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NoIacopo Uguccione del Cassero (versi 67 - 84)
- Domenica 20 Luglio 2008
- Sezione:
- Categoria: Canto V
Parla Iacopo Uguccione del Cassero. La sua drammatica vicenda è narrata da Dante con ritmo incalzante ed altamente emotivo.
{mosgoogle left}Lo spirito che parla per primo è Iacopo Uguccione del Cassero. Discendente da antica famiglia di Fano, fu uomo di notevoli qualità militari. Nel 1288 prese parte, coi guelfi marchigiani alla guerra dei fiorentini contro Arezzo. Nel 1296-97 fu podestà di Bologna e difese con energia l'indipendenza del comune dalle mire ambiziose di Azzo VIII, marchese di Ferrara. Chiamato nel 1298 come podestà a Milano, Iacopo si reca per mare a Venezia, e di lì con cautela prosegue il suo viaggio attraverso i territori di Padova, ma viene ed assassinato dai sicari dell'estense. E' sepolto in Fano nella chiesa di San Domenico.
Iacopo riferisce a Dante di essere nato nel territorio della Marca Anconetana, precisamente a Fano e si raccomanda con il poeta di dire ai suoi cari che lui è in Purgatorio ed ha bisogno delle loro preghiere per abbreviare il periodo di permanenza nell'antipurgatorio.
"Venni ucciso nei pressi di Padova" inizia il suo racconto Iacopo, in grembo a li Antenori (con questo termine vuole designare i padovani col nome di quell'Antenoro troiano, che era il mitico fondatore della città, ma che Dante lo considera come il prototipo dei traditori politici). E' vero che la mia inimicizia con Azzo VIII era intensa, ma mai mi sarei aspettato che il suo odio giungesse al punto di farmi assassinare in modo così vile. Pensavo di essere al sicuro nel territorio di Padova, lontano dai territori del mio nemico, invece Azzo aveva complottato con qualcuno degli Estensi per colpirmi a tradimento.
67Ond'io, che solo innanzi a li altri parlo,
ti priego, se mai vedi quel paese
che siede tra Romagna e quel di Carlo,
70che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
in Fano, sì che ben per me s'adori
pur ch'ì possa purgar le gravi offese.
73Quindi fu' io; ma li profondi fori
Ond'uscì 'l sangue in sul qual io sedea,
fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
76là dov'io più sicuro esser credea:
quel da Esti il fè far, che m'avea in ira
assai più là che dritto non volea.
Prosegue il racconto accorato del Fanese: "Lo so è assurdo recriminare, ma se invece di passare attraverso il territorio degli Estensi, mi fossi diretto nella zona di Mira, non sarei caduto nell'agguato dei sicari di Azzo e probabilmente sarei ancora nel mondo dei vivi. I sicari mi inseguivano come dei cani da caccia. Vidi una palude e vi entrai. Mi impigliai nel fango tra le canne della palude e vidi con orrore che dalle mie ferite il sangue colava copiosamente.(Dante non lo dice ma ovviamente Iacopo mentre stava morendo dissanguato si pente dei suoi peccati).
79Ma s'io fosse fuggito inver la Mira,
quando fù sovragiunto ad Oriamo,
ancor sarei di là dove si spira.
82Corsi al palude, e le cannucce e 'l braco
M'impigliar sì ch'ì caddi; e li vid'io
De le mie vene farsi in terra laco".
Qui termina il racconto di Uguccione, ed immediatamente si fa avanti un altro spirito.
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