Dante incontra due personaggi famosi, Umberto Aldobrandeschi ed Odoriso da Gubbio, entrambi condannati per la loro superbia. Odoriso fa notare a Dante che la gloria degli uomini sulla terra è cosa vacua ed inutile.
Inizia Dante a fare conoscenze di queste anime, che sono state condannate per la loro eccessiva superbia. L'anima che indica ai poeti quale strada devono seguire è quella di Umberto Aldobrandeschi.
49ma fu detto: "A man destra per la riva
con noi venite, e troverete il passo
possibile a salir persona viva.
Questa povera anima che è schiacciata dal sasso che lo costringe a stare con la faccia per terra, appartiene ad una famiglia molto nota, e quindi è solo per umiltà che dice "Io fui latino e nato d'un gran Tosco non so se 'l nome suo già mai fu vosco?" E' evidente che il suo nome sè noto, ma l'anima è protesa all'umiltà e quindi non vuole dare sfoggio di superbia affermando la fama della sua casata.
52E s'io non fossi impedito dal sasso
Che la cervice mia superba doma,
onde portar convienmi il viso basso,
55cotesti, ch'ancor vive e non si noma,
guarderò io, per veder s'è 'l conosco,
e per farlo pietoso a questa soma.
58Io fui latino e nato d'un gran Tòsco:
Guglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
non so se 'l nome suo già mai fu vosco.
61L'antico sangue e l'opere leggiadre
Dì miei maggior mi fer sì arrogante,
che, non pensando a la comune madre,
poi afferma che tutti conoscono la sua fine. Anche i bambini sanno che egli è morto nel suo castello di Compagnatico.
In realtà circa la morte di Omberto non si sanno notizie sicure,. Infatti secondo alcuni egli sarebbe stato soffocato nel letto ad opera di alcuni sicari mandati dal Comune di Siena, secondo un'altra versione venne ucciso durante una sorte di combattimento. Egli era armato e a cavallo e venne ferito a morte con una mazza di ferro. Comunque sia Omberto, con molta umiltà ammette la giustizia della sua penitenza. Portare addosso un pesante masso, è la giusta punizione per chi come lui, in vita ha peccato di superbia.
64ogn'uom ebbi in dispetto tante avante,
ch'io ne morì come i Sanesi sanni,
e sallo in Campagnatico ogne fante.
67Io sono Omberto; e non pur a me danno
Superbia fè, chè tutti i miei consorti
Ha ella tratti seco nel malanno.
70E qui convien ch'io questo peso porti
Per lei, tanto ch'a Dio si sodisfaccia
Poi ch'io nol fè tra' vivi, qui tra ' morti".
Dopo avere ascoltato la violenta denuncia di Oberto Aldobrandeschi, contro le nobili famiglie che con la loro superbia peccano, Dante si rivolge verso un'altra anima, anch'egli piegata sotto il peso del masso. Dante riconosce quest'anima.
73Ascoltando chinai in giù la faccia;
e un di lor, non questi che parlava,
si torse sotto il peso che lì 'mpaccia,
76e videmi e conobbemi e chiamava,
tenendo li occhi con fatica fisi
a me, che tutto chin con loro andava.
Si tratta di Oderiso da Gubbio, celebre miniaturista, che Dante avrebbe conosciuto durante il suo soggiorno a Bologna, dove Oderiso lavorava. Franco Bolognese ed Oderiso da Gubbio erano i maggiori rappresentanti della scuola bolognese di miniatori.
Dante è felice di aver incontrato questo amico, lo guarda, si fa riconoscere e gli attesta tutta la sua stima definendolo "onor di Agobbio", cioè onore e lustro della città di Gubbio. Ancora una volta Dante si dimostra grande, infatti esaltando le capacità di Oderiso, automaticamente esalta la sua arte, quella della poesia. In sostanza il discorso fra i due è un discorso fra artisti, uno nel campo della pittura, l'altro nel campo della poesia. Dante sa bene che Oderiso fra poco denuncerà la superbia degli artisti, ciononostante lui non si tira indietro, si dichiara anch'egli "artista", ed accetta l'invettiva che Odoriso lancia contro questa categoria.
79"Oh!", diss'io lui, "non sè tu Oderisi,
l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte
ch'alluminar chiamata è in Parisi ?".
Oderiso non è affatto esaltato dalle parole di Dante, anzi si rivolge a lui per rimproverarlo "vana cosa è la superbia, chi si ricorda più di me se anche il mio allievo Franco Bolognese mi ha superato?, certo, in vita mai avrei ammesso che qualcuno potesse essere superiore a me, ma ora qui , mentre sto scontando la mia pena mi rendo conto della vanagloria della superbia. Ora sto pagando il fio della mia superbia, e devo ringraziare Dio di essere vissuto abbastanza per potermi pentire, perchè altrimenti sarei ancora nell'antipurgatorio".
82"Frate", diss'elli, "più ridon le carte
che pennelleggia Franco Bolognese;
l'onore è tutto or suo, e mio in parte.
85Ben non sarè io stato sì cortese
Mentre ch'io vissi, per lo gran disio
De l'eccellenza, ove mio core intese.
88Di tal superbia qui si paga il fio;
e ancor non sarei qui, se non fosse
che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
"La gloria dell'uomo sulla terra, non è niente", prosegue Oderiso, " è solo vanità, essa decade immediatamente e subito qualcun altro prende il sopravvento. Prendiamo ad esempio Cimabue, egli era convinto di essere il migliore, era sicuro che nessuno mai lo avrebbe potuto superare nella sua arte, ed invece il suo allievo Giotto, ne ha oscurata immediatamente la fama. Stessa cosa si può dire nel campo letterario, Guido Cavalcanti ha tolto la gloria a Guido Guinizelli".
Il ragionamento di Oderiso non fa una grinza, quanti esempi di questo tipo si potrebbero ancora citare. In tutti i campi delle attività umane, quando uno viene citato come il migliore, dopo breve tempo ne compare un altro che annulla la fama del primo. L'esempio più eclatante si può fare nel mondo dello sport, dove i record sono soggetti ad essere battuti sempre, e chi è considerato un fenomeno dopo poco viene scavalcato da qualcun altro che ne oscura la fama. Eppure è come dice Oderiso, pochi ammettono la superiorità di un altro. Raramente si sentirà in qualunque arte o professione sentire un collega dire "Quello è più bravo di me!"
91Oh vana gloria de l'umane posse !
Come poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l'etati grosse !
94Credette Cimabue ne la pittura
Tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura.
97Così ha tolto l'uno a l'altro Guido
La gloria de la lingua; e forse è nato
Chi l'uno e l'altro caccerà del nido.
Ma Dante che sa di essere un grande poeta, è da ritenere superbo? Secondo me affatto, egli mette queste "parole in bocca ad Oderiso", proprio per sottolineare che anche la sua presunta gloria non è assolutamente nulla, e che ben presto qualcuno lo supererà. Prosegue Oderiso "La fama che gli uomini hanno sulla terra, altro non è che un fiato di vento ch'or vien quinci e or quindi e muta nome perchè muta lato, cioè la gloria terrena è mutevole, oggi tocca a me, domani ad un altro e così via. Del resto la tua fama tra mille anni non sarà nulla, anche se tu fossi morto in tenera età". In sostanza Oderiso sottolinea il fatto che sono tanti e tali le persone che passano sul "teatrino" della vita, che sperare di rimanere nella memoria delle persone è praticamente impossibile. Quindi sia che si viva mille anni, si che si viva solo un giorno, ogni nome, ogni gloria sarà sempre dimenticata. Nulla rimane di quello che si fa sulla terra.
Il discorso di Oderiso è terribilmente vero, come siamo sciocchi noi uomini, pensiamo di essere o di fare chi sa cosa, ignorando che il passare del tempo coprirà tutto, sia le gioie che i dolori. Tutto è fugace, tutto è passeggero.
100Non è il mondan romore altro ch'un fiato
Di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perchè muta lato.
103Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
Da te la carne, che fossi morto
Anzi che tu lasciassi il "pappo" e 'l "dindi",
106Pria che passin mill'anni ? ch'è più corto
Spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia
Al cerchio che più tardi in cielo è torto