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NoParafrasi
- Sabato 27 Dicembre 2008
- Sezione:
- Categoria: Canto VI
Parafrasi canto sesto purgatorio
Quando finisce il giovo della giara,
e i due giocatori si separano,
il perdente rimane pensieroso in
disparte, ripetendo i tiri dei dadi, e
dalla sua sconfitta impara, la folla
degli spettatori segue il vincitore,
chi lo precede, chi lo marca da
dietro, e chi di lato si fa notare, il
vincitore non si ferma, ascolta
l’uno e l’altra; quelli a cui dà un
po’ di soldi, ma non lo molestano più,
e così si difende alla meglio dalle
pressioni.
Così ero io, circondato da quella
Folla fitta e ostinata, dando retta
Ora all’uno ora all’altro, e facendo
Promesse per me ne liberare.
Tra questa folla di spiriti c’erano gli
Aretini Benincasa da Laterina, che
Fu ucciso dal sanguinario Ghino di
Tacco, e Guccio dei Tarlati, che
Annegò mentre inseguiva i suoi
Nemici.
Tra loro mi supplicavano tendendo
La mano anche Federico Novello dei
Conti Guidi e Gano, figlio di
Marzucco degli Scornigiani di Pisa,
che con la sua morte fece sì che
suo padre si mostrasse forte.
Vidi poi il conte Orso degli Alberti
Di Mangone e l’anima di Pierre de
La Brosse, separata dal corpo,
come lui diceva, per rancore e
invidia, ma non per colpa
commessa; e perciò la signora di
Barbante, finchè visse, provveda
Per la sua anima, così da non
Trovarsi dopo la morte in una
Compagnia peggiore di questa.
Appena mi fui liberato da tutte
Quelle ombre che chiedevano
Suffragi, così da accelerare la loro
Purificazione, dissi a Virgilio:” Mi
Sembra che tu, o luce che illumini
La mia mente, dica in un passo del
Tuo poema che le preghiere non
Possono cambiare una decisione
Divina, eppure questa folla prega
Proprio per questo; la loro
Speranza sarebbe dunque vana,
oppure non mi è ben chiaro ciò che
hai scritto ?”.
Virgilio rispose:” Il mio passo è
Chiaro; e costoro non sbagliano a
Sperare, se si osserva con equità
Di giudizio; perché infatti l’altezza
Del giudizio divino non è sminuita
Dal fatto che l’ardore della carità
Paga in un momento il debito che
Devono a Dio le anime che hanno
Sede qui, e nel brano in cui feci
Quell’affermazione, dissi che non
Si rimediava a una colpa con la
Preghiera, perché la preghiera non
Veniva fatta in grazia di Dio.
Tuttavia non bloccare la tua mente
In un dubbio così profondo, se non
Ti dice di farlo colei che illuminerà
Al tuo intelletto la verità. Non so se
Capisci a chi mi riferisco, a
Beatrice che tu vedrai sulla vetta
Di questo monte, mentre ride di
Felicità”.
Dissi allora:”mio signore,
muoviamoci più in fretta, perché
ormai non mi stanco più come
poco fa, e vedi che il monte
comincia a proiettare la sua
ombra dato che il sole lo ha
oltrepassato”. Rispose Virgilio:
“noi continueremo a salire finchè
Dura la luce del giorno, quanto
Potremo; ma la situazione è ben
Diversa da come pensi.
Infatti, prima che tu abbia
Raggiunto la vetta, vedrai tornare
In cielo il sole, che adesso è
Nascosto dalla costa del monte,
così che tu non fai più ombra per
terra col tuo corpo. Ma guarda
laggiù un’anima che, sola e in
disparte, ci sta guardando, sarà lei
a indicarci la via più breve”.
La raggiungemmo: quell’anima
Lombarda stava ferma, con aria
Altera e distaccata, maestosa e
lenta nel girare lo sguardo. Non ci
Diceva nulla, ma ci lasciava
Avvicinare, limitandosi a guardarci,
come fa il leone in riposo.
Solo Virgilio le si avvicinò,
pregandola di mostrarci la via
migliore per salire; ma
quell’anima, invece di rispondere
alla sua domanda, ci chiese della
nostra provenienza e della nostra
condizione; la mia buona guida
aveva appena incominciato a
rispondergli:”Mantova…”, che
l’ombra, raccolta in sé si alzò
verso di lui da dove si trovava, con
queste parole:”O mantovano, io
sono Sordello, e vengo dalla tua
città”, e i due si abbracciarono a
vicenda.
Ahimè, Italia schiava, sede di
Dolore, nave senza timoniere in un
Mare in tempesta, non signora
Ma meretrice! L’anima
Nobile di Sordello, solo per aver
Udito il nome della sua città, fu
Così pronta ad accogliere con
Affetto il suo concittadino; e invece
Adesso in te, Italia, i tuoi figli non
Smettono mai di fare guerra e
Coloro che dovrebbero essere uniti,
perché vivono entro una stessa
cinta di mura, si straziano l’un
l’altro.
O infelice, guarda bene le coste
Dei tuoi mari, e poi dentro di te,
e vedi se c’è una tua piccola parte
che viva in pace. A che servì
che Giustiniano ti sistemasse il
freno, se poi la sella è vuota ?
Senza il freno, la tua vergogna
Almeno sarebbe minore.
Ah popolo che dovresti essere
Obbediente alla legge, e lasciare
Sedere il legittimo imperatore sul
Trono, se interpreti bene ciò che
Dio ti comanda, guarda come
Questa giumenta è diventata
Ribelle perché non è pungolata
Dagli sproni dal momento in cui
Hai preso in mano la predella.
O Alberto I d’Austria, tu che
Abbandoni questa giumenta,
imbizzarrita e selvaggia, mentre
invece dovresti montarla in sella,
io prego che dal Cielo venga
mandata una giusta punizione si
di te, e sui tuoi discendenti, che sia
straordinaria e ben visibile, così
che il tuo successore ne sia
spaventato!
Perché tu, Alberto, e tuo padre,
Rodolfo, avete tollerato, distratti
Dall’avidità di conquistare territori
In Germania, che l’Italia, giardino
Dell’impero, venisse abbandonata.
Vieni a vedere le famiglie potenti
D’Italia, Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, o uomo che
Non ti curi dei tuoi doveri: gli uni
Già infelici, perché ormai sconfitti,
gli altri col timore di esserlo!
Vieni, o uomo spietato, a vedere
Con i tuoi occhi la sofferenza dei
Tuoi vassalli, e preoccupati delle
Loro colpe, e scoprirai com’è
Decaduta la casata dei Santafiora!
Vieni a vedere la disperazione di
Quella che dovrebbe essere la tua
Capitale, Roma, ora abbandonata,
che ti invoca giorno e notte,
dicendo:”O mio imperatore, perché
non stai in mia compagnia?” Vieni
a vedere quanto amore e
concordia regna nel popolo
italiano! E se non ti fa
compassione la condizione di noi
italiani, almeno vieni a provare
vergogna della tua fama che ormai
in Italia è molto decaduta.
E, se mi è lecito chiederlo, o Gesù,
che ti lasciasti crocifiggere per noi
sulla terra, il tuo sguardo pieno di
giustizia è forse rivolto altrove?
Oppure questa è una prova che tu
Ci mandi per prepararci, nell’abisso
Insondabile della tua mente
Divina, a un bene ignoto, del tutto
Inattingibile alla nostra
Comprensione? Perché ormai tutte
Le città italiane sono piene di
Tiranni, e qualunque rozzo
Contadino che si metta a fare il
Politicante diventa un salvatore
Della patria.
O mia Firenze, tu puoi rallegrarti
Che questa digressione non ti
Riguardi, grazie ai tuoi concittadini che
Si ingegnano tanto.
Molti, non fiorentini, hanno
Radicato nell’animo il senso della
Giustizia, ma la manifestano tardi
Per non parlare senza saggezza,
ma i fiorentini, il tuo popolo, la
giustizia ce l’hanno sempre in
bocca. Molti, fuori da Firenze,
rifiutano le cariche pubbliche, ma i
fiorentini sono così solleciti che
non aspettano nemmeno che
vengano loro proposte, e
addirittura gridano che vogliono
sobbarcarsi tutti gli incarichi politici.
Perciò rallegrati, perché ne hai ben
Motivo: sei ricca, in pace e
Governata saggiamente. Se io dico
La verità, i f atti non mi
Smentiscono.
Le celebri città di Atene e Sparta
Che per prima istituirono sistemi
Legislativi e fondarono grandi
Civiltà, diedero un piccolo esempio
Di buona convivenza sociale al
Confronto di te, che prendi
Provvedimenti così sottilmente
Intelligenti, che quello che hai
Stabilito a ottobre non dura fino a
Metà novembre.
Quante volte, a memoria d’uomo,
hai cambiato leggi, moneta,
incarichi e abitudini, e hai assistito
a un ricambio dei tuoi cittadini! E
se hai buona memoria e un po’ di
intelligenza, vedrai quanto somigli
a quella malata che non riesce a
trovare riposo nel letto ma
continuamente si gira per alleviare
il suo dolore.
(Natalino Sapegno - Divina Commedia)
| Sordello-Dante denunciano la corruzione di Firenze (versi 97-151) → |
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