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NoSordello da Goito (versi 58-96)
- Sabato 26 Luglio 2008
- Sezione:
- Categoria: Canto VI
Compare sulla scena Sordello da Goito. Dante dedica gran parte del VI canto a questo personaggio. Vibrante e appassionata è l’invettiva di Sordello contro la decadenza e il malcostume dell’Italia. Dante sembra trovare in lui l’emblema dell’accusatore che con l’atteggiamento tipico di quei fanatici predicatori medievali, si scaglia contro le nefandezze che caratterizzavano i comuni di gran parte della penisola.
Sordello da Goito può essere paragonato ad un moderno cantautore. Egli era un compositore di canti, e nel periodo della giovinezza fu un giullare. Fu uno dei più importanti trovatori dell’Italia settentrionale (territorio di Mantova). Dopo un periodo trascorso a Ferrara tra il 1220 e il 1221, dove imparò i primi rudimenti dell’arte poetica, si spostò a Verona, e celebrò in versi la moglie di Romano, Canizza. D’accordo con i fratelli di questa, Ezzelino ed Alberto, nel 1226 la rapì o comunque ne favorì la fuga dalla casa del marito. Dopo aver sposato un nobile donna, Otta degli Strasso, si recò in Spagna in Portogallo e in Provenza dove, dal conte Raimondo Berengario IV, fu insignito della nomina di cavaliere e gli furono donati alcuni feudi. Nel 1245 morì il conte Raimondo e Sordello rimase a corte con il suo erede Carlo I d’Angiò fino al 1265, quando, al suo seguito, potè ritornare in Italia dove nel 1296 gli vennero donati dallo stesso alcuni feudi abruzzesi e qui morì in quello stesso anno.
Ci restano di lui 42 liriche di argomenti vari, con presenza significativa sia del tema amoroso sia del tema politico. La fama di Sordello è dovuta principalmente al ritratto che poeticamente ne delinea Dante Alighieri, nei canti VI, VII e VIII del Purgatorio.
In sostanza di questo Sordello i posteri si sarebbero occupati ben poco, se il grande poeta fiorentino non l’avesse messo nei personaggi della sua Commedia.
I due poeti vedono un anima che, posta sola soletta, li guarda, e decidono di chiedergli la via da seguire.
58Ma vedi là un’anima che, posta
Sola soletta, inverso noi riguarda:
quella ne ‘nsegnerà la via più tosta.”
Quell’anima che sta ferma, con aria altera , distaccata e maestosa, volge lo sguardo verso di loro, lentamente. Non dice nulla, ma si lascia avvicinare, limitandosi a guardarli, come fa il leone a riposo
61Venimmo a lei: o anima lombarda,
come ti stavi altera e disdegnosa
e nel mover de li occhi onesta e tarda !
64Ella non ci dicea alcuna cosa,
ma lasciavane gir, solo sguardando
a guisa di leon quando si posa.
Virgilio si dirige verso l’anima e gli chiede:” O anima gentile, ci puoi indicare la strada migliore per salire la montagna?”
L’anima non risponde alla domanda, e chiede al poeta :”da dove vieni?, chi sei?”
Virgilio:”Vengo da Mantova…”, prima che il poeta possa terminare la frase, l’anima si alza di scatto dalla sua posizione e con entusiasmo dice:” O mantovano, io sono Sordello, sono nato nella tua stessa terra” si avvicina al poeta latino e lo abbraccia.
67Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
Che ne mostrasse la miglior salita;
e quella non rispose al suo dimando,
70ma di nostro paese e de la vita
ci ‘nchiese. E ‘l dolce duca incominciava:
“Mantua…”, e l’ombra, tutta in sé romita,
73surse ver’ lui del loco ove pria stava,
dicendo: “O Mantovano, io son Sordello
de la tua terra !”; e l’un l’altro abbracciava.
L’atteggiamento di Sordello sorprende Virgilio, che in quel personaggio così austero non poteva supporre tanto entusiasmo e cordialità. Ma noi sappiamo che Sordello è una persona che durante la vita si è guadagnato da vivere scrivendo rime e poemi presso la corte dei signori del tempo e quindi non è un tetro e austero personaggio come inizialmente appare. Non sappiamo da quanto tempo se ne sta da solo in Purgatorio, come un leone in gabbia. Comunque sia, deve avere accumulata tanta di quella rabbia che adesso che ha incontrato un suo compaesano, non vede l’ora di potersi sfogare. Appena finite le presentazioni, Sordello attacca un sermone contro il malcostume italiano, che lascia i due poeti “a bocca aperta”, poiché non si aspettavano tanta veemenza nel suo eloquio. La terzina che segue è una delle più famose della Divina Commedia:
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