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L'aquila rapisce Dante (versi 1 - 33 )

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  1. L'aquila rapisce Dante (versi 1 - 33 ) (<--)
  2. Progne e Filomela

Dopo un inizio in cui Dante "pesca" nella mitologia e una divagazione filosofica sulle tre anime che costituiscono l'uomo (l'anima intellettiva, quella sensitiva e quella vegetativa), ecco apparire nel cielo un'aquila regale, inviata da Lucia per prendere il poeta nel sonno e portarlo alle porte del Purgatorio.

Dopo un inizio in cui Dante “pesca” nella mitologia e una divagazione filosofica sulle tre anime che costituiscono l’uomo (l’anima intellettiva, quella sensitiva e quella vegetativa), ecco apparire nel cielo un’aquila regale, inviata da Lucia per prendere il poeta nel sonno e portarlo alle porte del Purgatorio.

1La concubina di Titone antico

Già s’imbiancava al balco d’oriente

Fuor de le braccia del suo dolce amico;

4Di gemme la sua fronte era lucente,

poste in figura del freddo animale

che con la coda percuote la gente;

7e la notte, dè passi con che sale,

fatti avea due nel loco ov’eravamo,

e ‘l terzo già chinava in giuso l’ale;

Versi ostici. Astrusi, difficili da comprendere. Consola il fatto che questi versi hanno fatto impazzire tutti gli studiosi di Dante. Vediamo di decifrarli. Partiamo dal dato meno problematico che è l’ora indicata nei versi 7-9. Nella notte equinoziale di circa dodici ore, le prime sei fino a mezzanotte rappresentano la fase ascendente del suo corso, e le rimanenti sei quelle discendenti. Dante dice che la notte aveva già fatto due de passi con che sale, e aveva quasi compiuto il terzo, erano cioè trascorse quasi tre ore dall’inizio della notte, e il conto torna abbastanza bene, se pensiamo che al tramonto i due pellegrini si trovavano da Sordello sul margine della valletta, che circa un’ora più tardi, quando l’aer s’annerava, erano discesi fra le anime che in seguito si erano svolti i due colloqui con Nino visconti e con Corrado Malaspina, e nell’intervallo fra l’uno e l’altro la scena dell’intervento angelico contro il serpente. Nel Purgatorio sono dunque quasi le nove di sera. Se nel Purgatorio è quasi compiuto la terza ora della notte, a Gerusalemme il sole è sorto da quasi tre ore, e in Italia (al 45° di longitudine da Gerusalemme) l’Aurora già s’imbianca al balcone d’oriente, ossia è l’alba. Questa interpretazione che è oggi la più comunemente usata, elimina le incongruenze cui cadevano gli antichi commentatori, nel tentativo di ricondurre tutti i dati del passo dantesco a un indicazione oraria unica, anzichè duplice: sia che intendessero la concubine di Titone come immagine dell’aurora lunare (costringendo Dante ad inventare una particolare mitologia), sia che prendesse tutto il discorso come indicazione del sorgere dell’aurora polare nel Purgatorio.

Non so se tutto è chiaro. Ma più di così non è possibile!

Titone figlio di Laomedonte e fratello di Priamo, fece innamorare di sè l'aurora, che lo rapì e lo sposò, ottenendo da Giove l’immortalità degli dei, ma non l’eterna giovinezza. Il termine “Antico” allude appunto alla decrepitezza di lui, secondo il mito, concubina sarà da intendere, senza sfumatura peggiorativa, nel senso di “compagna da letto, sposa”. S’imbiancava allude al biancheggiare dell’alba, ma al tempo stesso s’innesta nel complesso della metafora, in cui l’Aurora è rappresentata come una donna che s’affaccia al mattino alla finestra, dandosi il liscio e la biacca.

La costellazione ritratta dal poeta nei versi 4-6 in figura del freddo animale, è oggi intesa dai più come quella dei Pesci, che precede nello Zodiaco quella dell’Ariete ed è visibile all’oriente poco prima del sorgere del sole.

Insomma Dante fa tutta questa tiritera per dire che era notte ed il sonno era sopravvenuto. Dante è un essere vivente e come tale ha esigenze fisiologiche, tra cui quella dormire. Il poeta si mette a dormire sull’erba, dove erano seduti anche Sordello, Virgilio, Nino e Currado

10quand’io, che meco avea di quel d’Adamo,

vinto dal sonno, in su l’erba inchinai

l’ ‘ve già tutti e cinque sedavamo.

 


 

Come al solito Dante “va a nozze” quando deve fare riferimenti mitologici. In questi versi vuole dire semplicemente che stava sorgendo l’alba e si stava per svegliare, ma Dante è Dante proprio perchè le cose non le dice come le diremmo tutti, infatti poteva semplicemente dire “Stava per sorgere l’alba e quindi mi stavo per svegliare”, invece lui dice che era l’ora in cui le rondinelle si lamentano, cominciano i “tristi lai”. Dante pone questo paragone perchè a quell’ora, cioè all’approssimarsi dell’alba, la rondinella riprende il suo malinconico canto, forse memore della sua antica sventura. Si riferisce alla favola di Ovido, in cui Progne e Filomela, furono mutati rispettivamente in rondine ed usignolo.

 

13Ne l’ora che comincia i tristi lai

La rondinella presso a la mattina,

forse a memoria dè suoi primi guai,

 

E questo potrebbe bastare per dire che era giunta l’alba e lui si stava destando. Il poeta ci rifila un’altra terzina che non basterebbe un trattato di filosofia per spiegarla. Ecco la terzina.

16e che la mente nostra, peregrina

più che la carne e men di pensier presa,

a le sue vision quasi è divina,

Se si leggono questi versi senza aver letto i precedenti canti, l’interpretazione è quasi impossibile. Nel IV canto del Purgatorio, vi erano dei versi la cui lettura era facoltativa. Devo ricredermi, lascio sempre la facoltà di leggere o meno quei versi, ma devo aggiungere che quella lettura è ora fondamentale per la comprensione di questa terzina. Dante ha parlato di anima intellettiva e di anima vegetativa e sensitiva. L’anima intellettiva è l’intelligenza. Grazie ad essa le persone ragionano. E’ l’anima che ci avvicina di più a Dio, perchè ci fa comprendere le cose del creato e la potenza di Dio. Durante il sonno l’anima intellettiva si assopisce ed emergono l’anima sensitiva e vegetativa. L’uomo senza l’anima intellettiva è come un’animale. All’alba, al momento del risveglio, l’anima intellettiva riemerge, anzi è riposata, quindi lucida e fresca nei suoi ragionamenti, ecco quindi che “la mente nostra a le sue vision quasi è divina”, cioè raggiunge “il top” all’alba, al momento del risveglio.

Dante ricorre ora ad uno stratagemma che ha già utilizzato nell’Inferno. Quando si trova in una situazione dalla quale non può uscirne con la logica, ricorre con maestria e fantasia insuperabile all’espediente del sogno. Le cose inverosimile che non sono compatibili con la realtà, li descrive come se avvenissero in sogno. Con questa tecnica, riesce a sbrogliare intricate matasse che sarebbero altrimenti inestricabili.  Lui è disteso sull’erba, sta dormendo, inizia a sognare. Un’aquila nel cielo, con le penne d’oro sta calando, pronta a far preda. Il poeta ha la sensazione di essere nella Triade sul monte Ida, là dove Giove rapì Ganimede, uscito dalla compagnia dei suoi amici di caccia, e portato in cielo, perchè non mancasse un coppiere nel concilio degli dei. Cosi aveva favoleggiato Ovidio.

19in sogno mi parea veder sospesa

un’aguglia nel ciel con penne d’oro,

con l’ali aperte a calare intesa;

22ed esser mi parea là dove fuoro

abbandonati i suoi da Ganimede,

quando fu ratto al sommo consistoro.

Il poeta durante il suo sogno formula l’ipotesi che l’aquila abbia quest’ufficio per uso, adempia a un dovere abituale di raccogliere qui le sue prede, o forse disdegna di rapirle altrove, e qui soltanto le attende per stringerle con i suoi artigli (in piedi) e recarsele in cielo.

25Fra me pensava: “Forse questa fiede

Pur qui per uso, e forse d’altro loco

Disdegna di portarne suso in piede”.

L’aquila piomba quindi sul poeta e lo rapisce. Nel sogno lui la vede in cielo che compie ampie ruote, tipico degli uccelli rapaci, poi come una folgore discende dall’alto e lo rapisce per trasportarlo alla sfera del fuoco (la sfera del fuoco, secondo la cosmografia del tempo, era collocata fra l’atmosfera e il cielo della luna.). L’aquila quindi rapisce il poeta e lo trasporta sino alle soglie del Purgatorio.

28Poi mi parea che, rotato un poco,

terribil come folgor discendesse,

e me rapisse suso infino al foco.

Dante avverte un calore intenso, come un incendio, questo fuoco fa si che l’aquila bruci, e il poeta per tutto il calore si sveglia. Il sogno ha termine.

31Ivi parea che ella e io ardesse;

e sì lo ‘ncendio imaginato cosse,

che convenne che ‘l sonno si rompesse.

Geniale è l’intuizione dell’aquila che nel sogno rapisce Dante e lo porta in Purgatorio. L’aquila non è un rapace messo a caso, è il simbolo della Grazia illuminante. Domina il cielo, è inviata da Dio, per condurre il poeta verso il cielo.

Certo, la fantasia di Dante non ha limiti, ogniqualvolta il poeta si trova in situazioni irrisolvibili, con un colpo di genio, tira fuori una trovata speciale. Poteva trovare altre soluzioni, poteva non dire niente, e trovarsi alle soglie del Purgatorio senza descrivere come, ed invece inventa il sogno e nel sogno l’aquila che lo conduce a destinazione.

 
Ultimo aggiornamento Martedì 07 Febbraio 2012 21:25

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