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Il Paese di don Giuseppe

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Il Paese di don Giuseppe, di Ugo Andrea Gigli.

Liceo Classico “San Nilo” Rossano

 

Capitolo I

“Don Giuseppe”, si sentiva in lontananza, “don Giuseppe”.

L’aria era calda e la luce del sole, ormai alto, filtrava attraverso i vetri impolverati della bottega creando strani giochi di luce attraverso le numerose boccette poste sui vari scaffali in legno pregiato e ben lavorato.

Era primavera e gli odori forti delle erbe che si trovavano nella bottega si mescolavano a quelli dei fiori trasportati da una leggera brezza.

I pensieri portavano don Giuseppe lontano da quella farmacia, a giorni sarebbe arrivato il vescovo nel nostro paesino e tutto andava preparato con cura, si potevano concludere buoni affari col vescovo, ma questo pensiero era ogni tanto interrotto da una figura femminile che passava nella piazza e che lo portava a quella nuova ragazza giunta in paese, molto carina.

Mentre si cullava in questi dolci pensieri, una voce lo riportò prepotentemente alla realtà e il suo sguardo si poggiò su un contadino che stava parlandogli.

“don Giusè è tempo che vi chiamo, chiedo scusa ma vossignoria era forse occupato in altre faccende perché se è cosi vi aspetto qua fuori sin quando a voi possa essere comodo ricevermi”.

L’uomo era magro, sulla quarantina, col viso abbronzato dall’esposizione continua nei campi, con vestiti semplici e logori ed una espressione d’angoscia sul viso rugoso.

Lo riconobbe subito era Tonino, un lavoratore, ogni tanto cercava di alzare la testa con idee un po’ troppo liberali, ma fino ad ora era riuscito a tenerlo a bada.

“Cosa è successo di tanto grave da non essere al lavoro a quest’ora?”

“Avete ragione don Giusè ma è un emergenza perché mia moglie Rosa sta molto male”.

“Perché non sei andato a chiamare il dottore se sta male? Io oggi ho un sacco di problemi e non posso stare dietro a te e a tua moglie, vai a cercare lui”.

“Ma don Giusè sapete bene che il dottore è nuovo del paese e viene da fuori, non mi farà mai credito. Invece voi mi conoscete e sapete bene la mia situazione.

Lavorerò per voi anche di notte se è necessario, ma datemi le medicine, vi prego.

Tutto ciò che è mio è anche vostro, lo sapete bene, ma vi prego, la situazione a casa è disperata, a mala pena riesco a sfamare la famiglia, tutte le braccia sono indispensabili, se qualcuno è a letto, non ce la facciamo più”.

E si mise a piangere pensando all’anno passato: alla morte del suo ultimo figlioletto, portato via da un’annata di carestia e malanni. Il fatto colpì anche don Giuseppe che, legato come era ai guadagni, non aveva soddisfatto la richiesta di credito di tutti i suoi contadini, ma fu un pensiero passeggero, poiché le sue tasche erano più importanti di quei miserabili che passavano per la sua farmacia.

Era colpa loro se non riuscivano a sfamare la propria famiglia!

Rivolgendosi dunque al contadino disse:”Mi serbo di chiederti il mio compenso al momento opportuno. Per il momento prendi queste medicine e togliti dalla vista che mi hai fatto perdere già troppo tempo!”.

Il povero uomo uscì dalla bottega ancora tremante per le forti emozioni:”Grazie don Giusè che dio vi benedica”.

 

Capitolo II

 

Il paese era in grande fervore per la venuta del Vescovo.

Tutti in paese avevano una grande fede, era una fede superstiziosa, poiché era vista come un appiglio per uscire dalla pessima situazione in cui si trovavano e speravano di ottenere giustizia divina preparando i balconi e le strade del paese a festa.

Dai balconi le donne facevano pendere i loro copriletto, tirati fuori dai bauli del corredo. Era costato molti sacrifici, ma quel corredo era necessario poiché la nascita di una figlia femmina esigeva l’obbligo provvedere alla sua dote, altrimenti nessuno l’avrebbe sposata e questo, non solo era un disonore, ma anche una bocca costante in più da sfamare. Questo pensiero logorava le donne del paese perché quando rimanevano incinte la loro paura era proprio quella di mettere al mondo una “femmina”. Il marito la ingiuriava di non sapere mettere al mondo un maschio, le donne piangevano intorno al letto della puerpera che a sua volta, dopo aver affrontato i dolori del parto, era infelice e si considerava una sfortunata per la nuova nascita. Pensava a tutto ciò che la poverina doveva passare nella sua esistenza di donna.

Tuttavia in questo giorno di festa questi pensieri venivano messi da parte e si stendevano al sole le lenzuola cantando le melodie popolari.

Le fanciulle, con i fratellini al collo, erano nei campi a raccogliere i fiori che sarebbero stati messi nei cesti e gettati come pioggia colorata e festosa dal balcone al passaggio del monsignore.

Le anziane del paese vestite rigorosamente di nero (per il lutto “antico” da cui non si erano più liberate per vergogna verso gli altri), con le loro seggioline impagliate guardavano i preparativi del paese ricamando corredi per le ragazze.

Don Giuseppe, come notabile del paese, osservava dall’alto della sua terrazza tutta quella felicità popolana, pensando invece ai suoi affari, e domandandosi se tutti quei preparativi potevano in qualche modo favorire i suoi guadagni e chiedendosi come mai la gente era così contenta visto che non ne avrebbero ricavato guadagni.

Il cameriere, che gli stava servendo un bicchiere di vino fresco, interpellato sull’argomento rispose:”Chiedo scusa don Giusè, ma pur lavorando molto hanno un guadagno estremamente misero; dovendo dare sempre la metà della loro fatica a voi, e l’altra metà basta appena per sfamare la loro prole, quando va bene altrimenti è una miseria nera. Oggi invece si sentono liberi di esprimere la loro gioia e di propiziarsi la bontà divina per stagioni migliori attraverso una grande accoglienza per il suo ministro”.

“Ma queste sono tutte sciocchezze! Devo farli lavorare un po’ di più così che non pensano a tutte queste baggianate”.

La banda del paese era pronta, le donne erano ai balconi con i cesti pieni di fiori, i bambini facevano schiamazzi per le strade e gli uomini sulla porta dell’osteria guardavano l’orizzonte in attesa del monsignore.

 

Capitolo III

 

“Eccolo, eccolo” gridano dei ragazzetti che arrivano di corsa per la strada polverosa verso la piazza.

La carrozza del monsignore arranca per la mulattiera, i cavalli sono stanchi, la banda attacca la musica, le donne incominciano a far piovere fiori, la festa inizia e don Giuseppe nel suo abito da cerimonia scende lo scalone del palazzo incontro al monsignore accompagnato dai suoi fedeli servitori e dai suoi immancabili cani.

Tutti i notabili del paese e dei paesetti vicini erano stati invitati a casa di don Giuseppe per il grande pranzo con monsignore. Le luci del palazzo erano state accese, in cucina le cuoche erano rosse ai fuochi perché, se non fosse andato bene il pranzo, sicuramente la rabbia del padrone le avrebbe raggiunte.

Sua Eccellenza doveva rimanere assolutamente soddisfatto della visita al paese poiché costituiva un importante aggancio per le mire politiche di don Giuseppe.

Guai se quei servi non avessero fatto del loro meglio perché tutto fosse a puntino, glielo avrebbe fatto pagare aumentando i contributi che gli dovevano; ma ora questi pensieri non potevano esserci nella mente di don Giuseppe perché doveva orchestrare ogni cosa per la su futura carica di governatore presso la corte di Napoli.

La moglie del padrone (una donna che gli avevano scelto i suoi genitori per aumentare il patrimonio familiare), era una nobildonna non più giovanissima, non amata dal marito, continuamente tradita. Era una povera infelice che viveva tra le mura del suo palazzo e che doveva sottostare a ciò che erano gli ordini di don Giuseppe.

Quel giorno le era stato ordinato di presenziare al pranzo vestita con i broccati e con i gioielli di famiglia, ma avrebbe dovuto restare in silenzio. Le donne non avevano diritto di discutere a tavola con gli uomini, dovevano solo fare da corollario e sorridere ad ogni battuta maschile, per uscire dalla sala appena il pranzo fosse finito e lasciare gli uomini in libertà.

Tutto era pronto e sembrava andare per il meglio, anche il monsignore, in quell’atmosfera di festa e di trionfo per il suo arrivo, si sentiva a suo agio.

A guastare l’atmosfera il cameriere si avvicinò all’orecchio di don Giuseppe, dicendogli che Tonino al portone del palazzo urlava per la morte della moglie e lo accusava di averlo imbrogliato dandogli medicine fasulle.

Don Giuseppe, infastidito, rispose di allontanarlo a frustate se necessario. Aveva cose importanti da sistemare e non poteva pensare alla morte inutile di una contadina.

Tutta la festa iniziale passò. I contadini ebbero i loro guai da affrontare, il padrone dovette sistemare i suoi “affari” e non volle essere disturbato.

Tutto andò per il meglio per don Giuseppe; molto meno per i contadini che proprio in quel giorno di festa vennero colpiti da un grave lutto.

Anche la venuta del monsignore in paese passò, come ogni cosa e il quotidiano tornò a farsi pesante. I fiori appassirono per le strade polverose, le lenzuola e i copriletto furono riposti nei bauli in attesa di una nuova festa o di un nuovo corredo. In campagna i contadini tornarono a lavorare, senza sorridere.

 

 

Capitolo IV

 

Era una calda notte d’estate. Don Giuseppe dormiva tranquillo nel suo letto nelle lenzuola di lino. Sognava che i cittadini lo acclamavano loro benefattore per avere costruito una nuova strada che permetteva di arrivare celermente al paese vicino aumentando così gli scambi commerciali che, però, avrebbero arricchito prevalentemente lui. Questo sogno fu però presto interrotto da alcune grida provenienti dalla piazza.

Il padrone si svegliò tutto sudato e fu accecato da un bagliore improvviso: la sua bellissima casa stava bruciando.

Don Giuseppe riuscì nella confusione a trarsi in salvo senza danni, ma, mentre scappava, si era reso conto in che condizioni era la sua casa e adesso capiva perché i contadini si lamentavano tanto quando andavano in fumo i loro raccolti.

In piazza c’erano quasi tutte le persone del paesetto, e tutti si godevano lo spettacolo senza muovere un dito per spegnere il fuoco. “Cosa fate lì impalati?Buoni a nulla!Muovetevi a spegnere il fuoco”. Una voce dalla massa rispose:”Quando tu sei venuto ad aiutarci o ci hai dato una parola di conforto per i nostri guai?”. Altre voci di dissenso si unirono a questa e nessuno si mosse, solo quando arrivarono le guardie dovettero rimboccarsi le maniche a spegnere il fuoco anche se ormai il palazzo era completamente distrutto.

 

Capitolo V

 

Le parole dei contadini continuavano a rimbombargli nella mente e ne era quasi ossessionato.

Il padrone difficilmente riusciva a dormire sonni tranquilli, perché era perseguitato da quell’odio che aveva visto sui volti dei contadini. Per cercare di dimenticarlo a nulla servirono le lunghe battute di caccia o le cavalcate nei campi. Così per cercare di assopire le sue paure continuò a spremere sempre più la povera gente che non aveva fatto altro all’infuori di odiare la persona che li sfruttava allo stremo.

Don Giuseppe incominciava a capire il perché di tanto odio. Aveva cercato dei momenti di condivisione con i suoi contadini, ma non ne aveva trovati. Infatti anche quando riusciva a sconfiggere con molta fatica i briganti, che facevano tremare persino le colonne dell’antica chiesa, la gente non esultava con lui perché sapeva bene che quel gesto sarebbe stato da loro ben ripagato.

Quando c’era un matrimonio, e tutto il paesino era in festa, tutti si preoccupavano di mettersi l’abito più bello usato solo per le grandi occasioni senza parlare dell’abito della sposa, la cui preparazione era quasi un rito che occupava tutte le donne del paesello, per più di un mese. In questa occasione, la via principale era in fervore perché tutti la addobbavano con fiori e lenzuola, si metteva un’unica tavolata per tutti al centro della via dove si portavano le migliori pietanze e si beveva vino in allegria.

In momenti come questo quando tutto il paese era unito a festa, don Giuseppe non si univa mai con i sensori di felicità della gente, ma sempre con l’ossessionante idea di dover riscuotere il suo tributo sul matrimonio. E la gente questo lo percepiva.

Don Giuseppe capiva e si disperava, qualcosa nel petto lo faceva sentire male, sentiva un peso scomodo sul cuore.

Non aveva mai capito quelle interminabili processioni a cui la gente partecipava con grande speranza e devozione. Cosa speravano di ottenere in quelle futili e interminabili atti di pietà popolare? Di che cosa avevano bisogno e perché si aggrappavano a queste stupide tradizioni? Questo pensava Don Giuseppe, ma adesso lo si vedeva sempre più spesso nella piccola cappella a pregare perché il signore lo illuminasse e gli indicasse la retta via.

Ed ecco ad un tratto l’illuminante scoperta: i beni materiali se non sono accompagnati dall’amore e dalla condivisione, portano solo alienazione e angoscia.

Il padrone era ridotto pelle ed ossa. Non dormiva più e trascurava i suoi tanto preziosi affari, cavalcava per giorni interi solitario e senza meta. Lui era tristemente consapevole di non essere amato, di essere solo, di non potere contare su sentimenti a lui sconosciuti, quali l’amore e l’amicizia. Sapeva che non poteva comprarli neanche con tutte le sue ricchezze. Improvvisamente era divenuto povero e vuoto. Sapeva ora di aver sbagliato l’obiettivo di tutta una vita. Doveva riparare i suoi errori, perché la sua anima era costantemente tormentata dal rimorso.

Questa situazione andava avanti da mesi finchè una mattina il paese si risvegliò con un’inaspettata sorpresa. Don Giuseppe quella notte, illuminato dallo Spirito , con grande coraggio aveva abbandonato il paese lasciando dietro ogni porta, che per lui era stata sempre chiusa, un pezzetto di quella ricchezza che aveva accumulato tutta la vita con grande avidità.

 

Epilogo

 

Da quel momento Giuseppe visse in una semplicissima grotta, dove trovò finalmente la pace e l’equilibrio dell’anima che aveva tanto cercato e sperato, pregando.

Di tanto in tanto qualcuno del paese lo andava a trovare chiedendogli consiglio, essendo diventato molto saggio.

Lui rimase sempre legato al suo paese, che aiutò in diverse occasioni, tanto che alla sua morte, tutti lo piansero e sempre lo ricordarono venerandolo talmente da costituirlo patrono del paese.

 

 

NOTA

Ho scritto questo racconto sulle basi di diverse testimonianze di anziani abitanti nella zona interna dell’alto ionio.

Da queste fonti ho raccolto molte informazioni riguardanti la vita, gli usi e i costumi di piccoli paesi arroccati sulle colline e rimasti immutati per secoli; dei quali negli ultimi decenni purtroppo si stanno perdendo tra i giovani quelle tradizioni che ne avevano costituito la linfa vitale.

Spero di aver dato un idea il più possibile realistica della società del sud Italia ambientata verso la fine del 1800.

Società feudale e latifondista nella quale i contadini venivano sfruttati dai proprietari terrieri.

Ultimo aggiornamento Sabato 24 Gennaio 2009 20:25

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