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Le anime dei morti per violenza (versi 1-24) - Ghino di Tacco

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Quando una persona vinceva al gioco della zara, accadeva che mentre il perdente rimaneva dolente e ripeteva nella sua mente il tiro dei dadi che aveva sbagliato, tutta la gente andava dietro al vincitore, chi gli si parava dinanzi, chi di lato, chi di dietro e tutti gli chiedevano qualcosa. Il vincitore ascoltava le persone più vicine, dava mance a chi gli tendeva la mano. Poi cercava svincolarsi, lo faceva con decisione e con perizia e pian piano si allontanava. Così era il poeta in quella folla di anime. Era come un vincitore al gioco della zara.

Quanti personaggi famosi Dante vede in quella calca di anime! Ne riconosce molti come Benincasa da Laterina, Guccio dei Tarlati da Pietramola, Federigo Novello, Marzocco degli Scornigiani, Orso degli Alberti, Pier de la Broccia.

1Quando si parte il gioco della zara,

colui che perde si riman dolente,

repetendo le volte, e tristo impara;

4con l’altro se ne va tutta la gente;

qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,

e qual dallato li si reca a mente;

7el non s’arresta, e questo e quello intende;

a cui porge la man, più non fa pressa;

e così da la calca si difende.

10Tal era io in quella turba spessa,

volgendo a loro e qua e là la faccia,

e promettendo mi sciogliea da essa.

13Quiv’era l’Aretin che da le braccia

Fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,

e l’altro ch’annegò correndo in caccia.

Tra quella folla di spiriti vi erano gli aretini Benincasa da Laterina e Guccio dei tarlati.

La morte di Benincasa da Caterina, si allaccia a quella del suo assassino, Ghino di Tacco. Benincasa da Caterina era di Arezzo. Noto giureconsulto, che, per dovere d’ufficio emise condanne a morte. La sua morte è da collegare ad un personaggio molto famoso ai suoi tempi:il bandito Ghino di Tacco.

Ghinotto di Tacco, detto Ghino, nacque a La Fanta nella seconda metà del XIII secolo, oggi nel comune di Sinalunga (Siena). Figlio del nobile ghibellino Tacco di Ugolino, aveva un fratello di nome Turino. Rampollo della famiglia Cacciaconti Monacheschi Pecorai, insieme al padre, al fratello e uno zio commetteva furti e rapine, nonostante la caccia che gli veniva data dalla Repubblica di Siena, la banda risultava imprendibile. Dopo varie vicende, vennero catturati, e giustiziati nella Piazza del Campo di Siena. Ghino ed il fratello se la cavarono in virtù della minore età. Il nome di “Ghino di Tacco” mi frullava nella mente mentre leggevo la terzina suddetta, non ricordavo però dopo l’avevo sentito nominare. Con uno sforzo di memoria ricordai che Ghino di Tacco era lo pseudonimo con cui Bettino Craxi firmava i suoi editoriali di analisi politica sul giornale” l’Avanti”, che era il quotidiano del Partito Socialista Italiano. Si trattava dell’epiteto con il quale spregiativamente il direttore de” la Repubblica” Eugenio Scalfari aveva assimilato la sua “rendita di posizione” nella politica italiana a quella del celebre bandito medievale. Ecco allora che la storia di questo personaggio mi ha incuriosito. I versi suddetti appaiono indecifrabili: “Quiv’era l’Aretin che da le braccia fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte”. Sfido chiunque a capirne il significato senza conoscere la storia del bandito senese.

La data di nascita di Ghino è incerta, ma si colloca nella seconda metà del XIII secolo, viste le testimonianze che si hanno circa le scorribande della banda dei quattro composta da suo padre Tacco di Ugolino, suo zio Ghino di Ugolino ed i due piccoli fratelli, Ghino appunto, il primogenito, e Turino, il minore. Fin da piccolo, infatti, Ghino veniva trascinato dal padre e dallo zio nelle scorrerie nei dintorni del suo luogo di nascita, il piccolo castello-fattoria de La Fratta, nella Val di Chiana senese. Il motivo dell’attività di briganti va ricercato probabilmente nella rendita, ovvero il prelievo della ricchezza terriera dalla Chiesa senese a favore dello Stato pontificio, tassa ritenuta eccessiva dai nobiluomini ghibellini della Fratta dei Cacciaconti. In seguito a gravi incidenti che avvennero fra le autorità senesi e la famiglia di Ghino, i quattro furono condannati dal tribunale del comune di Siena, che diede loro la caccia per molti anni, fino a catturarli tutti nel 1285. Dopo essere stati torturati, lo zio ed il padre di Ghino furono giustiziati in piazza del Campo a Siena nel 1286. La sentenza fu emanata dal famoso giudice Benincasa da Laterina presso Arezzo, il quale, tra l’altro, dopo qualche anno fu nominato senatore ed auditor presso la corte dello Stato pontificio. Ghino ed il fratello Turino sfuggirono alla morte soltanto perché erano ancora minorenni, e rimasero fuori dalla scena per due o tre anni.

Ghino divenne un fuorilegge ed occupò l’impenetrabile fortezza di Radicofani, sempre in territorio senese, ma al confine con lo stato pontificio. Fece della rocca il suo covo, e da lì continuò le sue scorribande, concentrandosi sui viandanti che passavano nelle sottostanti vie, fondamentali per la comunicazione usata dai pellegrini in viaggio verso Roma. Ghino compiva delle imboscate ai viaggiatori, si informava dell’entità dei loro beni, poi li derubava quasi completamente, però lasciando loro di che sopravvivere, ed offrendo loro un banchetto. Per questo motivo e perché lasciava liberi di proseguire sia i poveri che gli studenti, Ghino di Tacco fu considerato un ladro gentiluomo, una sorta di Robin Hood ante litteram .

Fiero di questa sua fama, sentì il dovere di vendicare padre e fratello, per questo si recò a Roma alla ricerca di Benincasa da Laterina, ormai diventato un importante giudice della corte dello Stato pontificio. Al comando di quattrocento uomini e armato di una picca, entrò nel tribunale papale nel Campidoglio e decapitò il giudice Benincasa, infilando poi la testa sulla picca e portandoselo nella rocca di Radicofani, dove a lungo ne espose lo scalpo al torrione.

Compiuto questo macabro ma teatrale gesto, Ghino tornò a compiere scorribande in val d’Orcia, continuando ad alimentare attorno a sé un alone leggendario di fiero ed imbattibile guerriero. Fu in questo periodo che si colloca l’altro fatto che riportò Ghino sotto le luci della ribalta letteraria. Boccaccio nel Decamerone parla del trattamento che Ghino di Tacco riservò all’abate di Cluny. Questi, nel viaggio di ritorno da Roma dopo aver portato al papa Bonifacio VIII il frutto della riscossione dei crediti della Chiesa francese, decise di curare il suo mal di fegato e stomaco (dovuto ai bagordi romani) con le acque termali di San Casciano dei Bagni, già allora nota stazione termale. Ghino, saputo dell’arrivo dell’importante e ricco abate, organizzò l’imboscata e lo rapì, senza causargli alcun male. Ghino rinchiuse l’abate nella sua torre della rocca di Radicofani, nutrendolo solo a pane, fave secche e Vernaccia di San Gimignano. Questa dieta fece “miracolosamente” passare il mal di stomaco all’abate il quale convinse il papa Bonifacio VIII a perdonare Ghino di Tacco per l’assassinio del giudice Benincasa, nominandolo addirittura Cavaliere di S. Giovanni, facendolo benvolere anche da Siena.

Alcuni storici ritengono che Ghino sia morto a Roma, Secondo altri, invece, a seguito del perdono papale e quello senese, Ghino di Tacco non dovette più nascondersi e darsi alla macchia,ma, gentiluomo qual era si dedicò agli altri, tanto che, venne assassinato cercando di sedare una rissa fra fanti e contadini nei pressi di Sinalunga, a due soli chilometri dal suo luogo di nascita.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento Lunedì 06 Febbraio 2012 20:27

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