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L’Aurora, compagna del vecchio Titone, già si

Faceva bianca, affacciandosi al balcone orientale,

appena uscita dalle braccia della sua dolce amante;

la sua fronte brillava di pietre preziose, disposte

a formare il disegno dello Scorpione, l’animale che con

la sua coda punge l’uomo; e la notte, nel luogo dove

eravamo, aveva già percorso un cammino di due ore

verso il suo culmine, e la terza ora già stava per

concludersi, con il suo passo alato; quando io che mi

portavo appresso il corpo, eredità di Adamo, vinto dal

sonno, mi coricai sull’erba sulla quale

tutti e cinque erano già seduti.

Nell’ora in cui la rondine comincia a garrire

Tristemente all’avvicinarsi dell’alba, forse ricordando

Le sue antiche sventure, e in cui la nostra mente,

più libera dai lacci del corpo e meno ingombrata dalle

preoccupazioni, è quasi presaga nelle sue visioni, allora

mi pareva di vedere in sogno un’aquila librarsi nel

cielo, coperta di penne d’oro, con le ali aperte e

pronta a calare verso il basso; e mi pareva di trovarmi

sul monte Ida, dove Ganimede lasciò i suoi compagni,

quando fu rapito da Giove per fare

da coppiere al banchetto degli dei.

Pensavo dentro di me:”Forse costei ha l’abitudine

Di colpire e predare in questo luogo, e forse

Disdegna di far preda altrove con i suoi artigli”.

Poi mi sembrava che, avendo compiute ampie

Volute nel cielo, scendesse inesorabile come

Una saetta e mi rapisse in cielo fino alla sfera

Del fuoco. Là mi sembrava che lei e io

Bruciassimo insieme; e le fiamme immaginate

In sogno mi scottarono tanto che

Fui costretto a svegliarmi.

Non si risvegliò diversamente Achille, volgendo

Intorno gli occhi appena aperti e non sapendo

Dove fosse, quando, mentre lui dormiva, la madre

Lo portò in braccio di nascosto dal centauro

Chirone, a Schiro, da dove poi i Greci lo

Portarono via; non si risvegliò dunque diversamente

Da come mi riscossi io, non appena il sonno

Si dileguò dai miei occhi, e diventai pallido,

come chi, preso da paura, rabbrividisce.

Al mio fianco c’era solo Virgilio, e il sole

Era sorto da più di due ore, e io avevo lo

Sguardo rivolto verso il mare. Mi disse

Il mio maestro:”Non avere paura, rassicurati,

poiché noi siamo giunti ad un buon punto:

non trattenere le tue forze, ma anzi impiegale

tutte. Tu sei ormai arrivato al Purgatorio. Vedi

lassù il risalto roccioso che lo cinge tutt’intorno;

vedi l’ingresso là dove quella roccia pare interrotta”.

Poco fa, all’alba, mentre la tua anima dormiva dentro

Il tuo corpo, è venuta una donna, sopra quei fiori

Che ornano la valle, e ha detto:”Io sono Lucia:

lascia che io prenda costui e gli agevoli il cammino”.

Sordello e le altre anime nobili rimasero là:

lei ti sollevò e, come spuntò il giorno, salì

quassù; ed io la seguii. Ti lasciò qui, ma prima i

suoi bellissimi occhi mi indicarono quel varco

aperto nella roccia; poi lei e il sonno se ne

andarono via contemporaneamente”.

Io mutai atteggiamento, come un uomo dubbioso

Che riacquista sicurezza e che muta la sua paura

In sollievo, dopo aver scoperto il vero stato delle cose;

e come Virgilio mi vide ormai privo di angoscia,

si avviò su verso la roccia ed io lo seguii.

O lettore, ti accorgi di come io stia elevando

L’argomento della mia poesia, perciò non ti

Stupire se io lo rafforzo con maggiori accorgimenti

Artistici e letterari. Noi ci avvicinammo ed eravamo

In un punto in cui, là dove mi sembrava esserci

Il varco, come una semplice fessura che spacca

Una parete, vidi che c’era una porta, con tre gradini

Ad di sotto, per accedervi, di tre colori diversi,

e un custode che ancora non parlava.

E come riuscii ad osservarlo più attentamente,

vidi che costui stava seduto sul gradino

più alto, tanto luminoso in volto che io non

lo sopportai; e impugnava una spada priva

del fodero, che rifletteva verso di noi una

luce tale che io alzai più volte gli occhi senza

riuscire a vedere nulla. Allora egli cominciò a

parlare dicendo:”Ditemi rimanendo dove siete:

che cosa volete?Dov’è chi vi guida?Badate che

la vostra salita non vi rechi danno”.

Gli rispose il mio maestro:”Una donna del cielo,

che conosce questo luogo, ci ha detto poco

fa:”Andate avanti per quella strada: la porta

è là”. Riprese il portiere:”Faccia dunque progredire

il vostro viaggio felicemente, avanzate dunque

verso i nostri gradini”.

Andammo fin là; e il primo scalino di marmo

Bianco era così pulito e lucido che io mi

Ci specchiai e mi vidi come realmente ero.

Il secondo gradino era più nero che scuro,

di una pietra non levigata e arida, incrinata

in lunghezza e in larghezza. Il terzo, che

sovrasta gli altri due, sembrava essere di porfido

rosso come il sangue che sgorga dalle vene.

Sopra a quest’ultimo scalino appoggiava i piedi

Un angelo di Dio, seduto sulla soglia, che mi

Sembrava fatta di diamante. La mia guida mi

Trascinò di buona lena su per i tre scalini,

dicendomi:”Chiedi con tutta umiltà che apra

la porta”. Pieno di devozione mi gettai ai piedi

dell’angelo: chiesi il perdono e che mi fosse

aperto, ma prima mi percossi tre volte il

petto. Egli mi tracciò sulla fronte sette P con la

punta della spada e disse:”Vedi di lavarti queste

ferite, una volta entrato là dentro”.

Il suo vestito aveva lo stesso colore della

Cenere o della terra secca che si estrae da una

Cava e da esso trasse due chiavi. Una era

D’oro e l’altra d’argento; egli aprì la porta

Prima con quest’ultima e poi con un’altra,

acconsentendo alla mia richiesta. Ci disse

l’angelo:”Ogni volta che una di queste due

chiavi fallisce, non girando bene nella toppa,

questa porta non si apre”.

“Una è più preziosa, ma l’altra richiede molta

Dottrina e impegno prima di funzionare, poiché

È quella che scioglie il nodo del peccato. Le ebbi

In consegna da san Pietro, che mi disse che

Sarebbe stato meglio sbagliare aprendo questa

Porta con troppa facilità piuttosto che tenendola

Chiusa, purchè la gente mi si getti ai piedi in

Atto di pentimento”. Poi spinse l’uscio della

Porta sacra e disse:”Entrate; ma vi avverto che chi

Si volta indietro è costretto a tornare là fuori”.

E quando quella porta santa fatta di metallo,

risonante e robusta, girò sui cardini, fece

più rumore della rupe Tarpea, e quest’ultima

non si mostrò così dura ad aprirsi, quando fu

privata della custodia del prode Metello, per cui

poi rimase spoglia del suo tesoro. Io mi

rivolsi sollecito al primo rumore proveniente da

là dentro, e mi parve di udire cantare con

accompagnamento musicale l’inno

Te Deum laudamus. Quello che io udivo mi

Procurava un’impressione simile a quella

Che si ha ascoltando il canto accompagnato

Dall’organo, in cui le parole si percepiscono

Solo a tratti.

(Divina Commedia – Natalino Sapegno)

Ultimo aggiornamento Martedì 07 Febbraio 2012 21:25

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