Divina commedia
Libri
I Sogni e psicoanalisi
Vedi anche
Italiano
Latino
Greco
Vedi anche
Varie
Informatica
Utenti online
NoIl mirabile Alessio
- Sabato 24 Gennaio 2009
- Sezione:
- Categoria: Edizione XIX
Il mirabile Alessio, di Pasquale Marazzo.
Liceo scientifico “F.Bruno” Corigliano
Gli parve di sentire un lieto sibilo, un’eco trasportato dal vento all’orecchio, che lo destò per un attimo, non similmente a una pantera durante la caccia. E giunse anche alla costa più o meno lontana, non appena i suoi pallidi piedi scivolarono dentro le acque miti in cui era approdata come una schiava, lei, che in realtà era quasi una regina per la gloria dei natali. Era stato qualcosa vicino al mistico, un involontario richiamo reciproco a salvare la vita del giovane Alessio da una freccia. Manila, pur sapendo che quella non era la sua terra, sentiva che quel mare aveva lo stesso odore che dal profondo saliva, iniziava a danzare alle prime luci dell’alba e bussava ai vetri opachi della sua finestra per ricordarle che un nuovo giorno stava aspettando che il sole sorgesse al sollevare delle sue palpebre: perché erano propri i suoi occhi come due perle lucenti figlie del mare. Erano capaci di sciogliere il cuore di chiunque li ammirasse, anche quello del più malvagio degli uomini. Ma l’ultimo sole era stato molto debole. Non riusciva a penetrare i vetri opachi di polvere da sparo e quel tenue picchiettio alla finestra era ormai diventato il suono di un tamburo di guerra, assordante e incessante. Manila non aveva più la forza né di difendersi né di continuare a stare lì impotente. Era infatti trascorso quasi un decennio dalla venuta dei Turchi. Raggiunto quello stato di voracità che facilmente conosce ogni impero, sono uomini codardi o violenti allo stesso tempo come iene, pronte a fare strage di donne, anziani e bambini; ma questa è storia vecchia, come lo è il fatto che la guerra non si fa da soli. Ma come si può lasciare morire quando chi viene contro non ha una giusta ragione per attaccare o un forte ideale da imporre e l’altro da rispettare? Di fronte a nessuna possibilità di dialogo Manila e il suo popolo avevano deciso di far salpare segretamente le loro navi alla volta del paese che sfioravano con la mano destra, nella speranza che potessero stringerla e trovare riparo e ospitalità.
Il vento premeva sull’aria e contro le narici di Manila che correva affannosamente, alzandosi il vestito per non cadere a terra e non dare tempo ai soldati Turchi di raggiungerli. Avanti e dietro l’accerchiavano coraggiosi protettori e più strettamente l’affiancava il padre, la cui fama di ribelle e patriota si era diffusa in tutta Europa. E non avrebbe saputo presto la figlia quanto lo sarebbe diventato ancor più dopo la sua morte. Mentre stavano per salire a bordo di fatiscenti vascelli, gli unici che si erano risparmiati e che, se la sorte avesse voluto, sarebbero passati inosservati, le luci delle torce avevano attirato i Turchi. Un giovane prese manila con forza, come se già sapesse quello che doveva fare per consentire ai fuggiaschi di arrampicarsi sull’imbarcazione. E per quanto certe volte è lecito pensare al peggio, faceva bene, Manila, urlando, a sperare e continuare a sperare che, se non altro dopo tre giorni, avrebbe udito nuovamente il velato timbro del padre. Si allontanò allora il legno con i suoi passeggeri, mirando e vibrando per la città avvolta dalle fiamme che spariva lentamente dallo sguardo, come quella della città chiamata Troia che spesso si trovava descritta negli antichi libri di leggende.
Di tanto in tanto Alessio avvertiva uno strano senso di pesantezza al risveglio sotto le coperte; ma non era tanto per la loro sontuosa tessitura, ma per il peso morale che queste scaricavano su di lui. Quella mattina fu uno di quei momenti di riflessione. Ma subito cercava di rimuovere quel pensiero che stringeva la sua vita presente e futura; se fosse stato pronto o no a raccogliere l’eredità di un padre importante come il suo prima o poi l’avrebbe comunque deciso il destino, e forse prima che lo facesse lui. Anche quella mattina, data la sua giovinezza, gli toccava sbrigare tutti gli obblighi che si competevano ad un buon futuro duca, tra cui l’allenamento del tiro con l’arco dalla torre più alta. Mirare a quaglie e fagiani, non era poi così male perché gli permetteva di fare ogni volta un bel regalo di cacciagione da portare alle cuoche del castello, affinchè lo cucinassero involto in quelle robuste spezie della tradizione che tanto piacevano al duca padre. Benchè Alessio tentava ogni giorno di stringere quel legame che invece era largo come l’orlo di un tino, a poco servivano questi suoi anche più banali tentativi. Il gran duca era un uomo scontroso per carattere, che per arrivare dove era arrivato aveva dovuto metterci, oltre che ad un orecchio, tutta la sua rabbia in guerra, e con l’età (era ormai alla soglia dei sessant’anni) si era rinchiuso in un guscio arido e duro di noce, dove contavano sempre più le sue medaglie, le sue terre, i suoi sudditi. Da qualche anno aveva pure dimenticato cos’era stato per lui l’affetto e la passione della sua donna, che stava sempre più nelle sue stanze a giocare all’uncinetto con le bambine. Questa era invece una dolce donna, che a differenza del suo compagno, aveva fatto non del regno, ma di suo figlio il suo tesoro più grande. Se non fosse stata la sua dolce mano ad accarezzare il figlio e insegnargli lei stessa a leggere, a scrivere, a fantasticare, forse il piccolo Alessio, sarebbe cresciuto tale e quale suo padre. Tutto quell’amore avanzato e riversato sul figlio era invece servito a qualcosa. Alessio manteneva costante in ogni istante della sua vita l’affetto della madre. Portava sempre con sé un anello di zaffiro che gli aveva donato. In realtà, in un tempo in cui era bambino e non poteva ricordare, era appartenuto al gran duca. La duchessa non avrebbe mai scordato il giorno in cui lo ricevette. Le aveva detto:”Oggi un uomo che vive tra le fiamme della guerra sposa una sirena che ha abbandonato le tranquille acque in cui mai si sarebbe scottata. Da ora in poi indosseremo questi anelli come monito a tutti coloro che trovano difficoltà nel soddisfare la loro urgenza d’amore, ricordando la speranza che come noi così diversi, come queste gemme, persino il fuoco e l’acqua possono stare uniti senza perdere la loro essenza e spegnersi reciprocamente”.
Purtroppo ricordava ancor più quando quello stesso uomo innamorato, nel bel mezzo di una lite, aveva gettato l’anello nel fuoco del camino e lei, confusa da quel gesto, dalla voglia di far evaporare in blu oceano, stava per ustionarsi nel riuscire a coglierlo tra i carboni. Lo pulì dalla cenere col pianto, mentre lo stringeva al seno, fintante che si avvicinò il piccolo Alessio e cominciò a giocarci perché gli entrava in due dita. Ma ora non doveva più stare attenta a perdere il regalo della sua dolce mamma mentre aguzzava l’occhio alla ricerca della miglior preda.
Improvvisamente fu attratto da qualcosa che gli scatenò un violento brivido nei muscoli. E ritardò di quel secondo la saetta diretta al suo capo. Alessio si spaventò. Due emozioni in una. Intanto le guardie avevano dato l’allarme e il fortunato raccoglieva la freccia che non mentiva sulla sua appartenenza turca. Ora, i Turchi non erano stati i primi di un’altra razza a venire in quel fertile paese; magari uno di questi, o greco, o latino, o ebreo, lo aveva pure battezzato. Nessuno di essi era venuto però con l’intenzione di saccheggiare e comandare; hanno anzi messo radici e se non si sono mescolate alle altre perlopiù non sono state strappate. Alessio non poteva subirli. Aveva paura per il suo popolo: perché amava il suo popolo, perché era suo dovere e così gli aveva insegnato la madre.
Nel vederne uno o più nuovo comparire alla stessa velocità con cui si ricevevano le missive, e dopo quello che gli era accaduto, pensò con maggiore preoccupazione che l’arresto nelle carcere di quei pochi presto non avrebbe avuto senso – non si trattava mica di un ladro che doveva imparare la lezione! – e che rimanere indifesi e impreparati al peggio come piaceva al gran duca, soltanto perché non ne comprendeva il pericolo, si sarebbe rivelato scelta ancora peggiore. Alessio doveva ancora attendere. Scese poi le scale a chiocciola della torre dato che stare a pensare lassù era la stessa cosa.
L’indomani il giovane duca trovò sotto la porta della sua stanza un foglio grezzo quasi pasticciato con un carboncino che diceva: Giovane signore salvateci dai Turchi!Noi sappiamo cosa vogliono fare e dove si vedono. Cripta di santa Maria. Da chi poteva essere arrivato questo messaggio? Sicuramente scritto da qualcuno del popolo, ma arrivato come? Il popolo di solito è un gran ruffiano, ma quello che lo acclamava più del padre lo era in dubbio allora. Forse vedeva nel giovane duca il vigore che stava scemando dal regnante. Solo questa poteva essere, secondo Alessio, la sua considerazione presso la gente; gli mancava la lezione dei “verbi volanti” ed era ignoro che la sua fama di giovane equilibrato, bello e giusto si era diffusa come i semi sul Serratore. Era deciso a parlarne a tavola con i genitori, tralasciando se ce ne fosse stata necessità il riferimento alla cripta.
“Padre, vorrei che mi concedessi l’ordine di formare un gruppo di soldati che si industrino nel sorvegliare e indagare sugli invasori”.
Nemmeno una risposta. In quell’occasione Alessio avrebbe preferito uno di quei soliti gridi rauchi; meglio l’odio dell’indifferenza. Dopo che si avvicinò insistendo ed esponendo le sue ragioni, trascinato insieme all’onnipresente controllo, del bene per il popolo, per la madre, per lui, ottenne una risposta, ma che invece di suonare dalla bocca del padre, suonò sulla sua guancia. Il singhiozzo della duchessa accompagnò il minuto seguente, trascorso nel silenzio più assoluto, quando si capisce che le parole non servono, ma bastano gli sguardi. Alessio uscì dalla stanza deciso per una volta a disubbidire come fanno almeno una volta quelli il cui destino non è di diventare santo.
Alessio non volle cadere però al primo ostacolo (quando si dice la testardaggine calabrese!). Qualcosa poteva fare anche da solo, per esempio andare a visitare quella cripta. Vi trovò riuniti un gruppo di quattro uomini e di spalle stava una donna con i capelli castani chiari. Quando si voltò, fu spaurito per via dei suoi occhi. Si chiamava Manila ed era figlia di un grande eroe nazionale dell’Albania.
Dopo mille riverenze gli fu comunicato che era stato un ragazzo amico di guardia a fargli consegnare quella lettera, da parte loro, confidando nel buon cuore che si diceva appartenere al giovane duca. Si facevano chiamare i Veggenti, ma, per loro sfortuna, non erano affatto dei maghi. Così li aveva chiamati qualche anziano quando li vide iniziare a riunirsi e parlare e avvertire il popolo della minaccia turca. “Cosa posso, cosa dovrei fare, io che mi avete chiamato?”.
“Se lei è un buon signore, così come noi speriamo, ci aiuterà a dormire di notte tranquilli.” Queste parole lo toccarono in prima persona e Alessio si dispose ad ascoltare quello che avevano da dirgli…Turchi che si facevano sempre più numerosi; che questi erano cattive persone, che avevano paura delle loro famiglie; che avevano paura di perdere quel poco di ricchezza che significavano i loro pezzetti di terra. Trovato Alessio disponibile, e per dire la verità, un po’ distratto dalla bellezza di quella ragazza, quel gruppetto cominciò a proporgli un piano d’azione. Poteva contare su quel contadino, su quel poliziotto,, su quel maestro, e su quella guardia, e su tanta gente come quella. Contare su quella donna. Si ritirarono a pensare un’imboscata nella parte vicina al bosco d’acqua, sperando che il nome potesse meglio ispirarli. Il piano era semplice: Manila avrebbe finto di essersi persa e bussato alla porta del covo turco per chiedere aiuto, sicuramente sarebbe stata adocchiata dal capo di quelli. Una volta soli ella avrebbe fatto in modo che, invece di portarla sul letto, l’avrebbe condotto, con una scusa romantica, fuori in strada a vedere la luna. E in quel momento la luna sarebbe stata gran complice dei nostri che potevano catturare come ostaggio il capo e di conseguenza gli altri turchi. Ottimo. Completavano l’uno le parole dell’altro con le labbra lucide del succo di melograno che gli aveva offerto una vecchina al mercato e che si stavano dividendo. Lei gli avvicinò le sue e Alessio assaporò il primo bacio che non aveva conosciuto nella sua vita di castello e che fu diverso da quello a cui sarebbe stato predestinato. Risentirono quell’eco dell’altro giorno trasformato in una breve melodia che dondolò il cuore di entrambi. Passarono almeno dieci giorni prima di organizzare la cosa: dieci giorni felici per loro e per il popolo che già immaginava i futuri padroni del castello. Alle gite a cavallo, volte a farle scoprire la semplicità di quella terra, la bontà dei suoi frutti, la lucentezza dei suoi torrenti e della sua costa, i due alternavano serate nelle case di chiunque avesse il piacere di ospitarli. Ora davvero Alessio stava conoscendo la sua gente e lo stava facendo come se fosse un figlio, un amico, un fratello, e sembrava impossibile.
Per di più come dimenticare le frittelle di Marta, la sarta del paese, e le sue minestre e i dolci, o le sculture in legno di cui Mastro Antonio faceva regalo ai giovani, o ancora le poesie d’amore dedicate e scritte dal maestro. Che siano partiti tutti i ladri ei violenti? Di sicuro in quei giorni l’ospitalità e la gentilezza avevano fatto sparire la più piccola parsimonia e la non disponibilità. Il fatto era principalmente dovuto alla visita in quel periodo di Francesco di Paola. Molti già lo ritenevano santo, visto i miracoli che compiva e che non mancò di fare anche a Corigliano, portando a spasso dietro al suo bastone una fonte che dormiva su un colle e che sarebbe discesa fino al convento e al paese. Il giorno in cui arrivò sotto invito del gran duca, fu accompagnato per le strade dai nobili dei paese vicini. Anche Alessio gli stava dietro e notò che il francescano si era avvicinato a Manila. E dopo averlo fissato “Stalle vicino. Voi e questa gente avete sempre la mia benedizione”.
Quando le cose vanno come previsto c’è poco da raccontare. Alessio non voleva più mettere in pericolo Manila, ma costei aveva insistito. I Turchi, un po’ meno furbi dei coriglianesi, avevano abboccato alla storia della piccola straniera dispersa nelle strade notturne. L’unico impiccio era sorto quando il capo le fece notare che quella sera non c’era la luna piena, che non c’era alcuna luna nel cielo; ma questo non si rilevò un problema per l’astuta che conosceva a memoria la disposizione e la storia delle stelle dello zodiaco. E così, tra la storia di Castoro e Polluce, i turchi si trovarono un coltello alla gola e subito dopo nelle prigioni del castello. Il re, anche se non lo ammise mai, sentì una punta d’orgoglio con un pizzico di affetto risalirgli il petto, per via dell’azione del figlio (ma in che modo che l’avrebbe presa se il figlio avesse fallito il piano?). La madre, un po’ addolorata per non essere stata avvertita, fu alla fine contenta di poter riabbracciare il figlio che era accompagnato da una splendida ragazza con la quale presto fece amicizia.
Di lei però non avrebbe dovuto ancora sapere niente il gran duca, per ovvie ragioni. Il clima era rasserenato, ma era una cosa che non sarebbe durata a lungo.
La minaccia turca si stava preparando al colpo finale.
Insomma, fiorirono per cinque o sei volte gli aranci che il mare cominciò ad agitarsi. A Manila pareva rivedere il blu notte durante il giorno. Si muoveva fiero sulla prua del suo vascello e gli sprazzi di quel mare in tempesta che l’accompagnava nei suoi viaggi come se avesse paura di non lodarlo, gli bagnavano la barba rossa per la quale era diventato famoso. Già a quel tempo si potevano ascoltare storie sul suo conto e sui suoi pirati affamati d’oro, che colmano invece l’altra parte della nave. E se per gli abitanti di quei posti l’osservare l’arrivo di una nave all’orizzonte esprimeva la gioia di un nuovo ospite o, ancora più, del ritorno dei propri familiari dalla guerra o dalla pesca, quella volta fu forse la prima di una serie di tante eccezioni che avrebbero d’ora in poi sorpreso i litorali calabresi.
L’infelice segnale del corno rimbombò tra gli spazi del castello e subito dopo l’infelice notizia era arrivata in piazza sovrastata dalle grida delle donne, che stringevano fra le braccia i bambini e vedevano i loro uomini prepararsi allo scontro, consapevoli e fiduciosi in colui che li stava per guidare. A sua volta quello indossava la corazza, nel più infimo di sé non avrebbe mai voluto indossare quell’armatura, perché sapeva che lasciarla lucente moto probabilmente sarebbe stato impossibile. Manila l’aiutava ad indossarla solo per cercare di non pensare al peggio; ora che sentiva che quello era il suo uomo e doveva vivere per sempre insieme a lui. Un bacio fuggitivo e nulla più: entrambi sapevano che anche stavolta non ce n’era il bisogno. Il tempo di formare le squadre e scendere giù dal colle, attendendo i Turchi che risalivano dal mare lungo il torrente. Alessio sapeva che quelli esperti tra i suoi uomini, eccetto qualche nobile e i soldati, non erano in tanti, ma erano per lo più contadini ed artigiani. Nutriva comunque la speranza che i seguaci di Barbarossa fossero in minor numero. “Eccoli!”. Le loro sciabole erano l’unica cosa a risplendere tra quella pioggia scura prima di cominciare a perdere il bagliore sotto il rosso del sangue. Gli pizzicò la pupilla e gli fissò in mente una tra tutte quelle lame, che era appoggiata dalla parte del manico d’avorio sotto il suo mento e strofinava sulla barba che forse proprio del sangue di tanti uomini si era tinta. Loro immobili come ulivi e pronti. Il pirata camminava lento nel mezzo; non aveva fretta di raggiungere il suo unico obiettivo, in cui Alessio si riconosceva; mentre da dietro le sue spalle scorrevano, come un fiumiciattolo che si divide in due braccia davanti a un grosso sasso, gli ottomani, che sembrava avessero ruote al posto delle gambe, vele a posto dei capelli al vento. Quindi Alessio diede il segnale d’attacco e la gente si mosse insieme con lui come un’onda spumosa che saliva sulle buche e sulle pietre e scendeva sopra l’erba e sopra il fango. Piccola strage. Quando egli volto per un attimo il capo vide che circa un terzo dei suoi erano già a terra e ora aveva davanti il nemico.
Al palazzo invece erano rimaste solo poche guardie. Nessuno si sarebbe mai aspettato che un gruppetto di Turchi erano stati incaricati di risalire prima degli altri e furtivamente per quel colle per restituire quell’imboscata qualche anno fa subita. Manila era nel castello insieme alla duchessa ed era debole guardia del gruppo di donne e bambini che si era fatto là rifugiare. Quei barbari riuscirono, con le loro doti di naviganti a entrare nonostante il ponte levatoio fosse stato alzato e, fortuna o sfortuna, senza riuscire a penetrare i portoni delle stanze, valicarono solo quei primi muri, dove li aspettavano la maggior parte delle guardie che, colti alla sprovvista dalla loro ferocia, non tennero fuori dalle grinfie di uno di quelli che era strisciato come uno scoiattolo nel baccano il gran duca, il quale cadde valorosamente con la sola idea sognata forse da qualche tempo. E più dolorose di qualsiasi altra tortura furono per gli arrestati le lacrime accecanti ai loro occhi della duchessa, a malapena consolata da Manila.
Nello stesso attimo in cui forse cadeva il padre, Alessio perse i sensi perché spinto a terra dalla forza del pirata. Quest’ultimo si era distratto un attimo con qualche poveretto, nell’attesa di infilzare il giovane condottiero solo una volta svegliatesi, così che avrebbe potuto goderne meglio. Alessio riaprì lentamente gli occhi a causa di un fulmine che aveva squarciato il cielo. La figura di un vecchietto, che nulla centrava in quella situazione, gli appariva sempre meno sfocata e vicina. Improvvisamente urlò dicendo:”San Francesco non vi ha abbandonato”, raccogliendo l’attenzione di tutti e scomparendo un attimo dopo in mezzo a quel mucchio che prima, chissà come, si era bucato. Quelle parole, si dice rincuorarono non solo il cuore di Alessio, che ricordò quel giorno in cui non aveva osato chiedere a Manila cosa il santo gli avesse detto, ma anche il cuore di tutti gli altri. Alessio si alzò e, con un briciolo di forze, colse quell’attimo brutale e codardo in cui Barbarossa gli era ancora alle spalle per ferirlo mortalmente. Vide purtroppo quel sangue mai desiderato e che gli uomini non sanno quanto fa piacere a Dio nemmeno nelle battaglie fatte per lui. L’uomo cadde col viso in giù con la voglia, anche da morto di saziare la sua barba, che con più fame della bocca voleva gustare per l’ultima volta il sangue ostile.
Tornarono certo sporchi e stanchi, con lacrime dolci e amare. Manila non sapeva come dire al suo amato della morte del padre. Trovò la soluzione – se si può osar dire migliore nel condurlo direttamente nella stanza ardente. Il secondo abbraccio fu per la madre, poi uno sguardo al letto: triste nel rivedere l’aspetto pacato e rassicurante di quell’uomo che una volta era stato per un lui un padre e un grande compagno di giochi. Dunque si riflesse nello specchio sul lato dell’altra parete e lo spaccò col gomito, a dispetto di tutte le streghe che auguravano sfortuna a quell’evento, affinchè si cancellasse, almeno materialmente, l’immagine di lui vicino al gran duca morto, che gli aveva dato più fastidio di qualsiasi altra cosa nella vita.
Per molti anni a venire Alessio e Manila governarono al meglio, come durante quei dieci giorni, sul territorio di Corigliano. Ogni lieto pensiero la gente aveva fatto su di loro si era realizzato e qualsiasi altro si sarebbe potuto realizzare, proprio come il loro amore. Il giorno delle nozze la duchessa diede al figlio l’anello di rubino. D’ora in poi avrebbe vissuto insieme allo zaffiro, come già aveva fatto una volta, a testimonianza stavolta che insieme, in due, insieme tutti, tutto si realizza.
Nota
Questa storia, riproponendo uno scenario del 1500, dove ogni riferimento alla natura è per niente casuale, è tesa a raccontare, al limite tra il mito e la fiaba, con qualche modifica, un pezzo di storia di Corigliano. Il protagonista è il futuro duca di questo feudo. Egli, lottando contro la freddezza del padre, trovando nella figlia di un eroe nazionale straniero una compagna e un’alleata, invogliato dalla comunità, riuscirà a salvare il paese dalla minaccia d’invasione dei Turchi, testimoniando quanto possa essere, al pari del popolo calabrese, semplice, ostinato e virtuoso un animo nobile, che era reca su di sé il fardello del potere e del bene comune.
| ← Radici ritrovate | Disonore → |
|---|


