Divina commedia
Libri
I Sogni
Vedi anche
Italiano
Latino
Inglese
Greco
Vedi anche
Filosofia
Storia
Informatica
| Excel |
| Video guide Joomla |
| Download |
| Creare siti con Joomla |
Utenti online
NoL'aquila rapisce Dante (versi 1 - 33 )
- Lunedì 11 Agosto 2008
- Sezione:
- Categoria: Canto IX
Dopo un inizio in cui Dante "pesca" nella mitologia e una divagazione filosofica sulle tre anime che costituiscono l'uomo (l'anima intellettiva, quella sensitiva e quella vegetativa), ecco apparire nel cielo un'aquila regale, inviata da Lucia per prendere il poeta nel sonno e portarlo alle porte del Purgatorio.
Dopo un inizio in cui Dante “pesca” nella mitologia e una divagazione filosofica sulle tre anime che costituiscono l’uomo (l’anima intellettiva, quella sensitiva e quella vegetativa), ecco apparire nel cielo un’aquila regale, inviata da Lucia per prendere il poeta nel sonno e portarlo alle porte del Purgatorio.
1La concubina di Titone antico
Già s’imbiancava al balco d’oriente
Fuor de le braccia del suo dolce amico;
4Di gemme la sua fronte era lucente,
poste in figura del freddo animale
che con la coda percuote la gente;
7e la notte, dè passi con che sale,
fatti avea due nel loco ov’eravamo,
e ‘l terzo già chinava in giuso l’ale;
Versi ostici. Astrusi, difficili da comprendere. Consola il fatto che questi versi hanno fatto impazzire tutti gli studiosi di Dante. Vediamo di decifrarli. Partiamo dal dato meno problematico che è l’ora indicata nei versi 7-9. Nella notte equinoziale di circa dodici ore, le prime sei fino a mezzanotte rappresentano la fase ascendente del suo corso, e le rimanenti sei quelle discendenti. Dante dice che la notte aveva già fatto due de passi con che sale, e aveva quasi compiuto il terzo, erano cioè trascorse quasi tre ore dall’inizio della notte, e il conto torna abbastanza bene, se pensiamo che al tramonto i due pellegrini si trovavano da Sordello sul margine della valletta, che circa un’ora più tardi, quando l’aer s’annerava, erano discesi fra le anime che in seguito si erano svolti i due colloqui con Nino visconti e con Corrado Malaspina, e nell’intervallo fra l’uno e l’altro la scena dell’intervento angelico contro il serpente. Nel Purgatorio sono dunque quasi le nove di sera. Se nel Purgatorio è quasi compiuto la terza ora della notte, a Gerusalemme il sole è sorto da quasi tre ore, e in Italia (al 45° di longitudine da Gerusalemme) l’Aurora già s’imbianca al balcone d’oriente, ossia è l’alba. Questa interpretazione che è oggi la più comunemente usata, elimina le incongruenze cui cadevano gli antichi commentatori, nel tentativo di ricondurre tutti i dati del passo dantesco a un indicazione oraria unica, anzichè duplice: sia che intendessero la concubine di Titone come immagine dell’aurora lunare (costringendo Dante ad inventare una particolare mitologia), sia che prendesse tutto il discorso come indicazione del sorgere dell’aurora polare nel Purgatorio.
Non so se tutto è chiaro. Ma più di così non è possibile!
Titone figlio di Laomedonte e fratello di Priamo, fece innamorare di sè l'aurora, che lo rapì e lo sposò, ottenendo da Giove l’immortalità degli dei, ma non l’eterna giovinezza. Il termine “Antico” allude appunto alla decrepitezza di lui, secondo il mito, concubina sarà da intendere, senza sfumatura peggiorativa, nel senso di “compagna da letto, sposa”. S’imbiancava allude al biancheggiare dell’alba, ma al tempo stesso s’innesta nel complesso della metafora, in cui l’Aurora è rappresentata come una donna che s’affaccia al mattino alla finestra, dandosi il liscio e la biacca.
La costellazione ritratta dal poeta nei versi 4-6 in figura del freddo animale, è oggi intesa dai più come quella dei Pesci, che precede nello Zodiaco quella dell’Ariete ed è visibile all’oriente poco prima del sorgere del sole.
Insomma Dante fa tutta questa tiritera per dire che era notte ed il sonno era sopravvenuto. Dante è un essere vivente e come tale ha esigenze fisiologiche, tra cui quella dormire. Il poeta si mette a dormire sull’erba, dove erano seduti anche Sordello, Virgilio, Nino e Currado
10quand’io, che meco avea di quel d’Adamo,
vinto dal sonno, in su l’erba inchinai
l’ ‘ve già tutti e cinque sedavamo.
Pagina 1 di 2 Tutte le pagine
| ← Parafrasi |
|---|



