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Sordello-Dante denunciano la corruzione di Firenze (versi 97-151)

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  1. Sordello-Dante denunciano la corruzione di Firenze (versi 97-151) (<--)
  2. invettiva di Sordello
  3. invettiva contro Firenze

Sordello si scatena contro i vari sovrani che dovrebbero tenere a cuore le sorti dell’Italia e che invece non se ne curano affatto, lasciando il predominio della nazione nelle mani della Chiesa. Anche nel recente passato c’è da osservare che le sorti dell’Italia, come avveniva ai tempi di Sordello, è stata affidata a principi stranieri. Il “vizio” di rivolgersi allo straniero per risolvere i propri problemi sembra connaturata nella storia d’Italia. La nascita della “nazione Italia” deve molto all’intervento degli stranieri, nonostante il prodigarsi e il sacrificio di grandi personalità come Cavour o Garibaldi, ben difficilmente l’Italia avrebbe avuto il sopravvento sull’oppressore austriaco senza l’aiuto della Francia.

Continua Sordello invocando e poi maledicendo Alberto I d’Austria :”O Alberto I d’Austria che hai abbandonato alla sua sorte l’Italia, che si è fatta indomita e selvaggia: dovresti domarla! E invece hai trascurato il tuo dovere, non scendendo in Italia neppure una volta. Su di te verrà una punizione dall’alto e ricadrà sulla tua famiglia in modo che il tuo successore (Arrigo VII) ne abbia timore e provveda a curarsi delle sorti dell’Italia”.

Con queste frasi Dante si vuole riferire al fatto che Alberto d’Austria nel 1307 perdette un figlio, erede al trono, e l’anno dopo, egli stesso fu ucciso dal nipote. Il poeta vede nelle sue sventure, la mano di Dio, che punisce coloro che non hanno adempiuto al proprio dovere, come l’imperatore Alberto d’Austria.

97O Alberto tedesco ch’abbandoni

Costei ch’è fatta indomita e selvaggia,

e dovresti inforcar li suoi arcioni,

100giusto giudicio da le stelle caggia

sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto,

tal che ‘tuo successor temenza n’aggia!

“Tu e tuo padre Rodolfo”, prosegue Sordello, “per cupidigia, trattenuti dagli interessi legati al governo della Germania, avete tollerato che il giardino dell’impero, ossia l’Italia sia precipitato  in uno stato desolante, messo in abbandono. Venite a vedere che rivalità c’è tra le famiglie dei Montecchi e Cappelletti, Monadi e Filippeschi. Senza la vostra presenza tutti si sentono autorizzati a comandare”.

Non è facile determinare con precisione gli accenni storici di questo verso e di quello seguente, intorno ai quali già discordano le note dei più antichi commentatori. Risulta ad ogni modo che i due nomi stavano ad indicare nel 1300, non due famiglie veronesi rivali, ma due casate ghibelline rispettivamente a Verona e Cremona. I Montecchi di Verona, i Cappelletti di Cremona, i Monadi di Perugina, i Filippeschi di Orvieto.

103Ch’avete tu e ‘l tuo padre sofferto,

per cupidigia di costà distretti,

che ‘l giardin de lo ‘mperio sia diserto.

106Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,

Monadi e Filippeschi, uom sanza cure:

color già tristi, e questi con sospetti!


 

Incalzante è il tono di Sordello che assume una vera e propria lamentazione geremiade:” Vieni, prosegue rivolgendosi all’imperatore d’Austria, – vieni a vedere la condizione umiliata e tribolata delle famiglie che reggono i feudi di diretta dipendenza imperiale. Scoprirai che la Contea degli Aldobrandeschi è stata tolta ai tuoi sudditi con la violenza, da parte del comune di Siena.

109Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura

D’ì tuoi gentili, e cura lor magagne;

e vedrai Santafior com’è oscura !

Questa terzina è interpretata in maniera diversa da alcuni autori:”Vieni a vedere il regime di tirannia (pressura) instaurato dai tuoi feudatari, e metti riparo alle loro colpe (magagne) e vedrai in che modo sia governata per esempio la contea di Santafiore.”

Le lamentazioni di Sordello esprimono naturalmente il pensiero di Dante Il poeta “utilizza la nobile anima mantovana” per esporre il suo sdegno nei confronti della situazione politica dei comuni italiani. Dante invoca la presenza dell’imperatore, l’unico che può mettere fine alle guerre intestine e imporre la sua autorità. Insomma per dirla in parole povere, Dante invoca la presenza “dell’uomo forte”, di colui che con la sua autorità impone le regole e fa rispettare la legge. Anche in questo caso, “nulla di nuovo sotto il sole”, altre volte gli italiani hanno invocato “l’uomo forte”, e spesso con conseguenze nefaste. Per Dante l’imperatore non è un personaggio astratto, ma l’uomo chiamato da Dio a inserirsi nel suo provvidenziale disegno, l’erede dei grandi personaggi della latinità e per il carattere sacro di Roma lo strumento necessario per le istituzioni umane, la fonte del diritto, il rappresentate dei fattori spirituali della grandezza civile. Roma è la sposa dell’imperatore, mancando l’imperatore è vedova e il suo lamento e il pianto si esprimono nell’accorata insistenza perché torni alla legittima sede.

“Vieni a vedere la tua Roma che piange, prosegue Sordello, è vedova e sola, e di notte chiama: Cesare mio perché non mi accompagni?”.

112Vieni a veder la tua Roma che piagne

Vedova e sola, e di notte chiama:

“Cesare mio, perché non m’accompagne ?”

“Vieni a vedere come la gente d’Italia si odia, quante sono le divisioni e le fazioni in contrasto tra di loro, e se niente di tutto questo ti muove pietà, allora vergognati del discredito che ti sei acquistato fra gli italiani con la tua condotta politica.

115Vieni a veder la gente quanto s’ama!

E se nulla di noi pietà ti move,

a vergognar ti vien de la tua fama.

Le lamentazioni di Sordello raggiungono ora l’acme della loro intensità. Si rivolge direttamente a Dio e gli chiede se Gesù Cristo si sia scordato delle genti italiani (continuo a ripetere, se Sordello avesse potuto vedere il destino dell’Italia nei secoli successivi forse si sarebbe convinto che Dio raramente volge il suo sguardo verso la penisola, tanti sono i guai e le disgrazie che nei secoli hanno afflitto questa nazione.) Se mi è lecito chiedere:”Gesù Cristo che fosti in terra per noi crocifisso, perché la tua giustizia si è allontanata da noi? Perché ci hai abbandonati? Come può esser che tu non intervenga a soccorrerci della nostra miseria?”

118E se licito m’è o sommo Giove

Che fosti in terra per noi crucifisso,

son li giusti occhi tuoi rivolti altrove ?

“nell’abisso insondabile della tua sapienza, queste calamità con cui ci affliggi preludono a un bene futuro, assolutamente imprevedibile dalla nostra corta intelligenza. Le città d’Italia sono tutte piene di tiranni e basta poco che un villano qualsiasi, che si dedica alla lotta politica, si faccia capo di una fazione e subito si atteggi a presuntuoso di fronte all’autorità dell’impero. Insomma faccia come C. Claudio Marcello, pompeiano, il console che ostinatamente sfidò il grande Cesare”.

121O è preparazion, che ne l’abisso

Del tuo consiglio fai, per alcun bene

In tutto de l’accorger nostro scisso ?

124Chè le città d’Italia tutte piene

Son di tiranni, ed un Marcel diventa

Ogne villan che parteggiando viene.

Il sarcasmo e l’ironia di Sordello raggiungono adesso “il top”. Sordello sino ad ora ha lanciato accuse contro i comuni italiani in genere, ma tutta questa filippica, mira il realtà a colpire la città che pur avendo dato i natali al sommo poeta, è caduta talmente in basso che viene accusata violentemente ricorrendo alle armi dell’ironia.


 

“Firenze mia, prosegue con tono ironico Sordello, puoi essere ben contenta che questi problemi a te non ti toccano, grazie al tuo popolo, che si studia, s’ingegna ed è così onesto e puro da non meritarsi simili rampogne. Molte persone hanno a cuore la giustizia e si muovono con circospezione e ponderatezza come un arciere che esita nel far scoccare la saetta e non vuole piegare inutilmente l’arco prima di aver ben considerato il bersaglio, ma il popolo fiorentino invece ha sempre la giustizia sulle labbra. Molti si ritengono incapaci ad assumere cariche pubbliche che come ben si sa sono onerose e gravide di responsabilità, ma il popolo di Firenze, senza essere chiamato, risponde sollecito e grida, facendosi avanti, ch’è degno dei pubblici uffici e se li assume con leggerezza e improntitudine, anzi è così sollecito a farsi avanti che si sobbarca dei problemi della collettività anche quando non è interpellato”

127Fiorenza mia, ben puoi essere contenta

Di questa digression che non ti tocca,

mercè del popolo tuo che si argomenta.

130Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca,

per non venir sanza consiglio a l’arco:

ma ‘l popol tuo l’ha in sommo de la bocca.

133Molti rifiutan lo comune incarco;

ma il popol tuo solicito risponde

sanza chiamare, e grida:”I’ mi sobbarco!”.

Prosegue il discorso sofferto e mordace di Sordello che accusa Firenze. “La ricchezza, la pace e l’intelligenza nell’arte del governo sono del tutto assenti da quanto la città è in mano a “gente nova” che cerca i “subiti guadagni”, dominata dall’orgoglio e dalla smoderatezza nei desideri della vita: Firenze hai ben motivi per rallegrarti! Tu sei ricca, sei in pace con tutti, ed hai molta saggezza nel tuo comportamento. Tutto questo che dico è dimostrato dai fatti!. Nessuna città al mondo e della storia può paragonarsi a te. Atene e Sparta che furono molto ben governate, forniscono appena un barlume di ottimo stato politico nei tuoi confronti, che escogiti provvedimenti così ingegnosi che fatti nel mese di ottobre non giungono nemmeno a metà novembre, ossia durano meno di un mese”.

136Or ti fa lieta, chè tu hai ben onde:

tu ricca, tu con pace, e tu con senno !

S’io dico ‘l ver, l’effetto nol nasconde.

139Atene e Lacedemona, che fenno

L’antiche leggi e furon sì civili,

fecero l viver bene un picciol cenno

142verso di te, che fai tanto sottili

provvedimenti, ch’a mezzo novembre

non giugne quel che tu d’ottobre fili.

“Quante volte nel corso degli anni hai cambiato leggi, magistrati e monete, quante fazioni politiche si sono alternate al governo della città, eppure se guardi con attenzione alle vicende politiche che hanno travagliato la città vedrai che mai hai raggiunto la serenità, sei simile a quella malata che coricata su un letto, non riesce trovare una posizione stabile per riposare, e crede di trovare sollievo e difesa dal dolore rivolgendosi sull’uno e sull’altro fianco”.

145Quante volte, del tempo che rimembre,

legge,moneta, officio e costume

hai tu mutato, e rinovate membre !

148E se ben ti ricordi e vedi lume,

vedrai te somigliante a quella inferma

che non può trovar posa in su le piume,

151ma con dar volta suo dolore scherna.

La similitudine con la donna inferma coricata nel letto che non riesce a trovare una posizione per riposare e si volge su un fianco e sull’altro, è un altro mirabile esempio che Dante utilizza nel suo poema. Il paragone spiega il disagio in cui versa la città di Firenze, che ritiene di migliorare cambiando, mentre nelle mutazioni è il senso della sua inguaribile malattia.

Da questo grido di dolore di Sordello, traspare tutta l’amarezza e la sofferenza di Dante che è stato costretto all’esilio. Le vicende di Firenze sono le vicende dell’intera umanità, che nel corso dei secoli soffre e sempre soffrirà di egoismo, cupidigia e sete di potere in cui le lotte tra concittadini e contro il potere dell’imperatore porta costantemente all’instabilità di un sistema politico. Rispetto ai tempi di Dante sono cambiante le forme di lotta, i personaggi e le casate, ma il “male antico” degli italiani perennemente in lotta tra loro e contro l’autorità è rimasto costante. Sono talmente tanti e tali le situazioni di lotte fratricide che gli esempi si sprecherebbero. Per rimanere ai tempi nostri, spesso, la lotta politica è sfoggiata in violenza e sopraffazione verso i più deboli. Lo stato e la democrazia sono state spesso minacciate da gruppi di violenti che con il terrore e la violenza hanno cercato di imporre le proprie idee. C’è poco da aggiungere, se Dante fosse vissuto ai nostri giorni, forse non avrebbe fatto parlare Sordello, forse avrebbe scelto un giornalista o uno scrittore, ma penso che la denuncia di Sordello sia valida ed attuale anche per i nostri tempi!

 
Ultimo aggiornamento Lunedì 06 Febbraio 2012 20:26

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