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NoPiero torna a casa
- Mercoledì 21 Gennaio 2009
- Sezione:
- Categoria: Edizione XIX
Piero torna a casa, di Stefano Amato.
Liceo Classico “San Nilo” Rossano
Se ne stava con la faccia schiacciata sulla terra e poteva sentirne l’odore: era intenso, umido ed estraneo. Per quanto fosse già da quasi un anno fuori casa non riusciva ancora a dimenticare l’odore della sua terra, quella vicino casa. I fili dell’erba e i ragni lo solleticavano, rischiava di starnutire e farsi scoprire…Doveva stare in silenzio e fare in modo che ogni cosa intorno a lui fosse silenziosa: non poteva rovinare tutto, ora.
Era una notte di primavera, faceva freddo, ma era piacevole; il giorno sarebbe stato assolato: il tempo perfetto per tornare a casa.
Tutto era buio, intorno c’era la nebbia, il freddo, la pura di essere scoperto, ma non temeva quello che lo circondava, il bosco, gli animali.
Da tanti anni viveva là nella Sila, nascosto fra gli alberi alti, fitti fitti, a fianco con animali grandi e piccoli, uccelli e insetti strani.
Quando era piccolo, suo nonno gli aveva raccontato di quanto era stato in guerra, come faceva con i commilitoni per sopravvivere quando scappavano dalle mani nemiche, i trucchi per riscaldarsi a vicenda, come dormire senza bagnarsi quando pioveva; e poi quali serpenti evitare e come curare eventuali morsi…
Lo aveva ammirato sempre con il massimo rispetto, suo nonno. Era un omone grande e grosso, con delle mani enormi e la faccia sempre rossa. Se lo prendeva sulle ginocchia, la sera, davanti al fuoco, quando gli altri erano andati a letto e parlavano, parlavano…in fondo era l’unico momento in cui poteva dimostrare il suo affetto per il nipote senza essere visto: era un montanaro, grande e grosso nella figura, sempre con qualcosa da “rusichiare” in tasca e con un “bongiorno e salute” che sembrava più una minaccia che un saluto!
Non gli piaceva aprirsi, era chiuso e selvaggio come la sua Sila, ma proprio come lei riservava momenti ed emozioni speciali a chi fosse stato capace di avvicinarglisi. Era rispettato suo nonno, tutti si rivolgevano con il “voi”, anche la moglie, e guai a chi non lo facesse! Ricordava, Piero, di quanto gli aveva chiesto:”Mene dai un po’? Di quel grosso pezzo di cacio che il nonno teneva sul pane. Neanche aveva finito di parlare che, pam, uno schiaffo del padre dietro la nuca gli aveva fatto strozzare la voce in gola…e passare la fame.
Ci tenevano a casa alle tradizioni, al rispetto per gli anziani, alla fede.
Rapito da questi ricordi, troppo lontani per suscitare tristezza, ma troppo vicini per sembrare riguardassero un’altra persona, istintivamente prese in mano il rosario che la madre gli aveva regalato prima che partisse.
Anche sua madre era attaccata alla tradizione al rispetto come agli uomini di casa.
In fondo da quando il marito era emigrato, era stata lei a prendere la situazione in mano, occupandosi di tutto, dalla casa alla sopravvivenza, finanche confezionando delle bambole di paglia per Menuzza, la sorellina di Piero.
Mentre pensava a sua madre, si rese conto che stava pensando a tutte le donne del paese: Zà Finuzza, Zà Duminica, Zà Bommina e si, anche a Catarina pensava, la sua donna.
Era forte la ragazza: la vita dura, l’asprezza della terra e dei sacrifici lo avevano indurito e inasprito il suo carattere; le sue spalle giovani sarebbero state capaci di sopportare qualunque peso, ma a volte nei suoi occhi brillava una luce triste e Piero cominciava a fare lo stupido per farla sorridere e tutto ritornava al suo posto.
Era furba e capace di grandi slanci verso chi le stava attorno, ma anche con Piero stesso. Era sicuro, Piero, che non avrebbe mai dimenticato il loro primo incontro, di qualche anno prima. Catarina era con le sue amiche, sotto un olivo a raccoglierne i frutti, come ogni anno. Erano stanche, ma la giovinezza trasudava dalle loro risa e dalle facce rosse per l’imbarazzo per qualche pettegolezzo piccante.
Forse Catarina non era la ragazza più bella. Piero, nei suoi vagabondaggi da disertore, ne avrebbe viste, poi di bionde, di alte e di magre, elegante nei modi e negli abiti.
Catarina invece stava là, piegata sotto un albero a raccogliere campanelle d’oro, con il suo dialetto stretto e i modi un po’ grezzi. Ed era tutto ciò che Piero desiderasse.
Passavano di là, Piero e i suoi amici, ogni giorni di quel periodo dell’anno, proprio per vedere le ragazze al lavoro e loro non sembravano dispiacersene.
Un giorno, però, successe qualcosa; le ragazze non ridevano e c’era un signorotto, il “caporale”, con un bastone, una specie di frustino, che girava intorno ad ogni olivo, controllando che tutto fosse fatto per bene.
Catarina era stanca e s’appoggiò un attimo a terra.. Con uno sguardo da rapace, quello le s’avventò addosso, minacciandola e costringendola a rimettersi a lavoro. Piero aspettò un po’ e la raggiunse per aiutarla ad alzarsi e anche per farsi notare.
Per tutta risposta, Catarina lo guardò offesa come se le avesse offerto una proposta indecente e non una mano: gli bestemmiò qualcosa in dialetto tra i denti stretti, che quasi lo spaventò. Non passò molto che lo rincontrò. Era domenica, la messa era finita e come sempre le ragazze ne approfittavano per farsi vedere con il vestito nuovo, le più benestanti, con un’acconciatura diversa, quelle che potevano contare solo sui doni di Madre Natura.
Senza che se ne fosse accorto, Piero se la trovò davanti, splendida, con i capelli bruni legati alti dietro la nuca.
“Ciao”, l’aveva salutata, timoroso e titubante ma contento per quell’approccio inaspettato. Catarina non rispose, solo sorrise arrossendo; a questo punto allungò una mano sotto il muso del ragazzo; c’erano delle olive preparate che lei teneva in un fazzoletto: gliele stava offrendo!Piero accettò e cominciarono a chiacchierare.
Da quel giorno si amarono sempre di più: progettavano una nuova vita insieme, di sposarsi, di avere dei figli.
Questo fino a che Piero non fu costretto a partire.
Era il settembre del 1864 e lo Stato aveva riunito un congruo numero di soldati che facessero la guerra aperta ai briganti. Questi, però, erano tanto temuti e ricercati dalle Istituzioni, quanto ben voluti e appoggiati dal popolo.
Non era una novità, infatti, che, dopo la cattura o la condanna, donne e uomini, interi paesi si riunissero nelle chiese per pregare a favore di questo o di quel brigante. Ognuno sapeva che, se avesse chiesto aiuto ad uno di loro, l’avrebbe ottenuto subito, in cambio solo dell’omertà. Piero stesso, una volta ne aveva avuto bisogno, dopo che suo padre era partito. Non poteva combatterli, ora! Un giorno erano arrivati due appuntati a bussare alla sua porta: doveva partire per il servizio di leva.
Così decise: la notte stessa sarebbe partito, senza salutare né amici, né parenti, neanche Catarina. Così aveva vagato nei boschi, fermandosi ogni tanto in qualche paese, ma per poco: c’erano troppe guardie in giro e così era rimasto per lo più nella sua Sila, né troppo lontano da casa né troppo vicino.
Ormai era passato quasi un anno, era il’65. Aveva deciso di tornare e lo avrebbe fatto: non sopportava più quella vita, ogni notte era una scommessa e lui non aveva la forza dei briganti. Pensare al perché si trovava lì, con la faccia schiacciata nella terra, lo fece precipitare dalla sua nuvoletta di ricordi: lui ERA lì, doveva stare attento.
“Chissà che ora è”. Aveva rivissuto nel frattempo tutta la sua vita. Ora come ora, potevano essere passati due minuti come due ore.
Si accorse però che il buio era lo stesso, la nebbia anche e la luna non si era spostata: non doveva essere passato molto tempo. La luna era piena, ma non era romantica come quando la guardava con Catarina: dava ad ogni cosa una strana sfumatura bianca, insolita ai suoi occhi. Faceva paura: ogni movimento era evidenziato dieci, cento, mille volte.
Se non fosse stato per l’abitudine e la fiducia che riponeva nella sua Sila, quella notte sarebbe stata terribile per chiunque, sarebbe stata l’ennesima scommessa. Era l’ultima, però, non avrebbe più dormito sotto un albero, attento ad ogni passo.
Stava ancora con la faccia schiacciata nella terra quando sentì dei rametti spezzarsi, delle voci neanche tanto lontane da lui e, alzandosi un po’ sui gomiti, riusciva a vedere la luce ondeggiante delle loro lanterne.
Non riusciva a capire chi fossero: forse guardie, forse briganti.
“Non devo fare rumore, non devo fare rumore” continuava a ripetersi in mente, cercando quasi di non respirare, di diventare tutt’uno con il sottobosco.
Capì che erano guardie perché non parlavano il dialetto locale e perché pensandoci meglio, i briganti non avrebbero mai camminato con una lanterna in mano.
Non gli erano mai passati così vicini: si rese conto di essere davvero in pericolo. Non sapeva che fare: non poteva muoversi, né scappare: aveva sbagliato a lasciarsi prendere dai ricordi, distrarsi; se fosse stato vigile si sarebbe accorto prima della truppa che si stava avvicinando.
Ora non poteva fare altro che aspettare, in silenzio…
Sembrava non l’avessero mai visto, si stavano allontanando; forse ora Pietro avrebbe potuto rilassarsi, ma “già mi sono rilassato abbastanza per stasera” pensava.
Il suo cuore e i passi dei soldati andavano allo stesso ritmo, o almeno così gli sembrava, tanto era concentrato.
All’improvviso qualcuno lo alzò dal colletto della giacca, con una forza che quasi lo soffocò. Si sentì alzato e spinto: doveva correre. Riuscì appena a vedergli le gambe; era vestito quasi come lui, indossava abiti poveri, di tessuto grezzo, adatti alla vita nei boschi; erano anche un po’ strappati, ma qualche buco era stato diligentemente rattoppato.
Pietro in ogni modo doveva correre; chiunque egli fosse, lo tirava ancora dal colletto. Gli mancava l’aria, non riusciva mai a prendere abbastanza fiato che subito bisognava di un’altra boccata.
“Non ce la faccio. Mò mi butto a terra” e pensava realmente di farlo, ma si rese conto che buttarsi a terra avrebbe significato essere trascinato a peso morto.
Ovunque stessero andando, dovevano andarci di corsa, tanto valeva andare.
Quando ormai era totalmente preso dalla stanchezza e dalla rassegnazione, ecco che si fermarono e finalmente potè accasciarsi al suolo.
Era sfinito; quest’ultima notte gli sembrava la più lunga e turbolenta di tutte quelle che aveva vissuto lontano da casa. Riusciva a stento a respirare normalmente quando guardò l’uomo che l’aveva tirato con sé.
Anche lui era stanco, ma sembrava esserci abituato.
“Chissà chi è? E perché mi ha portato con lui?” si domandava Piero quando questo all’improvviso cominciò a rimproverarlo:”Ma sei pazzo a startene sdraiato con le guardie a pochi passi? Quelli c’hanno i cani e la puzza di noi cafoni la conoscono meglio degli ossi!” “Dunque erano davvero guardi”, realizzò Piero. Non riusciva ancora a muoversi o a parlare, ma neanche l’altro parlava più.
Lo guardò: era un uomo di mezza età, i vestiti erano poveri come lui stesso era e non emanavano un buon odore. Chissà se anche lui aveva vissuto tra gli alberi, se era entrato in paese solo per fare qualche provvista, per comprare del tabacco e poi scappare tra i vicoli al passaggio delle guardie… “Io sono Palma, al secolo Domenico Straface. E tu si nu cioto”.
Piero non poteva crederci: aveva davanti il brigante più ricercato e mal voluto dai signori della provincia cosentina! Tra i suoi amici, però, e giù in paese era un mito.
Quando prese un po’ di fiato rispose:”Io sono Piero Viola. Vivo in Sila da un anno. Sto disertando la guerra contro i briganti”. Gli piaceva l’idea di darsi un tono, dopo tutto erano simili lui e Palma: entrambi cafoni, ricercati dallo Stato. A questo punto Palma cacciò fuori dalla bisaccia un tozzo di pane e delle noci; gliene offrì un po’, sembrava essersi calmato; forse ora poteva parlargli un po’. “Che hai fatto fino a mò?” gli chiese Piero. Non voleva far trasparire la sua ammirazione, ma neanche mancargli di rispetto rivolgendosi a lui con troppa confidenza.
Palma lo guardò non sapendo come interpretare quella domanda, ma alla fine parlò: anche lui pensava che dopotutto erano simili.
“Sono di Longobucco. Sono sempre stato un cafone io. Torno mò da Cosenza, che m’hanno detto che c’ho dietro 440 soldati. Ma non ho paura: la Sila la conosco meglio di “sto tascapane. Non mi acchiappano!”.
Piero sapeva di questo mini-esercito perché, l’ultima volta che era entrato in paese, aveva visto delle persone che andavano a pregare il famoso brigante.
Mai Piero avrebbe creduto di trovarselo davanti, un giorno, in carne ed ossa.
Piero non sapeva come rispondergli, qualunque cosa gli venisse in mente gli sembrava banale, di poco conto rispetto alla vita e alle esperienze dell’uomo che aveva di fianco. Gli era passata tutta la spavalderia di prima, quando si sentiva vestito e voleva spogliare il mondo. Ora stava in silenzio, concentrato sulla sua noce. Forse Palma aspettava che rispondesse qualcosa, ma…niente. Piero non sapeva come comportarsi e Palma non era un tipo insistente. La gente ignorante non ha sovrastrutture.
Finirono con l’addormentarsi. Palma sembrava vigile anche allora: non aveva nel viso l’abbandono e la speranza di Piero, anzi, si sarebbe potuto dire fosse ancora sveglio.
Il giovanotto dormì profondamente, come non gli capitava da molte notti ormai: forse dormire vicino ad un uomo che di sicuro non gli avrebbe fatto del male, esperto della Sila, lo rassicurava. La notte passò e la mattina furono svegliati da un rumore. C’era qualcuno dietro quell’albero, ma non se ne erano accorti in tempo per cercare di capire chi fosse.
Si salutarono così in silenzio, con la paura per quello che sarebbe accaduto.
Quattro anni dopo Palma sarebbe stato fucilato, proprio nella Sila.
Per Piero, invece, le cose si mettevano male: per chiunque fosse stato dietro quell’albero, lui ora, oltre che un disertore, era un brigante; e della brigata di Palma.
Pensava a questo nuovo e ultimo- sperava- sviluppo della situazione, mentre si avvicinava a casa. Da così lontano poteva vedere il fumo che usciva dal comignolo: era quasi primavera si,. Ma il sole non bastava a riscaldare il freddo di un inverno accumulato nelle ossa.
Incespicava tra le foglie e i sassi, cercava di evitare le ragnatele che come lenzuola ricamate pendevano dai rami; gli era difficile credere che stava ritornando a casa, forse vivere nella Sila non era stato poi così amaro per lui…
Si avvicinava sempre più.
Ora poteva vedere l’ammasso di pietre e calce della sua povera casa. Gli uscì quasi un sorriso pensando che in fondo, per lui quella casa non era affatto povera!
Era circondata da terra e attrezzi qua e là, attrezzi da contadino, quale era stato suo padre prima di partire e quale sarebbe stato Piero stesso prima di partire e ora che era tornato.
Avrebbe fatto rendere quella terra, avrebbe fatto vivere Catarina come una regina e la madre ancora meglio. Aveva fatto molti sacrifici per lui e Menuzza dopo la morte del marito e anche Piero era stato via la sua vita di sicuro non era stata in discesa.
Era a poche decine di metri di casa quando le gambe persero ogni forza e cadde in ginocchio. Voleva godersi finalmente la vista di casa sua, poteva pregustare gli odori e i sapori della cucina, le coccole di Catarina e perché no?,Il lavoro duro della terra; non temeva la fatica, il travaglio; in fondo lui era nato da questa terra e lavorando questa terra sarebbe morto.
All’improvviso, sentì un boato enorme e delle urla femminili.
Dalla gazzetta locale, 16 marzo 1865.
“Il brigante e disertore Piero Viola è stato catturato e ucciso ieri mattina, li 15 marzo 1865, mentre tornava a casa. Dopo aver vissuto per sei mesi tra i boschi della Sila, è stato scoperto da un appuntato esemplare e fucilato.
Il latitante, al momento della cattura, si trovava inginocchiato a terra: probabilmente sapeva già di essere prossimo al suo epilogo.
La sua testa mozza sarà esposta come monito per tutti”.
Piero il protagonista, è un giovane calabrese che vive la sua ultima notte da disertore nella Sila, in un periodo particolare per la storia del mezzogiorno. Attraverso la vicenda di Piero è stato possibile introdurre la figura del brigante Domenico Straface, rappresentante di una categoria per alcuni tratti affascinante, di personaggi-chiave per la cultura meridionale. Il connubio tra il mondo di un giovane ragazzo innamorato e quello di un uomo che è costretto a vivere la sua terra da latitante, risulta essere il mio modo di vedere il Sud da calabrese “importata”: una terra “che difficilmente si apre, ma che riserva momenti ed emozioni speciali a chi sappia conoscerla”.
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