata era bravissima nell’arte della tessitura, e già questo infastidiva parecchio Pallade, anch’egli brava nel tessere, ma la presuntuosa e stupida Aracne, faceva di tutto per provocare la dea, sbandierando ai quattro venti la sua superiore arte e affermando addirittura di essere pronta a sostenere una gara con la dea, e in tal caso se fosse stata sconfitta avrebbe accettata qualunque punizione. Aracne sciocca e presuntuosa! La dea Pallade si traveste da vecchia e incontra Aracne, gli consiglia di essere più umile e di non offendere una dea. Ma Aracne per poco non prende a botte la vecchia, comunque le risponde in malo modo e la invita a farsi i fatti suoi. Non potendone più Pallade si manifesta ed accetta la sfida di Aracne, la quale al posto di chiedere scusa e perdono per la sua arroganza, accetta la sfida. Le due iniziano a tessere. I disegni ricamati da entrambi sono meravigliosi,. Aracne non sfigura di fronte alla dea, ma questa si era ormai rotta le scatole della presunzione della stupida mortale, per cui con ira fece a brandelli la tela ricamata da Aracne, e sottopone l'arrogante mortale ad un’orrida fine. Leggiamo le testuali paroli di Ovidio: “…i capelli di Aracne scivolarono via, e con esso il naso e le orecchie; e la testa diventa piccolissima, e tutto il corpo d’altronde s’impicciolisce. Ai fianchi rimangono attaccate esili dita che fanno da zampe. Tutto il resto è pancia; ma da questa, Aracne rimette del filo e torna a rifare a rifare, ragno, le tele come una volta”.
43O folle Aragne, si vedea io te
Già mezz’aragna trista in su li stracci
De l’opera che mal per te si fè.
Nel prossimo esempio di superbia, Dante parla di Robaòm, figlio di Salomone, che successe al trono paterno. Governò per diciassette anni. Sotto di lui avvenne lo scisma delle tribù settentrionali e la fondazione di un regno d’Israele autonomo. Non volle cedere sugli aggravi fiscali, nella riunione delle tribù a Sichem, fu violento con le famiglie avversarie inasprì il giogo paterno. Avvenuta la rivolta inviò Adoniram per sedarla, ma il popolo lapidò il messo reale. Roboam montò allora su un carro per fuggire a Gerusalemme. Nella scultura che Dante osserva Roboàm non è visto nella sua superbia, bensì nell’atto della fuga con il suo carro, pieno di spavento.
46O Roboàm, già non par che minacci
Quivi ‘l tuo segno; ma pien di spavento
Nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.
Come visto le quattro terzine precedenti iniziamo tutte con la lettera O… O Niobè,…O Saul…O folle Aragna…O Roboàm.
Iniziano ora quattro terzine con la lettera M. L’acrostico VOM viene così completato. La fantasia di Dante non ha veramente confini. Ogni terzina di questo canto è una storia che meriterebbe un approfondimento particolare, come per esempio la terzina che segue.
49Mostrava ancor lo duro pavimento
Come Almeon a sua madre fè caro
Parer lo sventurato addornamento.
Non è facile raccapezzarsi in questi versi se non si conosce un po’ la storia di Almeon. Erifile o Eurifile, figlia di Talao, re di Argo, sposò l’indovino Anfiarao, il quale aveva previsto che se fosse partito in guerra sarebbe stato inghiottito dalla terra. Che fosse un espediente per non recarsi alla guerra, che ci credesse davvero o fosse un attacco di fifa, travestito da premonizione per il suo futuro, non si sa, resta il fatto che Anfiarao si nascose con l’intento di sottrarsi alla battaglia. L’unica persona che era a conoscenza di questo bel gesto era la moglie Erifile. La Signora, non era evidentemente una stinco di santo, poiché venne sedotta e abbandonata da Polinice, il quale le fece anche un bel regalo, gli diede la cosiddetta collana dell’Armonia costruita dal dio Vulcano. Questa collana portava una sfiga tremenda a chi la possedeva, e infatti la buona donna rivelò il segreto del marito a Polinice. Vistosi scoperto il povero Anfiarao fu costretto a partire per la pugna. In seguito a come andarono i fatti , si dimostra che Anfiarao ci aveva visto bene, poiché nella battaglia ci lasciò le penne. Non contenta di aver causato la morte del marito,Erifile si comportò allo stesso modo col figlio Almeone, costringendolo ad affrontare una battaglia contro i Tebani. Almeone però ne uscì vivo, e saputo di quello che la madre aveva combinato al padre, la uccise.
Protagonista dell’esempio è senza dubbio Erefile, non Almeone, e la colpa di lei può essere riportata al concetto di superbia, considerandola non tanto come segno di vanità femminile dell’adornarsi, bensì piuttosto come presunzione di impossessarsi di un monile divino. La collana era stata fabbricata da Vulcano, come dono di Venere per le nozze della figlia di lei Armonia con Cadmo, fondatore di Tebe: sventurato addornamento perché riuscì sempre infausto a tutte le donne che lo possedettero, da Giocasta a Semele, ad Argia, ad Erefile (cui il figlio, uccidendola lo fece veramente parer caro , acquistato a caro prezzo)
52Mostrava come i figli si gittaro
Sovra Sennacherìb dentro dal tempio,
e come, morto lui, quivi il lasciaro.
Sennacherid, figlio di Sargon II, suo successore sul trono dell’Assiria (705-681). Attaccò la fenicia, la Filistea e chiese la resa di Gerusalemme al re Ezechia. Il re d’Israele resistette, confortato dal profeta Isaia: Dio aiutò il suo popolo; gli Assiri, colpiti dalla pestilenza, furono costretti a fuggire a Ninive, e Sennacherid tornato in patria fu assassinato dai figli.
55Mostrava la ruina e ‘l crudo scempio
Che fè Tamiri, quando disse a Ciro:
“Sangue sitisti, e io di sangue t’empio”.
Tamiri, regina degli Sciti. Fieramente adirata contro il re dei persiani Ciro, che le aveva ucciso il figlio, dopo averlo fatto prigioniero, Tamiri assalì l’esercito invasore e ne fece una strage, e, fatta tagliare la testa del morto Ciro, la gettò in un otre pieno di sangue umano.
58Mostrava come in rotta si fuggiro
Li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
e anche le reliquie del martirio.
Oloferne, generale degli Assiri, ucciso da Giuditta, durante l’assedio di Betulia, città della Giudea in Palestina. Giuditta avvinse, con la sua bellezza, il comandante assiro, e ottenne di restare con lui. Durante un banchetto, mentre Oloferne, ebbro di vino, dormiva gli troncò il capo, che recò alla città assediata, come segno di trofeo.