Divina commedia
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- Martedì 07 Febbraio 2012
- Sezione:
- Categoria: Canto IX
L’Aurora, compagna del vecchio Titone, già si
Faceva bianca, affacciandosi al balcone orientale,
appena uscita dalle braccia della sua dolce amante;
la sua fronte brillava di pietre preziose, disposte
a formare il disegno dello Scorpione, l’animale che con
la sua coda punge l’uomo; e la notte, nel luogo dove
eravamo, aveva già percorso un cammino di due ore
verso il suo culmine, e la terza ora già stava per
concludersi, con il suo passo alato; quando io che mi
portavo appresso il corpo, eredità di Adamo, vinto dal
sonno, mi coricai sull’erba sulla quale
tutti e cinque erano già seduti.
Nell’ora in cui la rondine comincia a garrire
Tristemente all’avvicinarsi dell’alba, forse ricordando
Le sue antiche sventure, e in cui la nostra mente,
più libera dai lacci del corpo e meno ingombrata dalle
preoccupazioni, è quasi presaga nelle sue visioni, allora
mi pareva di vedere in sogno un’aquila librarsi nel
cielo, coperta di penne d’oro, con le ali aperte e
pronta a calare verso il basso; e mi pareva di trovarmi
sul monte Ida, dove Ganimede lasciò i suoi compagni,
quando fu rapito da Giove per fare
da coppiere al banchetto degli dei.
Pensavo dentro di me:”Forse costei ha l’abitudine
Di colpire e predare in questo luogo, e forse
Disdegna di far preda altrove con i suoi artigli”.
Poi mi sembrava che, avendo compiute ampie
Volute nel cielo, scendesse inesorabile come
Una saetta e mi rapisse in cielo fino alla sfera
Del fuoco. Là mi sembrava che lei e io
Bruciassimo insieme; e le fiamme immaginate
In sogno mi scottarono tanto che
Fui costretto a svegliarmi.
Non si risvegliò diversamente Achille, volgendo
Intorno gli occhi appena aperti e non sapendo
Dove fosse, quando, mentre lui dormiva, la madre
Lo portò in braccio di nascosto dal centauro
Chirone, a Schiro, da dove poi i Greci lo
Portarono via; non si risvegliò dunque diversamente
Da come mi riscossi io, non appena il sonno
Si dileguò dai miei occhi, e diventai pallido,
come chi, preso da paura, rabbrividisce.
Al mio fianco c’era solo Virgilio, e il sole
Era sorto da più di due ore, e io avevo lo
Sguardo rivolto verso il mare. Mi disse
Il mio maestro:”Non avere paura, rassicurati,
poiché noi siamo giunti ad un buon punto:
non trattenere le tue forze, ma anzi impiegale
tutte. Tu sei ormai arrivato al Purgatorio. Vedi
lassù il risalto roccioso che lo cinge tutt’intorno;
vedi l’ingresso là dove quella roccia pare interrotta”.
Poco fa, all’alba, mentre la tua anima dormiva dentro
Il tuo corpo, è venuta una donna, sopra quei fiori
Che ornano la valle, e ha detto:”Io sono Lucia:
lascia che io prenda costui e gli agevoli il cammino”.
Sordello e le altre anime nobili rimasero là:
lei ti sollevò e, come spuntò il giorno, salì
quassù; ed io la seguii. Ti lasciò qui, ma prima i
suoi bellissimi occhi mi indicarono quel varco
aperto nella roccia; poi lei e il sonno se ne
andarono via contemporaneamente”.
Io mutai atteggiamento, come un uomo dubbioso
Che riacquista sicurezza e che muta la sua paura
In sollievo, dopo aver scoperto il vero stato delle cose;
e come Virgilio mi vide ormai privo di angoscia,
si avviò su verso la roccia ed io lo seguii.
O lettore, ti accorgi di come io stia elevando
L’argomento della mia poesia, perciò non ti
Stupire se io lo rafforzo con maggiori accorgimenti
Artistici e letterari. Noi ci avvicinammo ed eravamo
In un punto in cui, là dove mi sembrava esserci
Il varco, come una semplice fessura che spacca
Una parete, vidi che c’era una porta, con tre gradini
Ad di sotto, per accedervi, di tre colori diversi,
e un custode che ancora non parlava.
E come riuscii ad osservarlo più attentamente,
vidi che costui stava seduto sul gradino
più alto, tanto luminoso in volto che io non
lo sopportai; e impugnava una spada priva
del fodero, che rifletteva verso di noi una
luce tale che io alzai più volte gli occhi senza
riuscire a vedere nulla. Allora egli cominciò a
parlare dicendo:”Ditemi rimanendo dove siete:
che cosa volete?Dov’è chi vi guida?Badate che
la vostra salita non vi rechi danno”.
Gli rispose il mio maestro:”Una donna del cielo,
che conosce questo luogo, ci ha detto poco
fa:”Andate avanti per quella strada: la porta
è là”. Riprese il portiere:”Faccia dunque progredire
il vostro viaggio felicemente, avanzate dunque
verso i nostri gradini”.
Andammo fin là; e il primo scalino di marmo
Bianco era così pulito e lucido che io mi
Ci specchiai e mi vidi come realmente ero.
Il secondo gradino era più nero che scuro,
di una pietra non levigata e arida, incrinata
in lunghezza e in larghezza. Il terzo, che
sovrasta gli altri due, sembrava essere di porfido
rosso come il sangue che sgorga dalle vene.
Sopra a quest’ultimo scalino appoggiava i piedi
Un angelo di Dio, seduto sulla soglia, che mi
Sembrava fatta di diamante. La mia guida mi
Trascinò di buona lena su per i tre scalini,
dicendomi:”Chiedi con tutta umiltà che apra
la porta”. Pieno di devozione mi gettai ai piedi
dell’angelo: chiesi il perdono e che mi fosse
aperto, ma prima mi percossi tre volte il
petto. Egli mi tracciò sulla fronte sette P con la
punta della spada e disse:”Vedi di lavarti queste
ferite, una volta entrato là dentro”.
Il suo vestito aveva lo stesso colore della
Cenere o della terra secca che si estrae da una
Cava e da esso trasse due chiavi. Una era
D’oro e l’altra d’argento; egli aprì la porta
Prima con quest’ultima e poi con un’altra,
acconsentendo alla mia richiesta. Ci disse
l’angelo:”Ogni volta che una di queste due
chiavi fallisce, non girando bene nella toppa,
questa porta non si apre”.
“Una è più preziosa, ma l’altra richiede molta
Dottrina e impegno prima di funzionare, poiché
È quella che scioglie il nodo del peccato. Le ebbi
In consegna da san Pietro, che mi disse che
Sarebbe stato meglio sbagliare aprendo questa
Porta con troppa facilità piuttosto che tenendola
Chiusa, purchè la gente mi si getti ai piedi in
Atto di pentimento”. Poi spinse l’uscio della
Porta sacra e disse:”Entrate; ma vi avverto che chi
Si volta indietro è costretto a tornare là fuori”.
E quando quella porta santa fatta di metallo,
risonante e robusta, girò sui cardini, fece
più rumore della rupe Tarpea, e quest’ultima
non si mostrò così dura ad aprirsi, quando fu
privata della custodia del prode Metello, per cui
poi rimase spoglia del suo tesoro. Io mi
rivolsi sollecito al primo rumore proveniente da
là dentro, e mi parve di udire cantare con
accompagnamento musicale l’inno
Te Deum laudamus. Quello che io udivo mi
Procurava un’impressione simile a quella
Che si ha ascoltando il canto accompagnato
Dall’organo, in cui le parole si percepiscono
Solo a tratti.
(Divina Commedia – Natalino Sapegno)
| Il rito penitenziale (versi 85-145) → |
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