La storia inizia in una povera terra dove sono collocati cinque villaggi. In tutto vi abitano poche centinaia di persone. Sono chiamati “i villaggi della cintura” poiché il lavoro della gente serve ad acquistare ogni anno una nuova, preziosa cintura per la veste della Sovrana. Gli abitanti, rischiano la fame pur di comprare un'altra cintura a una donna che ne ha già a decine e sicuramente non ha bisogno di averne una in più.

In una giornata con un vento roboante, appare all'orizzonte una figura che come un fantasma, avanza lentamente verso il villaggio. E' una donna giovane, e ancora bella. Tutti indistintamente appena la scorgono, iniziano a lanciargli addosso delle pietre, fino a che la donna cade per terra senza dare più segno di vita. Una delle ragazze del villaggio impaurita, e commossa, si chiede come mai quella donna fosse stata massacrata senza alcuna pietà. “Chi era quella donna?” chiede la fanciulla alla madre. “Non lo so” risponde la madre. “E stai zitta.” Capisce che la madre mentiva.

Durante la notte, la ragazza non riusciva a prendere sonno e pensava costantemente a quella donna lapidata, per cui nonostante la paura si alza e chiamate anche alcune amiche furtivamente, si dirigono verso il luogo dove giaceva quella donna. Capiscono, dal mormorio che giungeva da sotto le pietre, che non era morta, per cui tremando si avvicinano e levatogli da dosso i sassi, scoprono che sebbene appariva come una maschera tumefatta, dalla sua bocca usciva un lieve rantolo, che era il segno tangibile della sua sopravvivenza. La soccorrono, la trasportano in una capanna, giurano di non rivelare il segreto e di accudirla fino alla sua guarigione, quindi rientrano nella propria abitazione.

Il giorno seguente si rendono conto di aver bisogno di qualcuno che li aiuti a curare la moribonda, per cui si rivolgono ad una vecchia, che aveva fama di strega ed era soprannominata “la muta”, perché non sapeva parlare o forse perché non aveva mai voluto farlo. Questa in cambio di poco cibo cura la donna e dopo alcuni giorni, questa apre gli occhi e dice una sola parola “Grazie”. In seguito confessa di chiamarsi Abira e sotto la loro insistenza è costretta a raccontare la sua tragica e terribile storia. Era una storia di avventura, di amore e di morte. Era la storia di due fratelli.

Abira era una delle tante ragazze che viveva in uno dei villaggi suddetti, destinata al matrimonio con un cugino che lei non amava per niente, la ragazza, come tutte quelle della sua età desiderava un'amore migliore, un uomo bello, magari forte e leale, tuttavia capiva che erano sogni e come tale non destinati a realizzarsi. Ma nella vita, a volte capita quello che nessuno immagina ed infatti Abira, un giorno mentre era al pozzo incontrò un giovane bellissimo, con la pelle levigata, il corpo scolpito e armonioso, le mani forti e delicate assieme e un sorriso che incantava, abbacinava come i raggi del sole che nasceva alle sue spalle. Scattò subito la scintilla dell'amore e i due giovani si amarono sin dal primo momento. Il ragazzo di nome Xeno apparteneva a un esercito che stava attraversando quel villaggio, per recarsi in un luogo sconosciuto. Erano migliaia di guerrieri a cavallo e a piedi, vestiti di tuniche e pantaloni, con sciabole, archi e avanzavano da settentrione verso meridione. Abira fu sconvolta dall'incontro amoroso col giovane Xeno, tuttavia non si illudeva affatto che questi l'avrebbe condotta con sé, invece il ragazzo, con poche parole le propose di seguirla abbandonando la sua terra e i suoi familiari. “Vieni via con me. Adesso” disse Xeno. Dopo un attimo di incertezza Abira accettò l'invito e abbandonando tutto e tutti, scappò via con il ragazzo. Dal villaggio, si accorsero della fuga e si misero a gridare ”Il soldato porta via Abira! Il soldato porta via Abira, correte, correte!”, ma la gente subito capì che Abira non era stata rapita, ma volontariamente andava via con quel soldato. La ragazza aveva infranto tutte le regole che una ragazza nella sua condizione può infrangere e la punizione che doveva subire, oltre che dura, doveva servire di lezione alle altre.

Abira inizia a raccontare una lunga e avventurosa storia. La Regina Madre Parisatis, aveva avuto due figli: il più grande si chiamava Artaserse, il più giovane si chiamava Ciro. Quando il gran Re morì, lasciò il trono al primogenito secondo l'uso. Ma la Regina Madre era dispiaciuta, perché Ciro era il suo preferito: era più bello, più intelligente, più affascinante del fratello e assomigliava a lei. Per Ciro, la Regina ottenne il governo di una provincia molto ricca, la Lidia, ma in cuor suo continuava a sperare che un giorno o l'altro si sarebbe presentata l'occasione per portarlo più in alto. Ciro si trovò a governare una regione molto difficile, dove le due più potenti città della Grecia, Atene e Sparta, si combattevano senza che l'una potesse prevalere sull'altra. Decise di aiutare gli Spartani per un solo motivo: erano i più formidabili guerrieri esistenti nel mondo e un giorno li avrebbe voluti in campo a combattere per lui. Erano loro i guerrieri dai mantelli rossi e dagli elmi simili alle maschere di bronzo, dall'aspetto terrifico. Atene invece era la regina del mare. Egli avrebbe aiutato Sparta a sconfiggere Atene, in modo da legarle a sé nell'impresa che gli avrebbe dato ciò che desiderava più di ogni altra cosa al mondo: il trono. Grazie al suo appoggio, Sparta vinse la guerra, Atene dovette piegarsi ad una pace umiliante. Xeno veniva da Atene, la città sconfitta. Egli accettò di unirsi all'esercito di Ciro poiché ad Atene era trattato da nemico, in quanto dopo la sconfitta, gli Ateniesi si scontrarono fra di loro accusandosi a vicenda per la cattiva sorte della guerra, quindi Xeno era fuggito dalla sua città.

Xeno era stato ingaggiato nell'esercito di Ciro per scrivere di quella avventura, non sapeva quale fosse il vero scopo della missione militare, ma aveva intuito che al di là della versione ufficiale, che sosteneva che Ciro doveva mettere ordine all'interno dell'Anatolia, l'impresa nascon desse l'ambizioso programma che Ciro volesse invadere l'enorme impero del fratello Artaserse.

Abira era affascinata da Xeno non solo per la sua bellezza fisica, ma anche dalla sua cultura e dai racconti fantastici che faceva della sua città, Atene dove le persone vivevano in una maniera totalmente diversa rispetto al suo misero villaggio.

Dunque Xeno e Abira si unirono al grosso dell'esercito, migliaia di uomini uniti per un solo scopo. Il comando era affidato ad un uomo duro e dallo sguardo tagliente come il ferro che gli pendeva al fianco. Tutti lo chiamavano Klearchos.

Durante la marcia verso la loro meta, conobbe altri capi che comandavano gruppi di soldati e sebbene Klearchos fosse il più temuto e stimato, gli altri non erano da meno e ognuno di loro comandavano gruppi di uomini che sembravano senza anima, macchine da guerra, costruite per uccidere. Dopo che conobbe alcuni di loro, Abira si rese conto che anch'essi erano esseri umani, con sentimenti ed affetti. Attraversarono luoghi meravigliosi, con paesaggi incantati, animali strani e mai visti, luoghi dove vivevano leggende e miti, come quello che si narrava a proposito di un satiro, un essere mezzo uomo e mezzo capro, chiamato Marsia. Xeno segnava tutto, ma non facendosi coinvolgere dalle emozioni, semplicemente annotava tecnicamente tutti i posti che attraversavano. Ben presto la voce che prima circolava tra poche persone relative al vero obbiettivo di Ciro, si diffuse in tutto l'esercito e i soldati si sentivano ingannati poiché non era questa la missione che gli era stata detta. Ciro era in difficoltà, ma riuscì a convincere Klearchos che se avesse convito i suoi uomini a seguirlo, il premio sarebbe stato enormemente più grande. Con abilità notevole, riuscì a convincere i suoi uomini a seguirlo, per cui l'esercito riprese la sua marcia. Dopo qualche tempo si aggiunse un nuovo comandante, uno spartano, la cui identità era ignota e il cui nome era Sophos. Durante il lungo percorso per arrivare  nell'impero di Artaserse, bisognava attraversare la Cilicia, luogo impervio, governato da un re pavido, che pur di non subire danni fece prostituire la moglie, donna splendida e di facile costume, con il re Ciro.

Pur subendo un agguato da parte di soldati avversi al Re della Cilicia, l'esercito di Ciro riuscì ad attraversare questa impervia regione ed avvicinarsi sempre di più alle sponde dell'Eufrate, fiume che dovevano attraversare per giungere alle porte del regno del re Artaserse. Ormai il progetto era chiaro, egli voleva invadere il regno del fratello. Era un progetto ambizioso, di difficile realizzazione, che solo soldati valorosi come erano gli Spartani potevano portare a termine. L'enorme massa di soldati definiti i diecimila, anche se in realtà erano di più avanzavano compatti e decisi verso il loro obbiettivo. Sembrava che nulla dovesse accadere, ma in realtà l'agguato e la grande battaglia era dietro l'angolo. Il nuovo arrivato Sophos, camminava in disparte ed era un uomo che incuteva rispetto e timore. Un giorno, nei pressi di un villaggio non molto distante da Babilonia, si intravide un polverone biancastro che velava l'orizzonte per un'estensione enorme. “E' una tempesta di sabbia” disse Abira “No. Sono loro. I nemici.” rispose Xeno. Era uno schieramento enorme di soldati, molto superiore all'esercito di Ciro e lo scontro si sarebbe svolto in un deserto, senza possibile scappatoia in caso di sconfitta. A capo dell'esercito nemico c'era Artaserse, ritto sul suo carro. Risplendeva come un astro. Xeno abbandonò Abira in un posto sicuro e unitosi al resto dell'esercito, si inoltrò nella battaglia. Abira rischiò anche lei la morte, ma venne salvata sa Sophos, che uccise i soldati che volevano ammazzarla. Alla fine ci fu un silenzio. La battaglia era finita. Davanti ad Abira vi era una distesa immensa disseminata di cadaveri, di uomini e di cavalli. Sullo sfondo si vedeva la polvere sollevata dall'esercito vincitore che si allontanava. Ciro era stato ucciso. Il suo corpo nudo, era conficcato su un palo aguzzo che gli usciva dalla schiena. La testa, quasi spiccata dal busto, penzolava sul petto. Abira credeva che anche Xeno fosse stato massacrato, invece poco dopo arrivò quasi irriconoscibile per il sangue e la polvere che ricoprivano le sue vesti e le sue armi. L'esercito di Ciro era stato drammaticamente sconfitto.

Stanchi e depressi, il resto dell'esercito di Ciro appariva rassegnato. Klearchos non aveva comunque perso la speranza ed Abira, nonostante l'orrore che aveva visto, era felice poiché Xeno si era salvato ed era con lei. Il giorno seguente gli uomini si alzarono con fatica, indolenziti e forse più stanchi di quando si erano coricati. Da lontano, intravidero due uomini che giungevano a cavallo nel loro accampamento. Erano messaggeri, inviati dal re Artaserse per concordare una tregua con il resto dell'esercito persiano. Si apriva uno spiraglio di salvezza poiché nonostante fossero stati sconfitti, Artaserse temeva ancora quegli uomini, la cui fama di combattenti era enorme. Venne concordata una tregua in base alla quale all'esercito sconfitto, sarebbe stato concesso di rientrare nel proprio paese, a condizione che tale rientro fosse stato pacifico senza assedi o razzie ai villaggi che incontravano. Nell'accampamento dell'esercito Abira conobbe una splendida ragazza che era stata catturata durante la battaglia. Era bionda, aveva occhi color ambra e il corpo d'una dea. Abira si presentò a lei che disse di chiamarsi Melissa ed era stata una delle donne dell'Harem di Ciro. I soldati di Artaserse, volevano rapirla ma lei riuscì a fuggire, ed ora priva della protezione del re era diventata facile preda della soldataglia che attratti da tanta bellezza pensavano di impossessarsene. Lei appariva tranquilla e fece vedere ad Abira che davanti alla sua tenda c'erano le teste di due uomini conficcati su ferri di una lancia e in bocca avevano i testicoli. Abira non poteva credere che quella dolce ragazza, fosse stata capace di tanto orrore e infatti ella confessò che quelle teste appartenevano a due uomini che volevano violentarla e lei era stata salvata da Menon di Tessaglia, l'uomo dallo sguardo d'acciaio, comandante delle grandi unità dell'esercito greco, un combattente formidabile, bello e spietato come un dio.

Tra l'esercito sconfitto e il re Artaserse venne instaurata una tregua e gli uomini in cambio alla promessa di non effettuare saccheggi o azioni aggressive, ricevettero cibo e nutrimento poiché non avevano più riserve alimentari. Dopo la disperazione della sconfitta erano salvi.

La generosità di Artaserse appariva strana. Perché aveva concesso quella tregua? Egli poteva distruggere con la sua superiorità numerica l'esercito di Ciro eppure non lo fece. Abira non era per nulla convinta della generosità del re persiano, mentre Xeno sosteneva che il re temeva il coraggio e il valore degli uomini dai mantelli rossi e perciò voleva evitare un'ulteriore carneficina. L'esercito iniziò la sua lunga marcia verso casa, nel frattempo Abira, strinse sempre più amicizia con Melissa e venne a conoscenza che si era innamorata di Menon e da lui era ricambiata. Anche l'uomo con lo sguardo di ghiaccio aveva un cuore. L'esercito che camminava verso casa, era affiancato a poca distanza dagli uomini del re Artaserse, poiché un tratto di viaggio era in comune. Al posto di Ciro, il re aveva nominato governatore della Lidia, Tissaferne, per cui i due eserciti marciavano in parallelo guardandosi in cagnesco. Giunsero sulla riva del fiume Tigri che att raversarono su un ponte di barche. Durante il tragitto, gruppi di soldati, si erano scontrati con uomini dell'esercito di Tissaferne, ne erano scaturite tafferugli e si erano avuti anche dei morti. Si camminava con uno stato di tensione enorme, poiché da un momento all'altro si temeva lo scontro. Tra l'altro Arieo, comandante delle truppe asiatiche si era unito a Tissaferne e quindi aveva tradito. Le lunghe marce sotto il sole cocente, metteva a dura prova gli uomini e gli animali da soma. Erano passati parecchi giorni da quando il comandante Klearchos, si era incontrato con Tissaferne ed aveva siglato l'accordo di tregua. Da quel momento non c'era più stato nessun contatto, nessun incontro, nessun segnale. Arrivati nei pressi di alcuni villaggi chiamati “villaggi di Parisatis”, poiché erano intitolati alla Regina Madre, venne accordato che quei villaggi potevano essere saccheggiati in quanto essendo dedicati alla regina, questo doveva apparire come un affronto a lei. Una ragazza che era stata al servizio della Regina Parisatis, venne rapita e portata sotto la tenda di Xeno e qui conobbe Abira, i due parlavano la stessa lingua.

La ragazza che parlava la lingua di Abira si chiama Durgat e aveva fatto parte della servitù di Parisatis fino a pochi giorni prima, conosceva quindi personalmente la grande Regina Madre ed Abira era tremendamente curiosa di capire come fosse fatta quella donna. La descrizione che fece Durgat era agghiacciante, la cosa che le dava più piacere in assoluto era la sofferenza degli altri, il terrore che incute a chiunque è enorme, ella amava solo Ciro e non aveva alcuna simpatia per il figlio Artaserse. Quando l'armata di Artaserse si era mosso per affrontare Ciro, anche la regina si era spostata con il suo seguito, per potere conoscere al più presto l'esito dello scontro. La morte di Ciro l'aveva profondamente colpita e l'odio verso coloro che avevano ucciso il figlio era immenso ed ella riuscì a vendicarsi contro coloro che si vantavano di avere ammazzato il re e li fece uccidere sottoponendole a torture terrificanti.

La serva dopo aver raccontato questi fatti, preferì ritornare dalla regina poiché Xeno gli concedeva la libertà. Prima di andare anche se non disse nulla, fece capire ad Abira di stare in guardia poiché Tissaferne aveva sicuramente in mente un tranello. Si riprese la marcia, quindi Durgat salutò Abira dicendogli “Sta in guardia” e andò via.  Nel frattempo  Tissaferne, aveva chiesto un incontro con il vertice del comando dell'esercito persiano e Abira capì che dietro questa proposta c'era l'inganno. Mise a conoscenza di ciò Xeno il quale non credette alla parole della ragazza, pensando che fosse solo una suggestione. Il giorno seguente Klearchos partì con gli altri capi verso l'accampamento di  Tissaferne per l'incontro concordato. “E' assurdo che ciò accada.”, pensava Abira. Come era possibile che quegli uomini si fidassero così? Era chiaro che era una trappola, infatti dopo poco tempo apparve all'orizzonte un uomo a cavallo che aveva il ventre squarciato, era uno dei soldati partito dall'accampamento con i comandanti, il quale giunto stremato dai propri compagni, rivelò la tragicità dei fatti. Gli uomini di Klearchos erano stati ingannati, era una trappola. I soldati vennero massacrati mentre i comandanti erano stati fatti prigionieri. Tutto questo aveva gettato l'esercito nel più profondo sconforto. Ad un tratto apparve su un'altura Xeno, il quale con tono deciso disse ”Non possiamo restare inerti ad attendere il colpo di grazia. Dobbiamo reagire. Purtroppo non possiamo fare nulla per salvare i nostri comandanti, forse a quest'ora sono già morti e io mi auguro che abbiano avuto una morta rapida, degna di guerrieri, ma noi dobbiamo pensare al futuro, al ritorno, alla lunga strada che ci separa dalle nostre case.”. Sophos venne nominato comandante supremo dell'esercito e vennero nominati i capi, tra cui anche Xeno. Il progetto era semplice ma nello stesso tempo estremamente rischioso. Scappare dai quei territori ostili fuggendo attraverso le alte montagne, dove si diceva che nessuno mai era uscito vivo, sia per le condizioni climatiche estremamente rigide, sia perché abitate da tribù di primitivi ostili e violenti con tutti, era tuttavia rimasta l'unica strada per la salvezza. Era ormai chiaro che l'esercito di  Tissaferne aveva avuto ordine di uccidere tutti gli uomini, nessuno escluso, poiché sarebbe stato estremamente pericoloso che qualcuno di loro andasse in giro a raccontare questa avventura. Altri avrebbero potuto imitarli e l'impero sarebbe stato a rischio. Mentre si svolgeva questa discussione, Abira coraggiosamente di notte si era recata presso l'accampamento dell'esercito nemico, dove constatò che i capi del suo esercito non erano stati uccisi ma semplicemente fatti prigionieri, infatti intravide nell'ombra Menon.

L'avanzata dell'esercito proseguiva lentamente, sempre punzecchiati dal nemico che gli lanciava addosso frecce provocando feriti e anche morti. Xeno si rese conto che proseguire in quel modo sarebbe stato inutile. Solo il buio portava sollievo perché i persiani si accampavano  a notevole distanza per evitare di essere sorpresi da un attacco notturno. Xeno allora, propose di marciare la notte in maniera da distanziare l'esercito persiano, sapendo che questi non avrebbero mai attaccato col buio “Non ci fermeremo nemmeno il giorno dopo, né la notte successiva. Dovranno credere che abbiamo preso un'altra strada e disperdesi per cercarci. Noi intanto avremo raggiunto la base delle montagne dove la cavalleria persiana non potrà muoversi con tanta facilità e velocità come in pianura.”.  Il piano riuscì in parte, poiché arrivati ai piedi della montagna, l'esercito di  Tissaferne li raggiunse e vi fu uno scontro violento con molti morti, tuttavia Xeno e gli altri uomini riuscirono a raggiungere un'altura da dove potere difendersi adeguatamente, quindi calò il buio e Sophos ordinò che venissero incendiati tutti i carri, inutili per scalare le montagne in quanto sarebbero stati solo di impiccio. Sophos tenne un breve discorso all'esercito schierato “Uomini! Siamo riusciti a raggiungere un terreno dove la cavalleria dei nostri nemici non può più darci fastidio. Vorrei anche dirvi che il peggio è passato, ma non posso, perché non è vero. Il peggio deve ancora venire. Il nostro itinerario è segnato: dobbiamo puntare verso le montagne altissime ed aspre dove l'esercito di Tissaferne non ci seguirà. E sapete perché? Perché di lassù non è mai tornato nessuno. E' una terra dirupata da cui si innalzano picchi ghiacciati che perforano il cielo, abitata da tribù selvagge e feroci. Ma non basta: c'è l'inverno, il peggiore dei nostri nemici.”.

All'esercito attendeva quindi una terra ostile, minacciosa, mentre lasciavano una pianura sempre dominata dalla luce e dal calore del sole per inoltrarsi nel regno della notte e delle tempeste. Cominciarono a salire inerpicandosi per il sentiero montano, sparso di pietre aguzze, avvolte a strapiombo sulla valle. Intanto l'esercito di  Tissaferne si stava allontanando ormai sicuro che tutti sarebbero morti fra le aspre montagne. Abira notò che dietro di lei una ragazza incinta, magra, denutrita, stentava a tenere il passo e sarebbe caduta da un momento all'altro se lei non l'avesse soccorsa dicendole “Attaccati alla coda dell'ultimo mulo e fatti trascinare. Guai a te se lo lasci andare, ti ammazzo di botte.”. L'esercito camminava come un lungo serpente e durante il percorso, si potevano vedere alcuni villaggi costruiti con la stessa pietra delle rocce su cui si trovavano. Xeno aveva catturato qualche prigioniero, erano semplici pastori che non avevano voluto abbandonare il gregge. Ben presto comunque comparvero gruppi di uomini che li attendevano ai varchi lanciando sassi e frecce. Si chiamavano Kardacha e si consideravano nemici del gran Re. Erano come le bestie, selvaggi, primitivi, avevano una sola convinzione: chiunque calpestasse la loro terra doveva morire. Intanto scoppiava la tempesta, si continuava ad avanzare con ritmo regolare, i tuoni scoppiavano così fragorosi da far tremare il cuore dentro il petto. La ragazza incinta, era stremata e ben presto sarebbe morta per il freddo e la fame. Da lontano si potevano vedere quegli uomini rozzi che osservavano l'esercito: erano irsuti, vestiti di tessuti di lana grezza, con barbe e capelli lunghi: povera gente che difendeva la propria terra e la propria famiglia contro guerrieri invincibili. Attraversare quella terra sarebbe stata un'impresa durissima, perché non solo gli uomini, ma anche il cielo e la terra era contro l'esercito. Si saliva sempre più in alto tanto da entrare in una nube, in una foschia che circondava tutto. Il cammino era sempre più faticoso e in salita e tutti erano stanchi e timorosi, poiché da un momento all'altro si temeva l'attacco dei Kardacha. Bisognava raggiungere la cima della montagna da dove si sarebbe potuto controllare meglio un'eventuale attacco nemico. I Kardacha erano gente dura e feroce, accaniti contro chiunque avesse attraversato quel territorio. Nessuno ne doveva uscire vivo, l'esercito veniva spesso invaso da valanghe di massi che venivano fatti scivolare dalle montagne spinti dai Kardacha. I nemici facevano rotolare pietre in gran numero e i crolli rovinosi provocavano lo slittamento di altre masse che si abbattevano sui guerrieri inermi. La ragazza incinta, di nome Lystra era intanto miracolosamente sopravvissuta. Schiava dalla nascita era tenacemente attaccata al bimbo che portava in grembo e aiutata da Abira riusciva a sopravvivere. Mentre l'esercito lentamente avanzava, veniva attaccato da un nemico invisibile che l'attendeva ad ogni varco, ad ogni cima, ad ogni valico. Si rischiava la vita. Era difficile uscirne vivi. Seguirono numerosi scontri con i guerrieri Kardacha, che alla fine si convinsero di accettare una breve tregua che Xeno aveva loro chiesto per raccogliere i morti. I guerrieri spartani, sebbene feroci come belve nella guerra, avevano il rito della pietà per i caduti. Abbandonare insepolto un compagno, gli provocava un dolore immenso e si tormentavano a volte per giorni. In uno dei tanti attacchi, Xeno rischiò di morire, infatti un dardo, scagliato da un nemico, stava per colpirlo al petto. ma all'improvviso e miracolosamente, uno scudo si era parato a coprirlo. Un giovane di nome Euriloco di Lusi lo aveva salvato ponendogli davanti il suo scudo. Xeno ancora una volta l'aveva scampata ed Abira era felice poiché il suo uomo si era dimostrato non solo uno scrittore valente ma anche un grande condottiero. L'esercito marciava con scontri estenuanti, colle dopo colle, altura dopo altura. Finalmente comparve una pianura con delle case. L'esercito poteva concedersi riposo, riparo e alimentarsi adeguatamente. Abira proteggeva con tutte le sue forze Lysia, per lei quella donna incinta, rappresentava la vita che continuava e per niente al mondo l'avrebbe abbandonata.

Una mattina si presentò una situazione drammatica. Davanti all'esercito c'era un fiume e dall'altra parte era schierato un esercito. Non erano pastori selvaggi, erano guerrieri con pesanti armature, fanti e cavalieri con corazze e gambali di cuoio, erano migliaia. Erano guerrieri armeni. Alle spalle dell'esercito di Xeno, c'era un'orda feroce di guerrieri Kardacha. Presi tra due fuochi le possibilità di salvezza erano nulle. Lo spirito dell'esercito e la capacità dei comandanti si accentuarono e si decise che l'unica cosa da fare, era attraversare il fiume, attaccando l'esercito che stava di fronte e nel contempo proteggersi dai Kardacha che stavano di dietro. Sophos, che comandava con abilità l'esercito, decise che tutti i soldati avrebbero fatto un'abbondante colazione e poi avrebbero attaccato i nemici dall'altra parte del fiume.

Prima di attraversare il fiume, vennero mandati due ufficiali a controllare la profondità dello stesso. Uno si chiamava Epikrates, e l'altro Arkagoras. Andarono vicino alle acque del fiume, ma vi caddero e trascinati dalla corrente impetuosa vennero portati via. Era un ulteriore segno di sventura. Ormai l'esercito, guidato da Sophos, era condannato alla disfatta. Quando tutto sembrava perso, accadde l'imprevedibile: Epikrates e Arkagoras in realtà avevano lottato tenacemente contro le acque del fiume per non annegare e aggrappatosi a una quercia molto grande che stava abbarbicata alla riva con una grossa radice, riuscirono miracolosamente a salvarsi. Scampati alla morte videro sull'altra sponda un vecchio, una donna e due bambini che entravano in una grotta che si apriva sotto uno spuntone roccioso. Era una scoperta fondamentale, esisteva dunque un passaggio per guadare il fiume e di potere prendere alle spalle l'esercito armeno. Poteva essere la salvezza di tutti! Occorreva correre all'accampamento, rivelare la cosa a Sophos e impedire che l'esercito venisse mandato allo sbaraglio contro i nemici. Sebbene stremati dalla stanchezza, i due ufficiali corsero a gambe levate verso l'accampamento, ma la loro corsa venne fermata da un enorme orso che gli si parò davanti. L'animale grugniva minaccioso, spalancava la bocca, mostrando le zanne enormi e si alzava sulle zampe posteriori sfoderando i poderosi unghioni. In realtà Epikrates, si era messo tra l'orsa e i suoi cuccioli, per cui Arkagos resosi conto di ciò, lo trascinò via. L'orso si calmò e riprese il proprio cammino tranquillo. Arkagos e Epikrates giunsero in tempo ad avvisare Sophos della presenza del passaggio. L'aver trovato una via di scampo così insperata e in circostanze quasi miracolose, avevano moltiplicato le loro forza a dismisura. Il grosso dell'esercito aggirò il fiume e prese alle spalle gli armeni. Il resto facendo finta di attaccare attraverso il fiume, iniziò a guadarlo. Iniziò una sanguinosa battaglia che si concluse con la vittoria dei mantelli rossi. Nel frattempo l'esercito dei Kardacha avanzava lentamente contro quello di Sophos. I Kardacha cantavano, non c'era in quelle voce entusiasmo né eccitazione, era un canto lugubre intriso di malinconia, andavano ignari contro l'annientamento. Fu una mattanza. Tutti i Kardacha vennero trucidati. Ancora una volta i diecimila uscirono vittoriosi.

Fu una festa memorabile: nel campo degli Armeni c'erano viveri, coperte, tende, animali da soma, armi e una quantità di oggetti preziosi. Seguirono grandi festeggiamenti e tutti i soldati mangiarono e bevvero in quantità. Anche Sophos si divertiva, senza comunque perdere la sua abituale lucidità. Xeno invece non aveva partecipato alla festa, controllava che tutto intorno al campo andasse nei migliore dei modi. Abira tuttavia sospettava sempre che qualcosa di strana stava accadendo e si chiedeva com'era possibile che l'esercito armeno si fosse trovato lì ad ostacolare l'avanzata dei diecimila, come se qualcuno li avesse avvisati. L'esercito riprese la marcia, i guerrieri avanzarono guardandosi attorno, osservando un paese che nessuno della loro razza aveva mai visto prima. La marcia sembrava facile, tranquilla, quasi piacevole. D'un tratto si trovarono di fronte ad un intero esercito schierato, in pieno assetto di guerra. Erano truppe armene comandate dal satrapo Tirbaz, il quale facendosi avanti e parlando a nome del gran Re, propose ai dieci mila una tregua. L'esercito sarebbe potuto avanzare tranquillamente, in cambio, i soldati non dovevano saccheggiare nessun villaggio, era una proposta analoga a quella fatta a suo tempo da Tissaferne e conclusosi con un tranello. La tregua venne accordata, l'esercito riprese il cammino e arrivò a un gruppo di villaggi assembrati attorno ad un gran palazzo. Dentro le case, si trovarono ogni tipo di viveri, quindi l'esercito si fermò e si riposò in questa terra ospitale. Una mattina, all'alba, i soldati videro una cosa che non avevano mai visto: la neve! Era tutto bianco, sia il cielo che la terra, tutto sprofondava in un silenzio abissale. I soldati giocavano come bambini nella neve, se la tiravano addosso, vi seppellivano i compagni, era per loro una novità assoluta. Alcuni di loro però fecero una bravata che venne severamente punita da Sophos. Bruciarono le case di alcuni contadini, condannandoli al freddo. Sophos li punì, facendoli stare tutta la notte fuori nella neve. Abira voleva aiutare questi soldati, voleva portale loro dei mantelli, ma Xeno le disse di non intervenire, perché dovevano pagare il loro torto, e comunque gli ordini di Sophos non dovevano essere disubbiditi. Un esploratore, mandato sui monti in ricognizione, aveva scoperto che il perfido Tirbaz preparava un'imboscata in un passaggio obbligato, si era alle solite, l'esercito dei diecimila doveva perire. Si riprese il cammino ed ogni valico e ogni strettoia presentava un agguato e battaglie micidiali. Tuttavia l'esercito ne usciva sempre vittorioso e riprendeva inarrestabile la sua marcia, era un lungo serpente scuro che si snodava lentamente attraverso il biancore intatto della neve. L'esercito attraversò l'Eufrate avanzando sempre lungo montagne altissime. Lystra non ce la faceva più: camminava nella neve alta e la sua gravidanza era sempre più avanzata. Abira impietositasi per le sorti della povera fanciulla, chiese aiuto a Melissa che era l'amante di uno dei capi e godeva del privilegio di camminare su uno dei pochi carri presenti. Abira le chiese di cedere il suo posto a Lystra e quando questa si rifiutò, Abira l'afferrò per un piede, la scaraventò per terra e la ingiuriò dicendole “Guarda quella poverina, potrebbe partorire da un momento all'altro, pensa se fossi tu nella sua situazione.”. Intanto il freddo aumentava di intensità, l'esercito ora stava combattendo un nemico diverso e veramente implacabile, un nemico senza volto ma con una voce, quella sibilante del vento e della bufera: l'inverno. La stanchezza e il freddo riducevano la volontà di resistenza e gli uomini erano allo stremo. Ululati di lupi che cercavano di aggredire i muli e i cavalli tormentavano l'avanzata dei diecimila. Melissa, la bellissima, la ragazza amata da tutti, si era anche lei adeguata a questa dura vita. Anche i soldati stavano cominciando ad arrendersi e l'egoismo per quel poco di cibo che rimaneva e per quel po' di calore che si riusciva ad avere, era al massimo. Quando il morale dell'esercito era ormai a zero Xeno scosse il loro morale incitandoli ad avanzare, a vincere quel micidiale nemico che era l'inverno: il freddo e la luce, ecco quali erano i due nemici. Il freddo era il più pericoloso, dalla luce ci si poteva difendere coprendosi gli occhi con una benda oscura, lasciando solo una piccola fessura. L'esercito riprese il suo viaggio. Arrivati vicini ad una montagna, scorsero una grande macchia scura che era una piccola zona libera dalla neve, con una sorgente di acqua calda. Il terreno intorno era asciutto, gli uomini spossati e ormai allo stremo si buttarono in quelle dolci acque, non rendendosi conto che dietro di loro, c'erano un gruppo di selvaggi che tentavano di aggredirli. Xeno esortò i soldati a riprendere il cammino, ma alcuni preferirono rimanere in quelle tiepide acque correndo il rischio di farsi scannare dai nemici. Infine il grosso dell'esercito, raggiunse una zona senza neve con delle case dove poterono riposarsi, ma Xeno eroicamente con alcuni uomini ritornò indietro e riuscì a salvare miracolosamente i soldati che ormai distrutti dalla fatica stavano per perire contro i nemici. Xeno era ormai considerato un eroe. Intanto riprese a nevicare molto violentemente e c'era da riprendere la marcia poiché non ci si poteva fermare a lungo in nessun posto. Si incamminarono per tutto il giorno e ancora il giorno successivo, sotto la neve che cadeva sempre più fitta, finché verso sera, giunsero alle rive di un fiume. Nessuno più sapeva quale strada percorrere: attraversare il fiume costruendo un ponte oppure seguire il percorso di quel fiume che era ignoto a tutti? Xeno che aveva studiato quei luoghi, sosteneva che conoscendo il nome del fiume sarebbe stato capace di seguire la giusta via. Videro un uomo lungo la riva. Xeno lo raggiunse e gli chiese quale fosse il nome di quel fiume, l'uomo rispose che era il Fasi. Xeno esultò, ora era sicuro della via da seguire, perché quel fiume avrebbe portato l'esercito direttamente in Grecia, bastava semplicemente seguire il suo percorso. Tutti erano entusiasti, solo Abira non riusciva a capire perché l'acqua del fiume andava verso oriente, verso il cuore dell'impero persiano, dalla parte opposta al mare. Ma nessuno le diede retta. Lei era una barbara ignorante. Abira fece presente del suo dubbio a Xeno, il quale indispettito dall'arroganza della ragazza, rispose “L'acqua scorre verso il basso e verso il mare e quindi anche se per ora il fiume si muove verso oriente anziché verso occidente è solo per la pendenza del terreno, ma poi cambierà e scenderà verso il mare”. Xeno appariva sicuro del fatto suo, ma soprattutto la sua tesi era appoggiata dal comandante, da Sophos, il quale era altrettanto convinto che quella fosse la via da seguire. L'esercito riprese la marcia, nuovi ostacoli, nuovi abitanti ostili dovettero affrontare, gli abitanti dei villaggi erano terrorizzati nel vedere quest'enorme massa di uomini e spesso preferivano suicidarsi gettandosi dalle rocce piuttosto che cadere prigionieri del temibile esercito che avanzava. Riprese a nevicare. Un mattino Lystra ebbe le doglie, e sotto una fitta neve e con l'esercito in marcia cercava disperatamente di partorire, ma non ci riusciva. Tutti l'abbandonarono al suo destino, solo Abira rimase con lei cercando di aiutarla, ma la fitta e copiosa neve e il freddo intenso uccisero la ragazza e il nascituro e anche per Abira sembrava la fine. La ragazza sprofondò in un sonno profondo. Mentre affondava nell'oblio, sognò di vedere una sagoma avanzare verso di lei. La sagoma prese i contorni di una figura fantastica. Un cavaliere bianco su un cavallo bianco, il volto nascosto da un lembo del mantello che gli scendeva sulle spalle. Lo vide balzare a terra, leggero anche lui come un fiocco di  neve e avanzare verso di lei, pensava che fosse la morte che era venuta a prenderla. Perse i sensi. Quando si risveglio vide davanti a se il volto di Xeno.

Mentre l'esercito camminava, molti uomini iniziarono ad avere dubbi sul fatto che quella fosse la giusta via da seguire, anzi qualcuno come Neto, sospettò che quella via fosse stata scelta da Xeno poiché voleva fondare una colonia alle foci del fiume e quindi fosse tutto un tranello. Scoppiarono tafferugli fra gli uomini e Xeno corse il rischio di venire ucciso, se non fosse che Sophos la cui autorità era riconosciuta da tutti, non si fosse schierato dalla sua parte. Arrivati in cima ad un monte fecero una scoperta orribile: il fiume che aveva fatto da guida era scomparso!

Xeno co rse il rischio di essere accusato di tradimento, ma spiegò loro che il fiume non era scomparso, era semplicemente ghiacciato e che al primo tepore, le acque si sarebbero riviste. Abira era sempre più convinta che qualcuno stesse tradendo e che c'era un piano che nemmeno Xeno conoscesse. Chiese aiuto a Melissa per entrare furtivamente nella tenda del comandante Sophos e assieme a lei guardare i documenti che il comandante teneva dentro la tenda. Ma, perché i diecimila dovevano scomparire? Prendendo informazioni dai soldati, Abira capì che i diecimila erano condannati a sparire, poiché gli Spartani erano alleati del Re Artaserse, quelli che avevano  partecipato alla spedizione contro il Gran Re. Se avessero vinto, avrebbero avuto la riconoscenza e sarebbero stati alleati di Ciro ma perdendo, di loro non doveva rimanere nessuna traccia poiché sarebbero stati i testimoni del tradimento di Sparta verso il Gran Re. Abira era arrivata alla conclusione che Sophos, fosse il gran manovratore di tutto e il fatto che avesse appoggiato con entusiasmo di Xeno di seguire il corso del fiume, dimostrava che Xeno si stava sbagliando e che quella strada avrebbe condotto tutti a una morte sicura. I guerrieri ripresero la marcia lungo lo sterminato altopiano che sembrava non avere mai fine. Abira era presa dallo sconforto poiché era sempre più convinta che Sophos fosse un traditore e stava conducendo l'esercito nelle mani dei Persiani. Grazie ad uno stratagemma organizzato con Melissa decise di entrare furtivamente nella tenda di Sophos per scoprire se ci fosse qualcosa che potesse rivelare il tradimento del comandante spartano. Tremante e angosciata per la paura, si infilò nella tenda e in un baule scovò alcuni oggetti tra cui gli rimase impresso una frase ritagliata su una tavola di legno

 ARAX

Abira non ne comprendeva il significato, però intuiva che quel nome avesse un senso. Mentre stava frugando, comparvero all'improvviso dinnanzi a lei Sophos e Xeno. Era stata scoperta, qualcuno aveva tradito. Melissa piena di lividi e piangendo era stata costretta a rivelare il piano di Abira, che disperata, ora si rendeva conto di essere spacciata. Prima che la sua sorte venisse segnata e uccisa come spia senza che Xeno potesse salvarla, prese un pezzetto di legno e tracciò sulla terra quella strana parola che gli era rimasta impressa nella mente  ARAX  

Xeno rimase sbalordito, che significato aveva questo? Come poteva un'ignorante come Abira conoscere quella parola? Improvvisamente capì che i sospetti di Abira avevano fondamento. Xeno volle rimanere solo con Sophos per chiarire la faccenda, nel frattempo Abira scappò fuori dalla tenda. Xeno disse “Sophos, tu sai che quel segno in terra rappresenta un fiume, che non è il Fasi ma l'Araxes e questo fiume, non si getta nel mare. Stiamo percorrendo una strada sbagliata, e tu lo sai”. All'inizio Sophos cercò di difendersi, ma poi incalzato dalle domande di Xeno dovette ammettere che lui era stato inviato tra di loro dal governo spartano per far distruggere l'esercito dei diecimila qualora fossero sopravvissuti, in modo da non lasciare alcuna traccia della partecipazione di Sparta contro il Re Artaserse. Xeno capì anche che nessuno avrebbe creduto a questa sua teoria poiché la parola di Sophos era superiore alla sua, pertanto intuì che la sua sorte era segnata. Pregò il comandante di risparmiare la ragazza, tanto nessuna l'avrebbe mai creduta e gli rammentò le eroiche imprese che insieme avevano condotto. Come poteva sacrificare quegli eroici soldati solo perché Sparta glielo ordinava? Che colpa avevano loro se erano valorosi ed erano riusciti a salvarsi?  Sophos cedette alle argomentazioni di Xeno e alla fine disse “Hai ragione, scrittore, non possiamo loro far questo. Torniamo indietro. Li riportiamo a casa. Poi facciano gli dei ciò che credono giusto.”.

Si riprese la marcia nel senso inverso. L'esercito avanzò verso settentrione lungo una catena montuosa. Intanto si notava che il freddo era diminuito, e anche la neve cominciava a scomparire. Stava iniziando la primavera, infatti una mattina si udirono nell'aria suoni strani, erano uccelli, creature mirabili, la cui eleganza e bellezza era indescrivibile. Si erano lasciati alle spalle il gelo dell'inverno e stavano percorrendo verso valle lungo le sponde di un altro fiume. Le comunità che costellavano la valle, erano tranquille, dedite più al commercio che alla guerra e il passaggio dell'esercito suscitava più interesse che paura. Giunsero in un grande villaggio dove vennero ricevuti dal re locale, il quale si propose di aiutarli, offrendo loro una guida che li avrebbe condotti sino al mare, in cambio avrebbero dovuto distruggere i loro nemici che si trovavano ad alcuni giorni di marcia dal villaggio. Presero questo accordo e compirono agevolmente il massacro del villaggio nemico e guidati sapientemente dall'uomo che si era proposto a condurli, un giorno arrivarono in cima a un monte dove si vedeva un immenso mare. Abira non lo aveva mai visto. La vista del  mare non era solo la fine di un incubo, era la vista di casa. L'esercito iniziò a scendere verso il mare anche se furono costretti ad altri combattimenti contro le tribù locali che si opponevano al loro passaggio. Giunsero ad una città greca, la città di Trapezus. L'esercito si fermò in questa città. Alcuni dei soldati , i feriti, i malati, le donne ed alcuni giovani, si imbarcarono e abbandonarono il resto dell'esercito. Si era quasi alla fine dell'avventura e ognuno cercava una propria via. Quelli che erano chiamati i diecimila anche se in realtà all'inizio erano più di tredicimila ammontavano ormai a ottomila e seicento. Più di quattromila erano morti di freddo, per la fame e per le ferite. Si fece la spartizione del bottino che era stato razziato e Sophos rifiutò quello che gli spettava. Che senso aveva la ricchezza se il suo destino era segnato? Il resto dell'esercito riprese il percorso, arrivando così in un'altra città sul mare abitata da greci. Qui Xeno avrebbe voluto fondare una sua colonia. Nel frattempo il comandante Sophos si era come dissolto. Il viaggio quindi proseguì per mare verso l'occidente fino ad arrivare ad un'altra città greca. A questo punto l'esercito si divise: un gruppo  andò da una parte, altri rimasero nella città di Eraclea. Sophos ricomparve dinnanzi a Xeno e lo salutò definitivamente, confessandogli che il suo destino era segnato poiché il comandante persiano della più importante città greca d'oriente, Bisanzio, aveva ricevuto l'ordine di ucciderlo essendo l'unico che conosceva ogni segreto del coinvolgimento della sua patria nel tentativo di detronizzare e assassinare il Gran Re. Il comandante Sophos partì seguito da un paio di migliaia di uomini che si erano rifiutati di lasciarlo. Xeno decise di prendere la via dell'interno e in appena duemila dovettero affrontare nuovi ostacoli e nuove popolazioni ostili che gli rendevano dura la vita. Nel frattempo gli giunse la notizia che il comandante Sophos fosse molto malato, per cui prese il proprio destriero e lo raggiunse nel suo accampamento. Lo trovò moribondo e gli disse che qualcuno gli aveva somministrato del cibo avvelenato, quindi dopo lenta agonia Sophos morì e i soldati bruciarono il corpo rendendo onore al valoroso comandante. Xeno era diventato sempre più superstizioso e religioso e passava giorni a trarre gli auspici. Gli uomini erano bloccati in una situazione di stallo e si erano ormai abbruttiti poiché non sapevano più che strada prendere. Xeno riunì nuovamente l'esercito e riprese la sua marcia. Un giorno decise che avrebbe abbandonato il resto dei guerrieri poiché non c'era più ragione di stare assieme e che ognuno poteva prendere la sua strada. Abira piangeva disperata poiché tutti i suoi sogni si stavano frantumando. Un giorno sul finire dell'inverno la situazione stava per precipitare. L'esercito aveva toccato il fondo. Ormai era chiaro il disegno del governo spartano, visto che l'esercito era alla fine tornato nel mondo da cui era partito, visto che la fama di ciò che aveva compiuto si stava diffondendo, una fine violenta ne avrebbe moltiplicato a dismisura la gloria e attirato pericolosamente l'attenzione del mondo intero. Meglio confinarli in una regione angusta, misera, senza vie di uscita e lasciare che l'esasperazione, la delusione, mettessero in ginocchio quei soldati. Era ciò che stava accadendo. All'improvviso accadde un miracolo. Degli ufficiali spartani si presentarono da Xeno dicendogli “La notizia delle vostre gesta è corsa per tutta la Grecia ed ha riempito di orgoglio tutti gli Elleni. Il valore che avete dimostrato è al di là di ogni immaginazione. Vogliamo rendevi onore. Sparta e tutta la Grecia hanno bisogno di voi! Il Gran Re vuole in suo potere le città greche dell'Asia come le volevano Dario e Serse ottanta anni fa. A nome di Sparta io vi chiedo di unirvi a noi e di iniziare nuovamente la vostra avventura.”. I guerrieri esitarono qualche attimo e poi esplosero in un boato alzando le lance al cielo. Alla fine Xeno consegnò i superstiti dei diecimila al comandante spartano Tibron che conduceva la guerra, era ormai tutto finito. Xeno si rivolse ad Abira e col cuore in gola le disse “Io devo andare.”. Abira capì che non c'era posto per lei nel suo cuore, infatti Xeno aggiunse “I miei genitori hanno scelto una sposa per me e dovrò prenderla in moglie, se vuoi puoi venire nella mia terra, ci vedremo ogni tanto” Abira rifiutò e corse via piangendo.

Dopo lunghe traversie, Abira riuscì a rintracciare la strada che conduceva al suo villaggio, sperando che i propri genitori l'avessero perdonata per quello che aveva combinato, ma come sappiamo così non fu.

Le ragazze avevano ascoltato il racconto a bocca aperta, un mondo meraviglioso si era rivelato ai loro occhi, il modo pacato e sereno di raccontare da parte di Abira li aveva affascinati, e nei giorni seguenti continuarono a parlare con lei. Una notte mentre erano rannicchiate sotto le coperte e pensavano a lei sola e triste nel capanno sul fiume. Udirono il vento che rombava, un vento che annunciava un fatto straordinario. Insieme lasciarono il villaggio e andarono verso il capanno dove c'era Abira. Il vento secco e continuo sollevava una tempesta di polvere che avanzava dalla steppa, disegnando nell'aria strane sagome. Ad un tratto videro una figura spettrale che avanzava verso il capanno di Abira, udirono lo sbuffare sommesso di un cavallo e un lieve tintinnare di armi. La sagoma, passò loro così vicino che poterono notare un cavaliere rivestito di un'armatura splendente, coperto da un mantello candido, in sella a un poderoso stallone. Dalla parte opposta Abira gli veniva incontro, con passo incerto, poi videro lo stupore riempirle gli occhi, quando si fermò immobile a guardarlo mentre scendeva dal cavallo e si toglieva l'elmo liberando una chioma di capelli biondi e fini. Era bello come un Dio. Era Menon. Lui, l'aveva ammirata e forse amata in segreto. Lui era la divinità nevosa che le era apparsa nell'imperversare della tormenta e l'aveva salvata dalla morte bianca, lui era l'apparizione incerta che Abira di tanto in tanto vedeva tra i monti e i boschi, lui che tutti avevano creduto morto assieme agli altri comandanti, l'unico che avrebbe potuto sopravvivere: Menon, biondo e feroce. Abira salì in groppa allo stallone e si allontanò con lui. Uscirono dal loro nascondiglio e con le lacrime agli occhi li osservarono allontanarsi lentamente sparire nella foschia.