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Radici ritrovate di Eleonora Spina

Liceo Classico “S.Nilo” Rossano

 

E’ immobile, ferma da quando, in un tempo indeterminato, qualcuno, che nessuno più ricorda, l’ha voluta fissare per sempre in un’immagine. La sua bellezza è senza tempo e senza limiti, il suo volto, appena accennato sulla tela, ha un che di misterioso e affascinante; le sue mani delicate suonano una musica che non si può sentire, le sue forme graziose sono ricoperte da un abito degno della sua bellezza e i suoi occhi brillano nel buio di una stanza dipinta in una magica penombra per meglio permettere al suo splendore di risaltare. Dietro la tela c’è una dedica e una data, sbiadite dal tempo come se volessero restare nascoste per accrescere il desiderio di saperne di più su quella donna e catturare definitivamente l’attenzione di chi, anche solo per curiosità, ha posato il suo sguardo su quello strano quadro.

 

 

E’ così che ha inizio la mia storia.

 

Ero una giornalista del “Times”, svolgevo una vita normale, avevo un fidanzato, un cane e tanti amici, un monolocale carino è un lavoro rispettabile. Ma il caso volle che un giorno, mentre come al solito arrivavo di corsa in ufficio, trovai ad aspettarmi nel mio studio un tale che diceva di venire da un piccolo paesino dell’Italia. Fin qui tutto più o meno normale. Pensai subito che volesse una raccomandazione o, come tanti credesse di avere in mano lo scoop del secolo, che si sarebbe rivelato un fallimento, e volesse propormelo in cambio di un mucchio di quattrini che non gli avrei mai dato.

E invece disse di essere un avvocato venuto ad avvisarmi che una mia parente in punto di morte aveva disposto che i suoi averi fossero affidati a me e subito dopo, esalato l’ultimo respiro, si era abbandonata al sonno eterno. Disse anche che erano anni che mi cercavano per avvisarmi e solo ora le loro ricerche avevano avuto un esito positivo.

Confesso che mi ci volle un po’ a riprendermi ed ebbi appena il coraggio di chiedere in cosa consistesse in realtà il patrimonio ereditato. L’avvocato fu pronto a riferirmi che non si trattava di soldi, bensì di un antico casolare di un certo valore tenuto ancora in condizioni non troppo rovinose; mi fece firmare alcuni documenti, poi me ne consegnò le chiavi e scrisse l’indirizzo su un pezzo di carta prima di congedarsi, rinnovando le sue congratulazioni. Mi precipitai nell’ufficio del mio capo e non so come riuscii a convincerlo che avevo bisogno di qualche giorno libero per mettere a posto alcuni affari di urgente importanza. Tornai di corsa a casa e feci le valigie, prenotai un volo per l’Italia e, salutato il mio ragazzo al quale amorevolmente lasciai in cura il mio cane (che lui odiava), partii all’avventura. Non avevo ancora idea di cosa ne avrei fatto, ma ora volevo solo vedere quell’antica dimora. Era strano, ma mi sentivo attratta da qualcosa di speciale ad aspettarmi. E così fu.

 

 

Giunsi in Italia dopo un lungo viaggio aereo e noleggiai un’automobile. Arrivata nel paesino indicatomi dall’avvocato non mi ci volle molto a rendermi conto di quanta strada servisse ancora perché il progresso raggiungesse ogni angolo del mondo…era come entrare in uno di quei luoghi dove il tempo sembra scorrere più lentamente. La gente mi fissava come un fantasma o un mostro con tre teste al punto che, se non avessi dato un’occhiata rassicurante nello specchietto…beh, forse avrei iniziato a pensare seriamente di aver dimenticato in faccia quella crema antirughe al kiwi che avevo comprato giorni prima al centro commerciale solo perché ero interessata all’autoabbronzante in regalo. Comunque imparai presto che è una specie di regola non scritta del paese osservare con curiosità gli stranieri e imparai presto a capire che era l’unico diversivo per i cittadini.

Le mie ricerche non durarono molto. Mi bastò chiedere ad un paio di persone e raggiunsi senza problemi la mia nuova proprietà. A prima vista non si rivelò poi così misteriosa come credevo, ma in seguito ebbi modo di affermare il contrario. Era fuori mano, non in buone condizioni, abbastanza grande, ma non una reggia. Il cancelletto d’ingresso era un po’ arrugginito. Due imposte erano leggermente aperte, come se dietro vi fosse qualcuno a sbirciare. L’intonaco esterno, consumato dal tempo, era di un colore indefinibile. Notai al contrario le ottime condizioni degli infissi, e seppi solo in seguito che erano indispensabili alla mia parente perché gravemente ammalata e insofferente alla luce diretta del sole, e che, pertanto, venivano trattati ogni anno con accurato lavoro. Rammentai di essere stata avvisata che la casa, rimasta vuota dalla morte della mia benefattrice, non era stata più ripulita. Preso atto di ciò mi accinsi ad entrare, intenzionata a provvedere al più presto e personalmente a tale inconveniente. E arrivò così il momento di aprire la porta e varcare la soglia.

Sul dunque esitai, ma, sapendo dentro di me di non averne nessuna ragione, mi risolsi ad entrare.

La chiave scivolò quindi da sola nella serratura e, prima di rendermene conto, la porta si spalancò e vidi qualcosa che in genere la vista non percepisce, qualcosa che inspiegabilmente interagiva con i miei sensi, qualcosa che rievocava in me quella serenità puerile ormai da tempo riposta in quella parte di noi che, stabilita appartenere a situazioni passate, riteniamo automaticamente non poter più far parte del nostro presente. E fu un tripudio di sensazioni, un variegato di sentimenti contrastanti e uguali allo stesso tempo, che non avrebbero mai potuto esser tali se non fosse accaduto in me qualcosa di straordinario, se questa “cosa” non avesse suonato le corde del mio cuore con le sue dita delicate e familiari, se il suo calore non fosse penetrato in me a sciogliere il gelo del mio cuore. Ah, quella “cosa”, quella “Cosa”…quella “COSA” era l’Amore, si l’Amore con la A maiuscola, l’Amore che aleggiava in quella stanza, che era visibile, palpabile, che mi si offriva, senza chiedere nulla in cambio, ma avendo in realtà ottenuto tutta me stessa dal primo istante. Era Amore vero, non sapevo da dove venisse, ma c’era, sì che c’era, lo sentivo, era troppo forte per poter essere tralasciato, imponeva la sua presenza mendicando ascolto. E mi convinse a prestargli orecchio.

Solo più tardi scoprii che quell’amore, così vero, era tipico della gente di Calabria. Quel calore, quell’accoglienza, quel metterti subito a tuo agio e farti sentire a casa tua, in terra straniera, scorrevano nelle vene di un popolo ospitale e generoso. Una virtù acquisita attraverso l’esperienza dell’emigrazione, della miseria, di secoli di sfruttamento e fame in cui l’unica forza per sopravvivere era l’aiutarsi l’uno con l’altro come meglio si poteva.

 

 

Avanzai nella stanza e notai che un arredamento povero, tipicamente campagnolo dava un tocco accogliente alla casa. Il tutto era ovviamente ricoperto da uno straro di polvere…ma d’altra parte questo era normale dal momento che nessuno da tempo si occupava delle pulizie.

Aprii le imposte e un raggio di sole, penetrando la stanza, illuminò, quasi per attirare la mia attenzione su di esso, un ritratto, appeso alla parete di fronte alla finestra, che raffigurava una giovane donna seduta, intenta a suonare il pianoforte, luminosa e bella, in un ambiente buio che contribuiva a far ricadere su di lei tutta l’attenzione dell’osservatore.

Fui subito incuriosita e attratta da quel quadro, sebbene non fosse così inusuale trovare un ritratto appeso ad una parete di una casa antica. Forse ciò che mi impressionava era il fatto che la donna sembrava avere qualcosa di familiare, dei tratti conosciuti, anzi, ripensandoci, credo mi somigliasse in maniera non indifferente e ciò mi fece uno strano effetto.

 

 

Dopo aver continuato a fissare la tela per un po’ di tempo, seguitai ad osservare la stanza. Notai con piacere che nella sala dopo l’ingresso c’era un salotto con un camino molto grazioso. Una credenza era addossata alla parete di fronte al camino. Un tavolo con le sedie erano poste davanti alla credenza, quasi al centro della stanza. Una grande finestra dava nel cortile.

La sale era comunicante con la cucina, non molto grande, per la verità. Essa era comunque accogliente, sebbene arredata con pochi mobili e una credenza a muro.

Tornai indietro, all’ingressino. Salii le scale in legno scuro che portavano al piano superiore, dove c’erano due stanze da letto e un bagno. Entrai nella prima stanza che mi trovai di fronte. Era poco illuminata. Aveva un letto a due piazze con una pesante coperta sopra. Un armadio in noce era posto di fronte al letto. Una cassettiera era addossata alla parete laterale. La finestra aveva le imposte ben chiuse. Doveva essere la stanza della mia anziana parente.

L’altra camera da letto era più piccola e aveva un lettino, una scrivania, un armadio a due ante. C’era un balconcino, piccolo e davvero sfizioso ed anche questo affacciava sul cortile. Doveva essere  di un figlio della signora o di qualcuno che stava lì per tenerle compagnia ed assisterla. Decisi che mi sarei sistemata in questa camera.

Portai su la mia valigia e, fornitami di un panno e di un prodotto che avevo portato con me, iniziai a spolverare ed aprii tutte le finestre della casa in modo da far sparire quell’odore sgradevole dovuto al fatto che per troppo tempo era restato tutto chiuso.

Continuavo intanto a percepire quella strana e piacevole sensazione di tranquillità e di pace, continuavo a sentire l’amore che regnava in quella casa rendendola familiare e mi faceva star bene e mi sembrava di stare a casa mia.

 

 

Nella tarda mattinata uscii e tornai in paese a comperare qualcosa da mangiare. Mi fermai a pranzare in una piccola trattoria. Poi entrai in una botteguccia dove presi un po’ di cose che potevano servirmi per il soggiorno nella mia nuova proprietà. Feci una lunga passeggiata nel paesino e notai dei vicoli molto caratteristici. Verso sera le anziane signore si dirigevano in chiesa, dove il parroco andava avanti e indietro sul sagrato aspettando di poter iniziare a dire messa. I ragazzini giocavano nella piazza con un vecchio pallone di cuoio tutto consumato. I vecchietti stavano a chiacchierare tranquilli vicini alla torre dell’orologio. Da un bar provenivano risa e rumori. Mentre gli uomini dopo una giornata di lavoro, stavano seduti a giocare a carte. I giovani erano impegnati in una partita a calciobalilla. Da una finestra che dava sulla strada proveniva il suono di una radio ad alto volume. Una bambina camminava stringendo forte la mano della mamma. Un giovane in divisa, tornato in licenza dal servizio militare, correva ad abbracciare la fidanza. C’era vita nelle stradine del paese. Un po’ tutti mi osservavano, ma con una curiosità innocente, non con malizia o cattiveria. Mi sorridevano, facendomi sentire bene accolta. Entrai in un negozietto di oggettini particolari, tipici della zona. Un uomo bruno e di bella presenza mi chiese in cosa potesse essermi utile. Dissi che volevo solo dare un’occhiata. Mi domandò da dove venissi e gli raccontai in breve la mia storia. Non trovavo difficoltà a parlare in italiano perché la mia mamma, di origine calabrese, aveva voluto che a scuola studiassi questa seconda lingua. Mi raccontò della mia anziana parente deceduta da parecchi anni, di come era benvoluta in paese e di come fosse affabile, generosa e forte. Lo invitai a cenare con me e accettò con piacere.

All’ora di chiusura abbassò le serrande del negozietto e ci avviammo verso un ristorantino tipico non molto distante. Trascorremmo una piacevole serata, mangiai con gusto le numerose pietanze che offriva il menù della casa. Non avevo mai assaggiato formaggi così saporiti e salumi fatti in casa, pane casereccio, frittelle d’ogni tipo, sapori forti, cibi molto conditi. Tutto squisito e abbondante nelle dosi. E per finire un bel dolce appena preparato e un caffè caldo dall’aroma intenso. Durante la cena discorremmo a lungo. L’uomo, di nome Antonio, conosceva molto bene la mia benefattrice, ma del resto era normale, pensai, in paese tutti si conoscono tra loro.

Alla fine della cena mi accompagnò dove avevo parcheggiato la macchina e, salutandolo cortesemente mi avviai. Mentre guidavo, ripensandolo, sentii che aveva qualcosa di familiare. Giunta a casa feci le scale di corsa, indossai il pigiama e mi addormentai quasi subito perché ero esausta.

L’indomani all’alba sentii un gallo cantare, per la prima volta nella mia vita, e mi svegliai di botto. Spalancai le imposte e osservai con piacere il bellissimo colore del cielo mentre il sole pian piano sorgeva. Mi sentivo protetta da qualcosa in quella casa, non avevo trovato alcun problema nel dormire sola, lontana dal mio mondo, in una casa un po’ isolata di campagna. Sembrava che quei luoghi facessero parte di me da sempre. Scesi in cucina, preparai il caffè,mangiai una soffice ciambella, comperata la sera prima nel negozietto di generi alimentari vicino alla piazza. Feci un giro per casa e tornai ad osservare incuriosita la donna del quadro, quasi come volesse darmi il buongiorno. Sembrava che mi scrutasse dolcemente, con sguardo materno. L’orologio del paese suonò e rammentai di non avere ancora telefonato al mio ragazzo per avvisarlo che ero arrivata e stavo bene. Corsi a rimediare, mi fece un sacco di domande, non riuscivo a spiegare a parole quello che mi stava succedendo. Soprattutto restai silenziosa alla sua domanda riguardo al mio ritorno. Cambiai argomento. Salutai e riattaccai in fretta. Dopo mi fermai a riflettere: volevo davvero tornare in America? In quel momento non ero ancora pronta, sentivo che c’era ancora qualcosa che dovevo sapere e, finchè non avessi scoperto di cosa si trattasse, non avrei preso alcuna decisione.

Uscii di casa e gironzolai in cortile, prendendo atto che era necessario chiamare qualcuno che si occupasse di tagliare l’erba incolta che, non più curata da anni, aveva reso inaccessibile alcune zone.

Più tardi mi avviai verso il paese e, con piacere, ascoltai le campane suonare allegramente una festosa melodia. Giunsi al negozietto del mio nuovo amico, che con rammarico trovai chiuso. Sulla porta c’era un cartello “sono dal barbiere”. Mi tornò il sorriso. Svoltai l’angolo e vidi un’insegna molto vecchia con la scritta “coiffeur”. Mi avvicinai alla vetrina e scorsi un maresciallo in divisa seduto a leggere il giornale, mentre un giovanotto la radeva accuratamente. Guardai meglio e vidi qualcuno che accennava un gesto di saluto. Era Antonio, l’uomo del negozietto. Risposi con un cenno e lui uscì a salutarmi. Camminammo un po’ per il paese e chiesi come mai avesse chiuso bottega. Rispose che, a quell’ora, non c’erano turisti in giro né nessuno che volesse comperare qualcosa da lui, dunque era uno spreco starsene lì solo senza far nulla. Mi guardava come se volesse riconoscere in me qualcosa o meglio qualcuno, ma non osava dir niente riguardo a ciò che gli passava per la testa. Continuava a farmi domande su di me, sulla mia famiglia, sul mio lavoro. Sembrava avere uno strano interesse in merito alle notizie su mia mamma. Ma non diedi molto peso alla cosa. Quando il campanile suonò due volte mi disse che doveva andar via perché si era fatto tardi e mi salutò continuando a guardarmi, ma non come un uomo guarda solitamente una bella ragazza da poco conosciuta. Questo particolare mi restò impresso per tutta la giornata e non riuscivo a spiegarmelo. Comunque, quando andò via, continuai a camminare per i viottoli senza una meta precisa. Nei vicoli si sentiva l’odore dei cibi  cucinati dalle donne per il pranzo. Una vecchietta era seduta davanti alla porta di casa e teneva in grembo un gattino nero. Mi sorrise e mi salutò cordialmente, come se mi conoscesse. Risposi con piacere al suo saluto. Mi invitò ad entrare domandandomi da dove venissi. Mi chiese se, per caso, ero la fidanzata di Antonio perché mi aveva visto passeggiare con lui. Risposi sorridendo che l’avevo appena conosciuto e le spiegai il motivo della mia presenza al loro paesino. Mi incoraggiò ad entrare e a farle un po’ di compagnia. Accettai. In casa c’era una radio accesa e la voce del cronista annunciava che stava per essere recitato il rosario. La donna, con passo pesante, si avvicinò all’apparecchio e lo spense. Dalla cucina proveniva un invitante odore di sugo. Ni disse di accomodarmi e di restare a pranzare con lei. Non declinai l’offerta sia perché ne avevo voglia che per gentilezza. Sparì in cucina per un po’ e io osservai la stanza con curiosità. Le pareti erano ricoperte da immagini di santi e un crocefisso era fissato sul muro proprio sopra la radio. Su una cassettiera erano disposte diverse fotografie e, al centro, c’era un lucina accesa ed una rosellina di plastica. Doveva essere una sorta di altarino in memoria di persone care alla donna, ormai morte. Una foto in particolare attirò la mia attenzione. Era la foto di una donna che rassomigliava molto a quella del ritratto che avevo visto nella mia foto della figlia, morta ancora giovane, della mia benefattrice. Chiesi come mai la tenesse lì e rispose ch’era stata una cara ragazza, aiutata da tutti in paese e che alla sua morte in molti avevano voluto una sua foto da conservare in sua memoria. La guardai sorridendo lievemente. Mi fece cenno di sedere a tavola e portò due abbondanti piatti di spaghetti al sugo con una spruzzata di formaggio di capra che rendeva il tutto più gustoso. Mangiai con piacere e quando finii la signora andò a prendere una salsiccia salsiccia stagionata e delle olive. Tutto buonissimo. Si scusò di non avermi offerto molto, ma dovendo essere lei da sola a mangiare non aveva preparato altro. Con una grossa risata risposi divertita che, a come ero abituata io, quel pranzo era davvero abbondante e mi complimentai con lei dicendo che era stato tutto squisiti. Insistette perché prendessi il caffè. Subito dopo ringraziai di tutto cuore per l’ospitalità e lei mi rispose che potevo tornare a trovarla ogni volta che volevo, che le aveva fatto piacere poter passare un po’ di tempo con qualcuno e che era felice di avermi conosciuta. Salutai ancora, mi diede un grosso bacio affettuoso in fronte e poi andai via,. Mentre i bambini, finito di pranzare, iniziavano a tornare in strada e giocare a rincorrersi tra di loro.

Tornai a casa felice.

Entrai a riposare un pò, indossai qualcosa di più comodo e scesi nel giardino. Catturò la mia attenzione un albero di limoni che stranamente, come qualcuno avesse continuato a prendersene cura, era lì, rigoglioso. I suoi limoni erano grandi, belli e molto profumati. Ne colsi qualcuno per sentirne meglio l’odore. Provai una piacevolissima sensazione. Contemplai il panorama, vidi in lontananza dei delicati alberi di pesco e andai ad osservarli da vicini per coglierne un paio di rametti. Li presi e, tornata a casa, cercai un vaso dove adagiarli e, trovatelo, lo misi sul tavolo nel salottino. Si stava facendo buio. Mi preparai un panino, poi salii al piano superiore a prepararmi per andare a letto. Ero stanca e non mi andava di uscire. Girai un  po’ per casa e dopo un po’ mi misi sotto le coperte. Dormii fino a tardi, non curandomi del canto mattutino del gallo, del suono delle campane, dei cani che abbaiavano fuori. Era rilassante stare a letto. Quando la luce del giorno divenne intensa e un raggio di sole, filtrando attraverso l’anta socchiusa, mi illuminò il viso, aprii gli occhi e mi alzai, indossando la vestaglia e le ciabatte. Scesi in cucina e preparai il caffè. Mentre la macchinetta era sul fornello e aspettavo di poter fare colazione, mi avvicinai alla finestra e vidi sul davanzale degli uccellini che, al mio arrivo, volavano via tutti impauriti. Mi fecero tenerezza. Presi delle briciole di pane e le gettai sul davanzale. Richiusi la finestra e mi nascosi a guardare mentre gli uccellini, pian piano, tornavano e si affrettavano guardinghi a mangiarle. Più tardi mi vestii e feci una passeggiata in giardino. Provai a telefonare al mio fidanzato, ma non riuscii a comunicarci. Preparai il pranzo. Mangiai in giardino e il sole riscaldava piacevolmente coi sui raggi. Riposai un po’, dopo, mentre stavo per andare in paese, ebbi una visita. Vidi un auto avvicinarsi al vialetto. Era Antonio. Lo guardai chiedendomi cosa fosse venuto a fare: se fosse passato per caso, se fosse venuto a vedere come stavo o a dirmi qualcosa. L’unico modo per scoprirlo era andare a chiedere, quindi mi avvicinai a lui e, senza che avessi il tempo di aprire bocca, corse affettuosamente verso di me e mi prese la mano tirandomi forte verso la sua macchina e dicendo che dovevo seguirlo, che non aveva tempo per spiegarmi cosa stava succedendo e che, una volta giunti a destinazione, avrei saputo tutto quanto c’era da sapere. Durante il breve tragitto mi passarono in testa mille pensieri, ma allo stesso tempo, non riuscivo a pensare a niente. Antonio era agitato, sorrideva, mi faceva domande, non ricordo cosa mi chiedeva di preciso, ma parlava della mia famiglia. Guidava bene, ma la velocità mi fece ugualmente paura. Arrivati non proferì più parola, mi fece entrare in una porta di un palazzone antico, l’odore d’umidità mi restò impresso, è come se ancora lo sentissi. Salimmo alcune scale di corsa, non avevo la più pallida idea di dove mi stesse portando,ma lo seguivo veloce, consapevole che era l’unico modo per scoprire, in fretta, cosa stava accadendo. Entrammo in un vecchio appartamento, con delle solide pareti e un alto soffitto con un grande rosone in gesso tutto annerito. C’erano delle pesanti tende rosse di velluto, dei divani logori per l’usura del tempo, un mobile scuro, basso. Attraversammo la stanza e raggiungemmo, attraverso uno stretto corridoio, un grande stanzone in cui un anziano signore, con una coperta sulle gambe, nonostante fosse una giornata calda, stava seduto su una poltrona in pelle tutta consumata. Volse lo sguardo su di me appena entrammo, subito dopo guardò Antonio e lui, come se sapesse già il significato dello sguardo interrogativo del vecchio, annuì col capo. Salutai, ma l’uomo era così intento a guardarmi che non se ne accorse. Mi sembrava di scorgere una lacrima sul suo viso. Lo guardavo fisso e lui, continuando ad osservarmi, iniziò a pensare e mi sembrò di sentirgli dire il mio nome sottovoce. Poi mi disse che doveva raccontarmi una lunga storia e risposi che ero pronta a prestargli ascolto. Iniziò il suo racconto. Il vecchio parlava e piangeva piano. Ero tesa e attentissima. Mi rendevo conto che quello era per me un momento importante, la voce dell’uomo aveva un suono solenne, capii che era un momento particolare anche per lui. Mi disse che conosceva bene la mia benefattrice e che conosceva anche la mia nonna e che era di loro che voleva parlarmi. La mia attenzione raddoppiò. Cominciò col raccontarmi la storia della benefattrice.

Mi raccontò che da giovane la mia parente, il cui nome era Rosa, ma da tutti era affettuosamente chiamata Rosina, aveva sposato un brav’uomo del paese ed ebbero cinque figli. Vivevano in condizioni non molto floride e il marito, Vincenzo, partì per l’Argentina in cerca di fortuna, perché il lavoro di mulattiere che svolgeva nel suo paese non gli permetteva di poter mantenere la famiglia. Arrivato dopo un lungo e faticoso viaggio a Buenos Aires, iniziò a lavorare, ma ben presto si persero le sue tracce. Trascorsero così lunghi anni. La famiglia cresceva coi sacrifici della povera moglie, donna di grande fede che da sola si dava da fare, pregando e lavorando, per assicurare un futuro ai suoi figli, continuando a rifiutare le proposte di altri pretendenti per restare fedele ai suoi obblighi matrimoniali. A un certo punto arrivò a Rosina una lunga lettera del marito in cui egli le diceva, scusandosi, che il suo silenzio era stato dovuto al fatto che, colpito da una malattia respiratoria, egli non aveva potuto lavorare per molto tempo e, vergognandosi di non potere aiutare la sua famiglia, aveva preferito farsi da parte. Ora però che le sue condizioni di salute erano migliorate e lavorando aveva discrete possibilità economiche, avrebbe voluto che lei e i bambini partissero per l’Argentina per ricongiungersi a lui e vivere tutti insieme. Con grande coraggio e capacità di perdono, sola, coi bambini piccoli, la donna si imbarcò piena di speranze ed aspettative. Vissero per anni tutti insieme in un paesino vicino a Buenos Aires. Lavorarono molto. I figli crescevano; il più piccolo morì per una polmonite dopo un paio di anni dal loro arrivo,lasciando nella famiglia grande sconforto. Dopo tempo un altro figlio morì, in un incidente. Un altro immenso dolore si aggiunse al precedente. Glia altri tre figli crescevano. Il più grande si sposò e si trasferì nella capitale. Morì il marito di Rosina, Vincenzo. A questo punto Rosina lasciò in Argentina il primo figlio e una delle due femmine, da poco sposata, e partì con la figlia più piccola, decisa a tornare in Italia. Coi soldi guadagnati grazie al lavoro di una vita acquistò il casolare che ho ricevuto in eredità. La giovane figlia che era tornata con lei in Italia, e che dopo scoprii essere la donna del ritratto nel quadro, era la mia nonna, che morì a soli vent’anni, dopo aver dato alla luce la mia mamma. A questo punto capii che l’anziana parente era la mia bisnonna, che si prese cura di mia mamma per i primi tempi e dopo la affidò ad alcuni parenti che, quando aveva una decina d’anni, decisero che fosse accompagnata in Argentina dagli zii, dove avrebbe vissuto. Così la mia mamma diventò grande, si sposò e mi diede alla luce in America. Il vecchio era mio nonno. Egli, nata mia madre, era stato allontanato dalla sua piccola per delle liti sorte in famiglia alla morte della nonna. La notizia mi sconvolse e rallegrò al contempo. Lo abbracciai e le lacrime vennero giù da sole. Poi mi chiesi chi fosse Antonio e, come se mi capisse, mi disse che era mio zio, il fratellastro della mia mamma, che il nonno, dopo molti anni dalla morte della nonna, aveva avuto con un’altra donna. Mi spiegai quel qualcosa di familiare che da subito avevo scorto in lui. Ero felice e scossa dalla notizia. Finalmente sentivo di aver ritrovato me stessa, le mie radici, la mia famiglia. Nella mia vita avevo sempre sentito la mancanza di un nonno e quasi invidiavo, da piccola, le altre bimbe che stringevano forte la mano dei loro nonnini e sorridevano serene. Non avevo mai avuto qualcuno che mi raccontasse delle fiabe prima di addormentarmi, che mi comprasse un grosso gelato tutto per me, che mi tenesse sulle sue ginocchia raccontandomi di tempi passati. Ora era un po’ tardi forse per tutto questo, ma molte altre cose avrei potuto insieme a mio nonno. Appena mi ripresi un po’ telefonai al mio ragazzo raccontando tutto d’un fiato l’accaduto. Anche lui si dimostrò felicissimo per me. Decise che era un evento abbastanza importante da giustificare un permesso a lavoro e disse anche che mi avrebbe raggiunto appena possibile. La notizia aumentò la mia euforia. Trascorsi il resto della giornata a chiacchierare con nonno…si col nonno…è bello poter dire questa parola!

L’indomani in serata arrivò il mio ragazzo e gli presentai Antonio e il nonno. Era emozionante trovarmi nel mio luogo d’origine, coi miei familiari e la persona che amavo. Fu il momento più bello della mia vita.

Tornammo al casolare. Trascorremmo una bella serata. L’indomani portai in giro il mio ragazzo. Eravamo in giardino vicino l’albero dei limoni. Mi chiese di sposarlo. Una lacrima scese sul mio viso rigandomi la faccia. Sorrisi. Non ci fu bisogno di parole perché si capisse che lo volevo anch’io.

Ora sono seduta davanti al casolare e guardo la nostra bambina giocare sotto l’albero di limoni. Da quella volta che venni in Italia, la mia vita cambiò. Ogni anno torniamo qui per le vacanze estive. Qualche anno fa il nonno è morto. Era anziano, è morto di vecchiaia, senza soffrire. Prima di chiudere gli occhi per sempre volle salutarmi per l’ultima volta. Ci dicemmo poche parole, ma bastarono per capirci e lui morì felice perché, diceva, aveva avuto la fortuna di conoscermi. I miei ricordi più belli sono legati all’Italia, alla Calabria. Terra di persone vere, che regala emozioni intensi, legami forti e autentici, che rapisce il tuo cuore e ti avvolge col suo fascino e le sue bellezze, che ti accoglie nelle sue braccia affettuose attraverso il calore della sua gente.

 

 

Nota

 

Il breve racconto, scritto con passione e semplicità, vuole essere un piccolo omaggio ai meridionali ed in particolar modo alle genti di Calabria. Esso cerca di affrontare tematiche molto legate alla storia di questi luoghi, alle vicende dei tanti emigrati, di dar risalto al calore tipico delle persone, all’accoglienza nei confronti dei forestieri, alla bellezza dei paesaggi e all’atmosfera tutta particolare che ancora si respira nei piccoli paesini. Il tutto in poche pagine cariche di sentimento e intessute di un intreccio di affetti particolari.

Ultimo aggiornamento Venerdì 30 Gennaio 2009 21:06

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