Prosegue l’incontro di Dante con le anime dell’Antipurgatorio. Sono tantissime le anime che incontra. Tra queste c’è il giudice Benincasa da Laterina, decapitato dal bandito Ghino di Tacco.

Quando Dante parla delle anime che incontra nel suo viaggio nell’Antipurgatorio, non ne precisa il numero. Dice di aver incontrato una “schiera di anime”, senza mai specificarne l’esatto numero. Si capisce comunque che devono essere parecchie. Stupore e meraviglia hanno le anime che incontrano un uomo vivo nel regno dei morti!,poi passate queste prime sensazioni, tutti si rendono conto che Dante rappresenta un’occasione meravigliosa, da sfruttare, per ridurre la loro permanenza in quel luogo. Bene o male tutte quelle anime hanno in terra qualcuno che può pregare per loro, e la preghiera delle persone in grazia di Dio riduce il loro tempo d'attesa nell’Antipurgatorio. E’ pertanto fondamentale che Dante venga a conoscenza della loro identità per poter poi trasmettere il messaggio ai familiari. E’ vero che siamo nel Purgatorio, in un regno dove le anime non sono spiriti cattivi, forse lo sono state in terra, ma comunque alla fine si sono pentite, quindi sono anime benigne, alcune nobili, ma sono pur sempre persone di un certo “carattere” gente che in terra “ si era fatta rispettare”: Iacopo del Cassero, Buonconte di Montefeltro, Manfredi, sono esempi di grandi guerrieri e uomini d’azione. Sono quelli che per primi si fanno largo nella schiera delle anime facendosi riconoscere dal Poeta. E le altre anime? Sicuramente tra di loro ci sono persone di grande valore che vogliono parlare con Dante, il quale non ha paura di loro, ma è preoccupato, vorrebbe accontentarli tutti. Chiede conforto e consiglio a Virgilio. Ma Virgilio che in altre occasioni ha dimostrato risolutezza e decisione, non sa ora che “pesci prendere”. Come liberarsi di quelle anime?, Come soddisfare tutte le loro richieste? Il povero Dante sa che non riuscirà a tenere in mente le identità di tutti. Certo, si ricorderà sicuramente di Pia, dato che le presenze femminili non sono in gran numero, ma le altre anime, come farà a ricordarsene? La vicenda mi fa venire in mente quei concerti di musica leggera che si tengono in grandi piazze o comunque in spazi ampi e dove si esibisce un cantante di moda. Quando il protagonista dello spettacolo termina la sua esibizione, quasi sempre viene “assalito” dai suoi fans: lo amano, e quindi lo vogliono vedere da vicino, possibilmente toccarlo, magari parlargli, e comunque vogliono farsi fare un autografo. La "star" cerca di accontentare tutti, dà la mano, manda saluti, firma autografi, ma poi la ressa delle persone aumenta e il divo si rende conto che il troppo affetto dei suoi fans può creargli problemi di incolumità fisica. A quel punto intervengono le sue guardie del corpo e viene messo in salvo. Dante non ha guardie del corpo (sicuramente non può essere considerato tale Virgilio) .Comincia a temere che tutte quelle anime gli impediranno di proseguire nel suo cammino. Rimpiange di avere quel suo corpo mortale che riflettendo i raggi solari attira l’attenzione di tutte le anime che incontra. Piccola parentesi per spiegare cos’è il gioco della zara. Oggetto di insistenti, quando inutili divieti negli statuti comunali, era diffusissimo nel trecento. Si faceva gettando su un tavoliere tre dadi e consisteva nell’indovinare in anticipo i numeri risultanti dalle loro possibili combinazioni. Quei numeri, al di sotto del 7 e al di sopra del 14, come il 3, il 4, il 17, il 18, che potevano nascere da una sola, anziché da più combinazioni, erano considerati “nulli”. Il nome del gioco viene dall’arabo az-zahr che significa appunto dadi. Al gioco assistevano molti sfaccendati e, alla fine, il vincitore veniva circondato da postulanti che approfittavano della sua passeggera euforia per ottenere da lui soccorsi e regali.

Quando una persona vinceva al gioco della zara, accadeva che mentre il perdente rimaneva dolente e ripeteva nella sua mente il tiro dei dadi che aveva sbagliato, tutta la gente andava dietro al vincitore, chi gli si parava dinanzi, chi di lato, chi di dietro e tutti gli chiedevano qualcosa. Il vincitore ascoltava le persone più vicine, dava mance a chi gli tendeva la mano. Poi cercava svincolarsi, lo faceva con decisione e con perizia e pian piano si allontanava. Così era il poeta in quella folla di anime. Era come un vincitore al gioco della zara.

Quanti personaggi famosi Dante vede in quella calca di anime! Ne riconosce molti come Benincasa da Laterina, Guccio dei Tarlati da Pietramola, Federigo Novello, Marzocco degli Scornigiani, Orso degli Alberti, Pier de la Broccia.

1Quando si parte il gioco della zara,

colui che perde si riman dolente,

repetendo le volte, e tristo impara;
 

4con l’altro se ne va tutta la gente;

qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,

e qual dallato li si reca a mente;

 

7el non s’arresta, e questo e quello intende;

a cui porge la man, più non fa pressa;

e così da la calca si difende.

 

10Tal era io in quella turba spessa,

volgendo a loro e qua e là la faccia,

e promettendo mi sciogliea da essa.

 

13Quiv’era l’Aretin che da le braccia

Fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,

e l’altro ch’annegò correndo in caccia.

Tra quella folla di spiriti vi erano gli aretini Benincasa da Laterina e Guccio dei tarlati.

La morte di Benincasa da Caterina, si allaccia a quella del suo assassino, Ghino di Tacco. Benincasa da Caterina era di Arezzo. Noto giureconsulto, che, per dovere d’ufficio emise condanne a morte. La sua morte è da collegare ad un personaggio molto famoso ai suoi tempi:il bandito Ghino di Tacco.

Ghinotto di Tacco, detto Ghino, nacque a La Fanta nella seconda metà del XIII secolo, oggi nel comune di Sinalunga (Siena). Figlio del nobile ghibellino Tacco di Ugolino, aveva un fratello di nome Turino. Rampollo della famiglia Cacciaconti Monacheschi Pecorai, insieme al padre, al fratello e uno zio commetteva furti e rapine, nonostante la caccia che gli veniva data dalla Repubblica di Siena, la banda risultava imprendibile. Dopo varie vicende, vennero catturati, e giustiziati nella Piazza del Campo di Siena. Ghino ed il fratello se la cavarono in virtù della minore età. Il nome di “Ghino di Tacco” mi frullava nella mente mentre leggevo la terzina suddetta, non ricordavo però dopo l’avevo sentito nominare. Con uno sforzo di memoria ricordai che Ghino di Tacco era lo pseudonimo con cui Bettino Craxi firmava i suoi editoriali di analisi politica sul giornale" l’Avanti", che era il quotidiano del Partito Socialista Italiano. Si trattava dell’epiteto con il quale spregiativamente il direttore de" la Repubblica" Eugenio Scalfari aveva assimilato la sua “rendita di posizione” nella politica italiana a quella del celebre bandito medievale. Ecco allora che la storia di questo personaggio mi ha incuriosito.I versi suddetti appaiono indecifrabili: “Quiv’era l’Aretin che da le braccia fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte”. Sfido chiunque a capirne il significato senza conoscere la storia del bandito senese.

La data di nascita di Ghino è incerta, ma si colloca nella seconda metà del XIII secolo, viste le testimonianze che si hanno circa le scorribande della banda dei quattro composta da suo padre Tacco di Ugolino, suo zio Ghino di Ugolino ed i due piccoli fratelli, Ghino appunto, il primogenito, e Turino, il minore. Fin da piccolo, infatti, Ghino veniva trascinato dal padre e dallo zio nelle scorrerie nei dintorni del suo luogo di nascita, il piccolo castello-fattoria de La Fratta, nella Val di Chiana senese. Il motivo dell’attività di briganti va ricercato probabilmente nella rendita, ovvero il prelievo della ricchezza terriera dalla Chiesa senese a favore dello Stato pontificio, tassa ritenuta eccessiva dai nobiluomini ghibellini della Fratta dei Cacciaconti. In seguito a gravi incidenti che avvennero fra le autorità senesi e la famiglia di Ghino, i quattro furono condannati dal tribunale del comune di Siena, che diede loro la caccia per molti anni, fino a catturarli tutti nel 1285. Dopo essere stati torturati, lo zio ed il padre di Ghino furono giustiziati in piazza del Campo a Siena nel 1286. La sentenza fu emanata dal famoso giudice Benincasa da Laterina presso Arezzo, il quale, tra l’altro, dopo qualche anno fu nominato senatore ed auditor presso la corte dello Stato pontificio. Ghino ed il fratello Turino sfuggirono alla morte soltanto perché erano ancora minorenni, e rimasero fuori dalla scena per due o tre anni.

Ghino divenne un fuorilegge ed occupò l’impenetrabile fortezza di Radicofani, sempre in territorio senese, ma al confine con lo stato pontificio. Fece della rocca il suo covo, e da lì continuò le sue scorribande, concentrandosi sui viandanti che passavano nelle sottostanti vie, fondamentali per la comunicazione usata dai pellegrini in viaggio verso Roma. Ghino compiva delle imboscate ai viaggiatori, si informava dell’entità dei loro beni, poi li derubava quasi completamente, però lasciando loro di che sopravvivere, ed offrendo loro un banchetto. Per questo motivo e perché lasciava liberi di proseguire sia i poveri che gli studenti, Ghino di Tacco fu considerato un ladro gentiluomo, una sorta di Robin Hood ante litteram .

Fiero di questa sua fama, sentì il dovere di vendicare padre e fratello, per questo si recò a Roma alla ricerca di Benincasa da Laterina, ormai diventato un importante giudice della corte dello Stato pontificio. Al comando di quattrocento uomini e armato di una picca, entrò nel tribunale papale nel Campidoglio e decapitò il giudice Benincasa, infilando poi la testa sulla picca e portandoselo nella rocca di Radicofani, dove a lungo ne espose lo scalpo al torrione.

Compiuto questo macabro ma teatrale gesto, Ghino tornò a compiere scorribande in val d’Orcia, continuando ad alimentare attorno a sé un alone leggendario di fiero ed imbattibile guerriero. Fu in questo periodo che si colloca l’altro fatto che riportò Ghino sotto le luci della ribalta letteraria. Boccaccio nel Decamerone parla del trattamento che Ghino di Tacco riservò all’abate di Cluny. Questi, nel viaggio di ritorno da Roma dopo aver portato al papa Bonifacio VIII il frutto della riscossione dei crediti della Chiesa francese, decise di curare il suo mal di fegato e stomaco (dovuto ai bagordi romani) con le acque termali di San Casciano dei Bagni, già allora nota stazione termale. Ghino, saputo dell’arrivo dell’importante e ricco abate, organizzò l’imboscata e lo rapì, senza causargli alcun male. Ghino rinchiuse l’abate nella sua torre della rocca di Radicofani, nutrendolo solo a pane, fave secche e Vernaccia di San Gimignano. Questa dieta fece “miracolosamente” passare il mal di stomaco all’abate il quale convinse il papa Bonifacio VIII a perdonare Ghino di Tacco per l’assassinio del giudice Benincasa, nominandolo addirittura Cavaliere di S. Giovanni, facendolo benvolere anche da Siena.

Alcuni storici ritengono che Ghino sia morto a Roma, Secondo altri, invece, a seguito del perdono papale e quello senese, Ghino di Tacco non dovette più nascondersi e darsi alla macchia,ma, gentiluomo qual era si dedicò agli altri, tanto che, venne assassinato cercando di sedare una rissa fra fanti e contadini nei pressi di Sinalunga, a due soli chilometri dal suo luogo di nascita.

L’altro aretino citato da Dante è Guccio dei Tarlati da Pietramola, Ghibellino d’Arezzo, annegato nell’Arno combattendo contro i fuoriusciti della famiglia dei Bastoli.

16Quivi pregava con le mani sporte

Federigo Novello, e quel da Pisa

Che fè parer lo buon Marzucco forte.

Federigo Novello, figlio di Guido Novello dei conti del Casentino, ucciso nel 1289, presso Bibbiena, forse dall’aretino Fumaiolo di Alberto dei Bostoli. “Quel di Pisa”è un figlio di Marzocco degli Scornigiani, che i commentatori lo indicano con il nome di Farinata, ma probabilmente è da identificare con Gano, fatto uccidere nel 1287 dal conte Ugolino, durante l’aspra contesa fra questo e il Visconti per il dominio di Pisa. Marzocco fu uomo di grande importanza, più volte incaricato di importanti uffici fra il 1250 e il 1278; nel 1286 entra nell’ordine francescano e trascorre l’ultimo decennio del secolo nel convento di S.Croce a Firenze, dove Dante ebbe forse occasione di conoscerlo di persona, allorché frequentava la scuola dei religiosi. Il modo in cui mostrasse la sua forza d’animo nell’occasione della morte del figlio è variamente narrato dai commentatori. Una versione che risale al Boccaccio, dice che egli si presenta, travestito e senza dare alcun segno di dolore dinanzi a Ugolino per chiedergli che si concedesse gli onori funebri al cadavere, che quello aveva ordinato di restare insepolto, ma più credibile è l’altra versione che fa consistere la fortezza del Marzocco nel reprimere, cristianamente, ogni proposito di vendetta e perdono agli uccisori del figlio.

19Vidi conte Orso e l’anima divisa

Dal corpo suo per astio e per inveggia,

com’è dicea, non per colpa commissa;

 

22Pier de la Broccia dico: e qui proveggia,

mentr’è di qua la donna di Brabante,

si che però non si peggior greggia.

Orso degli Alberti figlio del conte Napoleone, fu ucciso dal cugino Alberto, figlio del conte Alessandro, nel 1286, e la sua morte si inserisce in quell’orrenda cronaca familiare che si apre con l’odio implacabile fra i genitori del morto e dell’ucciso e si continuerà con la morte violenta dello stesso Alberto nel 1325, per mano del nipote Spinello. “L’anima divisa” è l’anima di Pier della Broccia ucciso per invidia (inveggia) dalla regina e per intrighi di corte, ma immune da qualsiasi colpa. Pier de la Broccia, nato da una umile famiglia, si acquista la fama di chirurgo e ottiene il favore dei re di Francia, prima di Luigi IX e poi di Filippo III l’Ardito, che l’innalza alla carica di gran ciambellano. Nel 1276, morto misteriosamente Luigi, primogenito del re, Pietro accusa Maria di Brabante, seconda moglie di Filippo il Bello. Questa accusa gli procura l’odio implacabile della regina e dei suoi fautori. Nel 1278 egli fu a sua volta colpito di alto tradimento e di segrete intese con Alfonso X di Castiglia allora in guerra con la Francia e condannato falsamente di aver tentato di sedurla. E’ chiaro che Dante lo considera innocente e attribuisca la sua morte all’invidia e ai vizi di corte.