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Il fu Mattia Pascal

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Mattia Pascal

 

Luigi Pirandello scrisse il libro “Il fu Mattia Pascal” nel 1904, agli albori del Novecento. Questo libro può essere considerato il romanzo inaugurale del novecento, non tanto per la data di pubblicazione, quanto perché sconvolgeva profondamente, in un colpo solo, i canoni della narrativa naturalistica ancora imperante.

Protagonista del romanzo è Mattia Pascal, il quale svolge il lavoro di bibliotecario presso il comune del suo paese, un piccolo paese della Sicilia.

La storia viene raccontata da Mattia Pascal sotto forma di racconto fatto ad un amico sacerdote, don Eligio Pellegrinotto.

Rimasto orfano di padre all’età di quattr’anni e mezzo, il padre del protagonista del romanzo,  aveva lasciato nell’agiatezza la moglie e i due figli, Mattia e Roberto, maggiore di due anni. La morte del padre fu comunque una rovina per la famiglia, poiché la madre di Mattia era un’inetta, incapace di gestire le ingenti sostanze ricevute in eredità, e soprattutto ingenua e sprovveduta tanto da farsi raggirare da finti amici che approfittavano della situazione per rubargli il denaro. La vedova non volle risposarsi, cosa che gli sarebbe convenuto fare, anche per affidare il patrimonio nelle mani di un uomo capace di gestirlo più oculatamente. Con questo andazzo,le risorse della famiglia Pascal lentamente si riducevano.

A diciott’anni Mattia era un giovanotto abbastanza bruttino, “m’invase la faccia un barbone rossastro e ricciuto, a scapito del naso piuttosto piccolo, che si trovò come sperduto tra esso e la fronte spaziosa e grave”. Il fratello, Berto, contrariamente a lui era bello di volto e di corpo, e ne andava fiero.

Finchè visse la madre i due ragazzi stettero nell’agiatezza, ma la morte di lei, segnò la fine del loro benessere. A poco a poco le sostanze di cui disponevano finirono nelle mani di mercanti disonesti e senza scrupoli, per cui la famiglia Pascal ben presto si ridusse alla rovina.

Fra i numerosi approfittatori che presero di mira il patrimonio della famiglia Pascal, uno dei più agguerriti e malvagi, era un certo Malagna, il quale aveva commesso l’errore di sposare una donna di un rango più elevato del suo, che lo dominava e gli imponeva tutto quello che voleva. Malagna non aveva figli, e questo veniva attribuito all’infertilità della moglie, la quale morì ben presto, e lo lasciò vedovo e non troppo sofferente.  Malagna, che desiderava ardentemente avere un figlio, dal momento che non potevano esserci dubbi che l’incapacità di procreare fosse dovuta alla moglie, si poteva risposare  con una giovinetta, ed avrebbe potuto avere tutti i figli che voleva. Il furbo Malagna infatti prese in sposa una bella giovinetta, ma anche questa si dimostrò incapace di dargli dei figli. Era segno evidente che la sterilità era del maschio. Insomma la coppia era disperata, e  Malagna attribuiva la colpa alla moglie, la quale essendo una donna onesta non lo avrebbe tradito per nessuna ragione al mondo, per dimostrargli che in realtà la colpa non era sua ma del marito. Un giorno un amico di Mattia, certo Pomino, lo mise al corrente di un diabolico piano che il Malagna stava concependo. La figlia di una sua cugina, Romilda,  doveva essere sedotta dal Malagna  per dargli un figlio. La madre di lei, nonché cugina del Malagna, non era poi così in disaccordo con questo piano, poiché intravedeva per lei, una ricca fortuna, viste le ingente risorse economiche del Malagna. Mattia non volle credere a quelle parole, conosceva l’onesta della figlia della vedova Pescatore (era questo il cognome della mamma della ragazza), ma sapeva anche che la madre era una vecchia strega, capace di ordire un piano simile. Cercò di impedire che questo accadesse e cominciò a recarsi sovente alla casa della vedova Pescatore per carpire le intenzioni di Malagna. Convinto che la finalità di Malagna fosse quella di adescare la ragazza, Mattia cercò di convincere l’amico Pomino a dichiarare il suo amore per la figlia della vedova, ma le cose andarono in modo tale che alla fine la povera ragazza si innamorò di Mattia. L’amore scoppiò fra i due e alla fine Romilda rimase incinta di Mattia ,e tra urla disperata della suocera, e sgridate del Malagna, i due amanti si sposarono.

Ben presto i rapporti familiari divennero tesi e a tratti insopportabili per Mattia, che veniva accusato dalla suocera di aver rovinato la figlia, dal momento che la ragazza poteva essere la sposa di un buon partito come il Malagna, e non di un nullafacente, scapestrato e inetto, come lui giudicava, Mattia. Il pover’uomo era sfinito da queste continue liti che si accentuarono allorquando la mamma di Mattia andò a vivere nella loro casa. Un giorno Mattia, ormai al limite della sopportazione e in procinto di commettere chi sa quale azione nei confronti della terribile suocera, incontra il suo vecchio amico Pomino,colui al quale aveva sottratto la ragazza. Disperato racconta al suo vecchio amico tutte le vicissitudini passate accanto alla moglie e alla suocera, e questi mosso a compassione da un destino che sarebbe toccato a lui qualora avesse sposato la ragazza, decide di aiutare Mattia,e  tramite un suo parente riesce a fargli trovare posto nella biblioteca comunale. Il posto di bibliotecario era tutt’altro che interessante e Mattia, tra vecchi libri e polverosi scaffali, trascorreva il resto delle sue giornate nella noia, sino a quando un giorno venne chiamato a casa, poiché la moglie aveva partorito due gemelle, una delle quali morì subito, mentre l’altra morì dopo un anno lasciando il pover’uomo nello sconforto.

Una vincita insperata

[Giuseppe sembrava molto interessato al mio racconto. Dissi:”Ti stai annoiando, se vuoi la smetto di parlare” “no, no, vai avanti” rispose “è molto interessante, anche perché è l’ennesima dimostrazione che quanto un matrimonio nasce con il piede sbagliato è poi ben difficile raddrizzarlo. Ma prosegui sono curioso di capire come Mattia sopravvivrà alle angherie della suocera”].

“Tac tac tac…”Lei sola, là dentro, quella pallottola d’avorio, correndo graziosa nella roulette, in senso inverso al quadrante, pareva giocasse…Mattia era corso via da casa, aveva ricevuto dal fratello cinquecento lire, come per consolazione, non avendo egli partecipato assolutamente al mantenimento della mamma, ed aveva deciso di allontanarsi da casa sua, era corso via, nessuno gli avrebbe detto nulla. La moglie e la suocera ormai lo trattavano con assoluta indifferenza, e la sua assenza dovuta all’ennesima lite li avrebbe lasciati indifferente, “che andasse dove diavolo gli pareva, tanto quel buono a nulla non ci mancherà di certo”. Erano queste le parole che quella strega della suocera avrebbe pronunciato.

Mattia aveva deciso di giocare tutti i suoi soldi al casinò di Montecarlo. Affascinato da quell’ambiente vizioso ma elegante, ebbe una fortuna sfacciata e per tanti giorni consecutivi, vinse alla roulette una somma che gli avrebbe consentito di vivere agiatamente per il resto della sua vita, senza dover lavorare. Non si sarebbe mai fermato di giocare e sicuramente avrebbe di nuovo perso tutto, se una sera sul giardino del casinò, non assistette ad una scena che tra l’altro non era affatto infrequente in quel regno del vizio, il suicidio di un uomo che aveva perso tutto al gioco. Mattia, felice per la notevole somma vinta, suo malgrado, decise  di ritornare a casa, alla sua miserabile vita, ad una moglie ormai pi etosamente disfatta, ad una suocera che era una strega e che odiava, essendo abbondantemente ricambiato, con lo stesso sentimento anche da parte della suocera.

[“Per la miseria! Ma con tutti questi soldi pianta tutto e vattene in America o chi sa dove !“ esclamò il mio amico e mi fissò come per suggerirmi il resto del racconto, e sperare che Mattia prendesse questa decisione. “credi che lui non ci abbia pensato!” risposi “La cosa gli frullava in testa in maniera terribile, ed in realtà ancora non aveva deciso se mollare tutto e partire , magari per l’America, o ritornare a casa. Ma si sarebbe sentito un vile ad abbandonare la moglie, anche perché con i soldi vinti al casinò la loro vita sarebbe migliorata. Certamente quella vecchia megera della suocera lo avrebbe trattato meglio. Ma ascolta bene e senti come invece il destino di Mattia cambiò repentinamente ”].

 

La morte di Mattia Pascal

 

Mentre Mattia stava facendo ritorno in treno verso casa,  fantasticava su come avrebbe impiegato la sua vincita. La sua intenzione era innanzitutto quella di saldare i debiti, e poi se possibile comprarsi qualcosa di quella che fu la vecchia proprietà di famiglia. Era curioso di vedere che faccia avrebbero fatte la moglie e la suocera al cospetto di quella bella somma. Comprò un giornale, e si mise a leggere, per cercare di addormentarsi, mentre stava leggendo, lesse in grassetto, la seguente parola:

SUICIDIO

Immaginò fosse quel poveretto che si era ucciso al casinò, ma proseguendo la lettura, vide che in realtà il suicidio era avvenuto al suo paese, ed il cadavere che era rimasto annegato in un fossato pieno d’acqua era stato identificato come quello di Mattia Pascal. Meraviglia delle meraviglie! Lui era morto e non se n’era neanche accorto. Sicuramente l’avevano scambiato per un’altra persona. La suocera! , era stata sicuramente lei a riconoscere il cadavere. “La strega!”, pensò Mattia “per sbarazzarsi di me, aveva riconosciuto quel cadavere che in realtà nessuno sapeva di chi fosse”.

Alla prima stazione si sarebbe fermato e avrebbe spedito un telegramma dove avrebbe dichiarato che lui era vivo, che si erano sbagliati, e quello era il cadavere di uno sconosciuto. Poi all’improvviso gli balenò un’idea fantastica. Lui era per tutti morto!. Aveva in tasca una somma cospicua, poteva cominciare daccapo, rifarsi una vita e mandare all’altro paese, moglie suocera e tutto il paese intero. Era meraviglioso !. Da quel momento per lui sarebbe iniziata una nuova vita. Mattia Pascal era ufficialmente morto. “Egli fu”

.

[“Ora” “dissi al mio amico. “Dimmi, avresti fatto la stessa cosa di Mattia oppure avresti chiamato a casa e detto che non era vero, che il cadavere di quell’uomo non era il tuo, che eri vivo?”. Giuseppe ci pensò su, poi perplesso rispose:”Non lo so, certo, cominciare daccapo una nuova vita, con una bella somma in tasca non è un’idea malvagia. Non è affatto un’idea malvagia Ci dovrei pensare, non so darti una risposta”. “Mattia invece non ebbe esitazioni. Colse l’occasione al volo e si dichiarò morto. Privo di identità” “Comunque “ aggiunse Giuseppe, “se fossi stato al suo posto probabilmente lo avrei fatto pure io. Ma fortunatamente non ho una moglie come quella di Mattia, e soprattutto mia suocera è una brava donna e non una strega come quella di Mattia.  Ma continua, dimmi come andarono le cose”]

 

Nasce Adriano Meis

 

L’immensa, assoluta libertà di cui ormai godeva Mattia Pascal, gli imponevano di cambiare innanzitutto nome, poi aspetto, in modo che di lui non rimase più alcuna traccia “Ero solo ormai, e più solo di com’ero io non avrei potuto essere su la terra, sciolto nel presente d’ogni legame e d’ogni obbligo, libero, nuovo e assolutamente padrone di me, senza più il fardello del mio passato, e con l’avvenire dinanzi, che avrei potuto foggiarmi a piacer mio”.

Durante un viaggio in treno Mattia ascoltò due signori che conversavano di argomenti abbastanza seri. Erano sicuramente uomini colti. Mattia captò dalla loro discussione il nome di un personaggio storico, forse dell’antica Roma,, non capì bene, ma quel nome gli sembrò magnifico:Adriano Meis. Ecco come si sarebbe chiamato, da quel giorno lui era Adriano Meis. Si tagliò la barba, si comprò nuovi vestiti e si mise a girare l’Italia e parte dell’Europa. Era ormai un uomo libero, senza nessun legame e senza nessuna radice. Si era inventato una sua vita precedente, un padre, un luogo natio, ossia una vita irreale e non vissuta che poteva modellare e plasmare secondo i suoi gusti. Dopo tanto girovagare Adriano-Mattia si stancò di questo suo far nulla, e decise che era giunto il momento di trovarsi un posto dove vivere e possibilmente anche di conoscere qualcuno, poiché quell’eccessiva solitudine iniziava a stancarlo. Vide un cagnolino di proprietà di un barbone e chiese  se era in vendita, avrebbe avuto un amico discreto e fedele a cui rivolgersi. Poi però pensò che la proprietà di un cane lo avrebbe costretto a dichiararlo, e quindi a manifestare anche la sua identità, e questo non era ovviamente possibile. Quel giorno capì che nonostante tutti i suoi quattrini,  non avrebbe potuto avere neanche un cane.

 

[Giuseppe mi interruppe e disse “Devo però dire che Adriano Meis si comporta da sciocco. Non ho ben capito quale sia la somma a sua disposizione, comunque, qualunque essa sia, se non inizia a gestirla come si deve, i soldi finiranno e allora il fatto di non avere un’identità si rivelerà  un problema enorme” “Come al solito vedi il lato concreto delle cose” replicai. “Mica ti sei posto il problema che quest’uomo ora è come un guscio vuoto. Non ha un passato, e probabilmente non potrà avere un futuro. Certo può inventarsi qualunque passato, può dire quello che vuole, può asserire di essere il figlio di un re, o di un altro grande uomo, insomma può crearsi un passato come meglio crede, ma in realtà, qualunque cosa si inventerà non gli apparterrà. Tu però giustamente hai notato il lato per così dire concreto della vicenda” “Non si tratta di vedere il lato concreto” replicò “ma di essere realistici. Se io decidessi di fare quello che ha fatto Mattia, la prima cosa a cui baderei sarebbe quello di non dilapidare il patrimonio, perché senza di quello , un uomo come lui, senza identità è fottuto” “Comunque” aggiunsi “devo ammettere che hai ragione, e devo aggiungere che questo è un problema che fra poco si porrà anche Meis”].

 

Una vita da pensionato

 

Adriano Meis era annoiato. L’eccesiva libertà, tanti viaggi  non lo interessavano più, sentiva il bisogno di sistemarsi, di trovare un posto dove vivere e piantare le radici. Aveva soprattutto bisogno di trovare una sua casa e degli amici. Certo non rimpiangeva affatto la vita con la moglie e la suocera, però sentiva un assoluto bisogno di avere degli affetti. Aveva conosciuto in una trattoria che frequentava, un signore molto interessante, colto e ben educato, che discettava con assoluta padronanza ,di Cicerone e di altri dotti, ma quanto la confidenza aveva cominciato ad aumentare, Meis si era trovato davanti il solito problema, non sapeva dire chi era, e da dove veniva. Era un uomo senza identit&agra ve;.

Adriano Meis scelse Roma per vivere. Roma era la città ideale. Abbastanza grande e piena di forestieri perché qualcuno potesse accorgersi di lui. Affittò una stanza in una famiglia dove vivevano il proprietario, la figlia di questo e un’altra inquilina. Personaggi strani anch’essi, in particolare il proprietario, che si chiamava Anselmo Paleari. Questo signore, ormai in pensione trascorreva gran parte delle sue ore a meditare su quello che era il destino degli uomini dopo la morte, e disquisiva costantemente su questo argomento “L’anima esiste, e noi dopo morti esistiamo anche” diceva il Sig. Paleari, “La nostra vita non avrebbe alcun senso se dopo non ci fosse nulla”, e per avvalorare queste sue idee teneva delle sedute spiritiche con l’altra inquilina, signora Caporale, che pare avesse delle facoltà di medium. All’inizio Adriano riteneva che le idee di questo signore fossero alquanto bislacche,  però lentamente ,si rese conto che le strane teorie del Sig. Anselmo avevano un fondo di verità. Forse era la sua condizione a suggestionarlo, in fondo se ci rifletteva bene, lui in un certo senso era un uomo che era già morto. Al suo paese probabilmente ormai lo avevano dimenticato o forse qualcuno piangeva il povero Mattia Pascal tragicamente annegato in un laghetto.

 

[“credo che quest’uomo, mi riferisco al padrone di casa farà un brutto effetto su Mattia” disse Giuseppe, e aggiunse “ a pensarci bene, non è molto conveniente perdere la propria identità. Sei libero, ma il realtà non hai niente”. “Saggia riflessione” aggiunsi “ma visto che siamo alle considerazioni filosofiche, lasciami dire che Mattia in realtà è come se fosse già morto. Chi si preoccupa di lui se gli accade qualcosa ? chi lo conosce? Quali legami ha con le persone? Siamo esseri viventi anche perché ognuno di noi ha dei contatti e degli affetti con le persone” “Okey! Fermati qui” disse Giuseppe “Prosegui il racconto. La morale della favola la farai alla fine].

 

Adriana, la figlia di Anselmo.

 

Libero! Mattia possedeva quello che aveva sempre sognato: la libertà, ma adesso era stanco, come se quell’eccesso di libertà lo avesse svuotato. Si era affezionato a quel nucleo familiare. L’inquilina, la signorina Caporale, si mostrava molto curiosa nei suoi confronti e gli poneva spesso domande imbarazzanti che mettevano in difficoltà Meis, il quale  non riusciva a rispondere prontamente. Una sera si era trovato a difendere una donna dall’assalto dei ladri che volevano derubarla. Dopo averli allontanati con il proprio bastone da passeggio, le guardie, che nel frattempo erano accorse volevano che il fatto venisse denunciato da Meis Egli si rese conto, che non avendo un’identità non poteva farlo, non poteva denunciare nessuno, perché la denuncia implicava che colui che denunciava il fatto delittuoso avrebbe dovuto dare le proprie generalità, e Meis non ne aveva generalità. Adriano Meis non sarebbe quindi mai potuto mai diventare un eroe. Anche un gesto coraggioso, doveva rimanere nell’anonimato. La figlia di Anselmo, il proprietario di casa, si chiamava Adriana. Nonostante fosse molto timida, dimostrava un crescente interesse nei confronti di Adriano, il quale si era convinto che si fosse innamorato di lui. Questo gli procurava tanta gioia, lo faceva sentire felice, ma nello stesso tempo si rendeva conto che non poteva far nulla. Lui non poteva avere sentimenti, perché non aveva identità, non esisteva e quindi non poteva amare. Una sera sentì parlare la  signora Caporale furtivamente con il cognato di Adriana, che era ritornato da Napoli. Sentiva che parlavano di lui, e capì che quell’uomo aveva molta influenza in quella famiglia, soprattutto su Adriana. Si ingelosì. Si rese conto però che stava nuovamente provando un sentimento che non poteva provare, anche la gelosia non era concessa ad un uomo senza identità. Adriano Meis non esisteva e quindi non poteva essere geloso. Adriana gli fece conoscere il cognato, Signor Terenzio Papiano, un uomo sgradevole con il quale Adriano capì che non sarebbe mai potuto andare d’accordo.

Le vicende della famigliola dove viveva in pensione Meis, giorno per giorno lo coinvolgevano sempre di più, ma soprattutto l’interesse verso Adriana si era accentuato, soprattutto quanto la signora Caporale gli aveva confessato che il perfido cognato voleva sposarla per impadronirsi di una sua piccola dote. Un giorno Meis rivide un uomo che aveva conosciuto al Casinò di Montecarlo, il giorno della sua vincita. Fu un colpo per Meis,  quell’uomo poteva riconoscerlo, a quel tempo lui era ancora Mattia Pascal, poteva svelare la sua vera identità, era un grave rischio.  Da quel giorno capì che qualcuno poteva riconoscerlo, per cui decise di correggere un suo difetto fisico, si trattava di un occhio, che sin dalla nascita era storto, questo difetto, lo rendeva facilmente riconoscibile, oltre al fatto che accentuava la sua bruttezza. Quell’occhio storto era un forte indicatore che dietro al nome di Adriano Meis si nascondesse in realtà Mattia Pascal.

Adriano alla fine decise di operarsi l’occhio e stette quaranta giorni al buio, solo nella sua cameretta, dove spesso veniva a fargli visita il padrone di casa , il Sig. Anselmo il quale lo tediava con le sue strampalate teorie sugli spiriti e sulle sedute spiritiche.

 

 [“la vita di questo pover’uomo si era alquanto complicata” disse Giuseppe “non è possibile liberarsi del tutto del proprio passato. Ci sarà sempre qualcuno che alla fine potrebbe riconoscerti, comunque prosegui, il racconto diventa interessante” “il bello deve ancora arrivare!” dissi ].

 

Un uomo senza identità

I giorni passavano e Adriano ormai aveva trovato in quella casa un proprio nido, un luogo dove potere vivere serenamente. I suoi rapporti con Adriana si erano fatti sempre più intimi fino a quando un giorno, nel corso di una seduta spiritica, al buio, Adriano prese coraggio e la baciò. Con quel bacio Adriano capì che ormai si era innamorato della figlia del proprietario, ed era da questa ricambiata. Ma poteva lui innamorarsi? Poteva fare felice quella donna che desiderava sposarsi? Lui non era un uomo, era un’ombra senza identità, e non avrebbe mai trovato il coraggio di dire a quella fanciulla che lui non era Adriano Meis, ma Mattai Pascal, con una moglie ed una suocera a carico. Un giorno , Adriana era entrata nella sua stanza per consegnarli una lettera speditagli dal dottore che l’aveva operato all’occhio, la lettera  invitava il paziente Adriano Meis a saldare la parcella relativa all’intervento sull’occhio. Nel prendere il denaro, che Adriano teneva nascosto in una specie di cassaforte nel muro della stanza, si accorse di essere stato derubato di parte dei suoi soldi. .Immediatamente i sospetti caddero su Paleari, non poteva essere stato che lui ad effettuare quel furto, sicuramente aveva agito durante una seduta spiritica, al buio si era allontanato ed aveva commesso il furto. Adriana piangendo implorava Meis di denunciare il furto, ma lui non poteva acconsentire. Non poteva denunciare nessuno, avrebbe dovuto rivelare la sua identità e lui non aveva identità perché Mattia Pascal era morto, Adriano Meis non esisteva. Era disperato. Non si poteva innamorare, poteva essere derubato e non poteva sporgere nessuna denuncia, non poteva fare nulla, era un uomo solo, solo con la sua ombra. Il tenue filo di vita che aveva riallacciato in quella casa, il suo amore con Adriana non potevano esistere. Doveva allontana rsi, scappare da quella casa.

Il suicidio di Adriano Meis

La vita per Adriano Meis era diventata insostenibile. La mancanza di identità, quel non potersi dichiarare con nessuno, lo stavano conducendo alla follia. Tra gli altri episodi gli era capitato di sfidare a duello un uomo che lo aveva offeso, ma quella sfida non era possibile, avrebbe dovuto dichiarare le sue generalità ai testimoni, e questo non era possibile. Quella sua presunta libertà si era rivelata una trappola. Dopo due anni di quella vita non ne poteva più. Aveva voglia di ritornare alle sue radici, al suo paese. Non che avesse nostalgia della moglie o della megera della suocera, ma il non essere nessuno, il vivere come un ombra, era per lui ormai insostenibile.

Una sera mentre passeggiava tristemente lungo il fiume, capì che poteva ritornare quello che era prima. Come era morto Mattia Pascal così pure poteva morire Adriano Meis. Avrebbe smesso di far soffrire quella povera ragazza che si era innamorata di lui, e avrebbe smesso di soffrire pure lui, si sarebbe liberato da quella gabbia in cui si era cacciato. Buttò nel fiume il suo capello, il suo cappotto ed un biglietto su cui c’era scritto il suo nome. Simulò il suicidio, e così fece morire un uomo  che in realtà non era mai esistito: Adriano Meis.

 

[“Una fine molto triste, ma inevitabile” disse Giuseppe “era una situazione senza via d’uscita, anzi non poteva che peggiorare, perché il giorno che avrebbe finito il danaro sarebbe stato costretto all’elemosina. Non si può fuggire dalla propria vita” “complimenti!” risposi “stai imparando anche tu a filosofeggiare. Un uomo non può vivere da solo, senza nessun legame, senza nessun amico. Noi esistiamo perchè gli altri ci identificano, sanno chi siamo, altrimenti saremo delle ombre e…” “Alt! “ sbraitò Giuseppe “Calmati!, la morale la farai alla fine del racconto. Avanti racconta il resto del racconto” .

 

Un morto che resuscita

 

Si era ormai liberato del peso di quell’imbecille di Meis. Era ritornato Mattia pascal ed era felice, molto felice di questo. Sarebbe rimasto a girovagare per qualche giorno , per non associare la morte di Meis con il ritorno a casa di Mattia, poi sarebbe ritornato al suo paese, qualche soldo gli era rimasto , avrebbe vissuto comodamente. Decise di farsi vedere per primo dal fratello Berto, il quale quando lo rivide per poco non gli venne un colpo. Berto fu felice di rivedere vivo il fratello, quindi lo mise al corrente dei fatti accaduti in quei due anni, durante la sua assenza. La moglie si era risposate con Pomino, l’amico di Mattia che per primo aveva amato Romilda. Mattia, venne al corrente del fatto che secondo la legge se ritornava il vecchio marito, il secondo matrimonio veniva annullato e di conseguenza Mattia risultava ancora i legittimo sposo di Romilda. Era veramente una situazione paradossale, ma non era quello che Mattia voleva. Non aveva nessuna intenzione di ritornare a vivere con la sua ex moglie. La sera seguente Mattia si presentò a casa della sua ex moglie, ora sposata con il suo ex amico Pomino. Ne venne fuori una scena tragi-comica che ebbe momenti di tensione altissima e momenti di ilarità, vista l’assurda situazione che si era creata: un morto che ritorna dall’altro mondo e finge di rivolere  la sua ex moglie, ormai risposata e con figli.

 La suocera, alla vista del suo ex genero ,per poco non ci rimase secca. A Pomino gli sembrò che il mondo gli crollasse addosso, e l’ex moglie svenne più volte per la sorpresa e per il timore di quello che poteva succedere. Poi Mattia dopo essersi sfogato, e dopo aver manifestato tutto il suo disprezzo nei loro confronti, li rassicurò che non era assolutamente sua intenzione riprendersi la moglie, come diceva la legge. Se ne andò da quella casa assicurando loro che per lui quelle persone non esistevano più.

. In paese all’inizio nessuno lo riconobbe, sino a che non si ritrovò alla vecchia biblioteca con Don Eligio Pellegrinotto, il quale invece lo riconobbe subito.  Mattia raccontò le sue avventure a Don Eligio, il quale alla fine della storia disse: ”fuori dalla legge e fuori di quelle particolarità,liete o triste che siano, per cui noi siamo noi, caro Signor Pascal, non è possibile vivere”.

Mattia riprese il suo lavoro presso la biblioteca comunale,  ed ogni tanto si recava al cimitero a trovare lo sconosciuto che era stato scambiato per lui, sulla lapide c’era scritto:

 

COLPITO DA AVVERSI FATI

MATTIA PASCAL

BIBLIOTECARIO

CUOR GENEROSO ANIMA APERTA

QUI VOLONTARIO

RIPOSA

LA PIETA’ DEI SUOI CONCITTADINI

QUESTA LAPIDE POSE.

 

A chi lo incontrava e non riconoscendolo gli chiedeva chi fosse, lui rispondeva “Io sono il fu Mattia Pascal”

[Bello !” esclamò Giuseppe “Gran bel racconto, quasi quasi compro il libro e me lo leggo, anche se ormai conosco la fine. Adesso tira fuori la morale, visto che ti dai l’aria del vecchio saggio, dimmi che morale c’è in questo racconto”. “La morale del racconto è riassunta nella frase di Don Eligio: Noi siamo quello che siamo, quelli che gli altri ci identificano e nulla possiamo fare per sottrarci a questa realtà” Risposi. “Bene. Sono d’accordo” rispose Giuseppe. Poi aggiunsi: “La morte caro amico cancella tutto, e lo cancella subito. Pochi si ricordano di noi dopo la morte. Soli due anni erano passati dalla morte di Mattia Pascal, ma neanche il fratello l’aveva riconosciuto. Siamo solo dei miseri animaletti che moriamo, e nessuno si ricorda più di noi. Anzi se ipoteticamente potessimo ritornare in vita daremmo solo fastidio. L’esperienza di Mattia Pascal è stata eccezionale, perché da vivo ha capito cosa significa morire, in realtà quell’uomo è morto due volte”.

 Guardammo l’orologio erano le due di notte. Era ora di andare a nanna. “Okey vecchio mio buona notte” dissi e ricordati che fra non molto tempo anche tu sarai un “fu”, il “Fu Giuseppe”, “e tu” replicò Giuseppe il “fu filosofo” e sorrise di gusto per quella che gli sembrò un’ottima battuta di spirito.

Ultimo aggiornamento Giovedì 11 Giugno 2009 20:41

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