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De amicitia

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Scipione l’ Emiliano, anche detto Africano minore, morì nel 129 a.C. per il suo ostinato avversare le sempre più violenti agitazioni graccane; lo trovarono nel suo giaciglio, avvolto da un manto di sangue e con gli occhi sbarrati che guardavano Roma dal profondo dell’ Ade. Lelio rimase profondamente turbato dal cruento trapasso dell’ amico e si ritirò nella sua dimora, isolandosi dal contesto sociale e filosofico dell’ Urbe. Gaio Fannio e Quinto Mucio, preoccupati dal comportamento di quello che era stimato uno dei più importanti luminari dell’ Impero, addirittura per alcuni  superiore ai Sette Sapienti, lo raggiunsero e lo interrogarono su come avesse vissuto la perdita di una persona tanto cara.
{mosgoogle} La sofferenza di Lelio emerge impetuosa e violenta, l’ introspezione scende fin nella profondità del suo animo e permette la palese manifestazione di un dolore antico come il genere umano, lacerante e impietoso. Segue una lunga rievocazione delle imprese dell’ Africano e del profondo legame che vi era fra i due al termine della quale Fannio, affascinato dall’ “ eloquentia” dell’ oratore interviene chiedendogli se rimanendo in tema avesse potuto discorrere sull’ “amicitia” più in generale come “ virtus generis umani”.

Si apre in questo punto una interminabile macrosequenza nella quale Lelio, prendendo le redini del discorso sviscererà il termine “ amicitia” prendendo in analisi il fenomeno in tutte le sue forme ed interpretazioni. Densissima questa parte del libro, nel corso della quale i rari, ma periodici interventi dei suoi interlocutori permetteranno di tirare le fila di quanto preso in analisi fino a quel momento e di prepararsi ad affrontare un nuovo “blocco” concettuale. Ergo, il saggio oratore ci relazionerà non senza dovizia di particolari su tutto lo scibile inerente uno dei sostantivi  con i  “ discrimines” più incerti e indefiniti. Il testo è suddiviso in paragrafi di ordine logico, ognuno prende in analisi un diverso “modus vivendi”e ne evidenzia gli aspetti positivi e negativi.

Lelio invita prinvcipalmente a riflettere su se stessi e afferma che solo l’ introspezione ci aiuta a capire come essere con noi stessi e con gli altri, in pratica riprende i concetti di un altrettanto famoso filosofo,una cui massima riassume l’ intero concetto espresso:

 

Nosce te Ipsum”    “ Conosci te stesso”   (Socrate

 

Lo stile arcaico e, se consultato con la traduzione di Carlo Saggio, l’ abbondanza di preziosismi linguistici neolatini renderà assieme alla complessità dei concetti espressi la lettura ardua, ma appagante. Non si rimpiangerà mai di aver letto un’ opera tanto riflessiva e introspettiva oltre che straordinariamente istruttiva e formante.

Lo stile Ciceroniano riflette la sua grandissima abilità oratoria ed evidenzia la sua profondità spirituale, permettendo un immedesimazione totale nella “forma mentis” latina che emerge chiaramente nel formulare il pensiero, complesso e denso di Lelio, il quale, dotto in filosofia e in oratoria, oltre che incredibilmente eloquente, diffonde il suo sapere tra i discepoli, in questo caso Fannio e Scevola.Le varie tematiche del libro saranno trattate in un paragrafo apposito più avanti, per quanto riguarda la finestra di testo sottostante essa riporta un frammento di brano da me selezionato e tratto più precisamente dal Capitolo XVII paragrafo 61 righi 1-9, per l’ edizione della BUR stampata ad Ariccia nel marzo del 2007 si può trovare a pagina 133.

 

***

Hoc Cicero scripsit …

Dal “ De amicitia di CICERONE”

   

“Di questi confini dunque ritengo si debba far uso, che, quando i costumi degli amici  siano stati   corretti, allora vi sia tra essi comunione di ogni cosa, di decisioni, di volontà, senza eccezione alcuna; in modo anche che, se per un caso capitasse che siano da  sostenere propositi degli amici non troppo giusti, nei quali sia in gioco la loro vita o il loro buon nome, ci si debba scostare dalla via, purché non ne  derivi un grande disonore. Vi è infatti un limite entro cui si possa dare indulgenza all'amicizia e non bisogna però trascurare il proprio buon nome ne si deve credere una mediocre arma nella vita pubblica il favore dei cittadini, che è vergognoso accattivarsi con adulazioni e lusingando; non si deve assolutamente ripudiare la virtù, a cui tien dietro la stima.”          

                         

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AMICUS MEUS …

M.T.Cicerone e la sua visione dell’ Amicizia

Cicerone ci propone, in questo libro la sua visione dell’ amicizia attraverso la testimonianza di Lelio, turbato dalla recente perdita del suo caro amico Scipione l’ Emiliano. L’ amicizia è la virtù somma, seconda solo alla sapienza e la vita senza di essa è priva di senso.  Egli dichiara che chi le antepone il bene supremo, è si in buona fede, ma sbaglia poiché l’ amicizia è la principale fonte di bontà e deve essere finalità di ogni nostra azione preservarla.

L’ amicizia con i corrotti, trattata anche nel frammento di testo presente nella pagina precedentemente deve rimanere salda finché vi è onestà e giustizia fra gli amici, quando questi principi cedono non vi è più ragione per l’ affetto di esistere. Lelio disprezza le amicizie superficiali e la strumentalizzazione di quello che ritiene il sentimento più puro per fini “ vili” quali la carriera politica e la reputazione, che invita a fondare sulla concretezza e non sull’ illusione.

Emerge il concetto di “iusta amicitia”, l’ amicizia in cui entrambi i      “ contraenti” ripongono fiducia nell’ altro, ma non chiedono mai che per affetto l’ amico violi la “ lex”, oppure venga meno ai suoi diritti e doveri di “bonus cives”, poiché ogni azione nel suo compiersi deve avere come finalità la giustizia e il bene supremo.

L’amicizia è continua crescita personale, infatti Lelio esorta ad ammonire l’ amico ogniqualvolta sbaglia ed a chiedergli di, in caso lo sbaglio sia commesso da noi stessi, ammonirci con equivalente severità, poiché prima di ogni altra cosa occorre che il legame sia formante per entrambi, così un saggio infonderà la sua conoscenza nell’ amico, un giusto inciterà alla giustizia, un diligente alla solerzia e avendo numerosi amici riceveremo insegnamenti su molte virtù diverse.           Inoltre precisa che solo la crescita deve essere obiettivo dell’ amicizia e non il guadagno, così sono considerate disprezzabili le amicizie politiche volte alla conquista del potere e quelle strumentalizzata a fine di lucro o per il raggiungimento di un obiettivo. Naturalmente l’ amicizia non viene vista come simbolo di debolezza, poiché non si ricerca il sostegno o l’ aiuto di qualcuno, ma solo si desidera condividere i propri interessi con chi ne ha di affini.

Viene discussa la figura del “tiranno” che vive nella ricchezza e nell’ abbondanza, ma è privo di amori e affetti, conseguentemente la sua vita è vuota e non potrà mai essere felice poiché non può condividere la gioia di accentrare nelle sue mani massimo potere politico ed economico con qualcuno.

Nell’ amicizia, inoltre non bisogna superare un determinato limite di attaccamento per     evitare che l’ eccessiva vicinanza corrompa il puro rapporto, è necessario condividere esperienze e conoscenze con gli amici, ma seguirli in ogni loro impresa, anche se da noi reputata errata, solo perché sono tali denota un affetto quasi morboso e sicuramente non formante, conseguentemente viene a mancare la finalità prima dell’ amicizia, la crescita personale e l’ acquisizione di virtù. Queste le principali tematiche del libro che si presenta ricchissimo di spunti per riflessioni sui principi portanti del genere umano. Consigliato a tutti coloro che desiderano immergersi nella latinità e trarne il massimo guadagno a livello culturale, naturalmente chi desidera saggiare l’ eloquenza Ciceroniana e avere un assaggio della sua abilità filosofica è vivamente invitato a prendere in analisi con molta attenzione il testo.

 

 Giudizio complessivo del de amicitia

 

                                         

 

Ultimo aggiornamento Sabato 27 Dicembre 2008 19:57

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