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Disonore

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Disonore, di Carolina Leonetti.

Liceo classico di Corigliano

 

 

E’ di fatto stabilito che una ragazza di buona famiglia, se non proprio ricca, almeno benestante, con una discreta cultura e soddisfacente dote, debba andare in sposa ad un signore dalla carriera avviata, affermato nel suo campo, conosciuto e stimato nell’arco di almeno venti chilometri. Un uomo capace, insomma di assicurare alla sua sposa un futuro sicuro, perché così si dice “futuro sicuro”, o “futuro agiato”. L’agiatezza è, infatti la sola e prima garanzia che siffatta ragazza ha della sua certa ventura felicità, e non c’è altra possibilità: quello è il tipo d’uomo destinato a lei. L’unico uomo in grado di darle tutto ciò che potrà mai desiderare.

Lucrezia, rientrava perfettamente nella categoria  delle “ragazze di buona famiglia”, ed il suo destino era stato deciso da altri, per il suo stesso esser nata da padre medico e da una madre figlia di un farmacista. Intrinsecamente, quasi per la sua sola natura, era stato già prefigurato dinnanzi alla giovane quell’uomo molto più anziano di lei, che le avrebbe assicurato tutta quella felicità presagita. Bisognava solo aspettarlo.

Lucrezia era ormai in età da marito, in marzo aveva compiuto quindici anni, il corredo era stato ultimato, i soldi per la “mobilia”, come si dice dalle nostre parti, erano pronti per essere presto investiti nella gioia e sicurezza economica della fanciulla.

Bisognava solo aspettarlo quell’uomo.

Era nata così, attendendo di divenire abbastanza grande per allietare con la sua gentilezza e raffinatezza la vita del suo uomo predestinato. Spesso Lucrezia lo immaginava; baffi neri, orologio al panciotto, scarpe lucide, buone maniere, linguaggio forbito, non tanto alto e non tanto grasso, ed inconsciamente non faceva altro che immaginare l’uomo borghese, naturalmente alto borghese, che non avrebbe potuto che sposare.

A vederla dall’esterno la sua vita era il frutto di un’intrinseca costrizione, del resto per niente celata.

La primaverile festa del santo patrono, fu l’occasione giusta per “debuttare in società” come si direbbe oggi in un certo ambiente altolocato, o per “uscire alla messa”, italianizzando, come si diceva una volta, Lucrezia, dai capelli mossi e biondi, pomposamente legati alla nuca, che contrastavano nettamente con il suo vestito celeste, dalle linee semplicissime e a tonalità tenue, si preparò accuratamente quella mattina. Guanti di pizzo di color crema a mezzo dito, passo breve, colorito chiaro e pelle lucida, leggermente arrossata dall’imbarazzo, la giovane uscì di casa accompagnata da tutta la famiglia. La madre agghindata per l’occasione rivelava nei gesti un so cosa di plateale, appoggiandosi lievemente al braccio del marito, il quale manifestava un certo nervosismo, salutando ora a destra ora a sinistra e ricambiando, con un sorriso, i continui auguri. Lucrezia aveva paura e manteneva lo sguardo basso, come le era stato insegnato, perché incrociare altri due occhi sarebbe stato un gran disonore. Aveva paura, paura del domani, paura di quell’uomo, paura di vivere in una altra casa con attorno altre sconosciute persone.

L’intera compagnia camminava lentamente, rendendo ancora più solenne quei cinquanta metri che la divideva dal Santuario, cinquanta metri, che essendo stato già tutto deciso, erano solo una formalità dovuta e, lietamente elargita, da parte dei suoi genitori, alla curiosa popolazione in festa. Non bastavano, infatti, gli occhi di una domenica qualunque puntati su di lei, no! Per la figlia di don Battista occorrevano gli sguardi della più affollata giornata dell’anno.

Il padre, difatti, aveva già incontrato don Pasquale per discutere la faccenda e prendere accordi, ora bisognava solo far imminente:

“Ti sposi, tesoro mio, ti sposi” e notando una strana espressione sul volto della figlia, aggiunse allarmata:

“E come?Non sei felice di sposare don Pasquale, il migliore partito del paese?”, e Lucrezia neanche rispose, tra il felice e l’attonita. Attonita perché neanche lo conosceva quell’uomo, e felice perché, come ben sapeva da tempo, quello era il suo destino.

La giovinetta, procedendo verso la chiesa, ripensava proprio al colloquio avuto con la madre, al volto felice del padre, quando la sera rincasò, all’invidia delle sorelle che, non attendevano altro che le sue nozze, poiché solo dopo il matrimonio di Lucrezia, al primogenita avrebbe potuto sperare nel loro accasamento e seguirla molto presto, in ordine di nascita, in cotanta felicità.

La madre, un passo dopo l’altro, diventava sempre più paonazza, sempre più agitata, e vedendo do Pasquale da lontano, voltandosi subito verso la figlia che, le camminava accanto, in un modo assai concitato affermò:

“Lucrezia eccolo, eccolo è lui”.

Era emozionata davvero e la giovane non riusciva a spiegarsi come facesse ad esserlo fino a tal punto, perché Lucrezia, che presto a quell’uomo si sarebbe indissolubilmente unita, giurando di vivere al suo fianco la sua intera esistenza, non riusciva proprio a provare nulla se non timore, mentre il suo corpo, come rigido, prendeva parte a quella grottesca commedia.

Il tempo cominciò a volare, i minuti a scorrere lasciando Lucrezia come in un angolo da sola ed in silenzio, e lo fecero tanto in fretta da farle perdere il senso di ogni cosa, fino a far sparire quel piccolo germe di speranza che, anche fino ad un’ora prima, le sussurrava:”sarai felice, sarai felice”.

Dopo averlo visto, quell’uomo, sentì il suo cuore rifiutarlo con tutta se stessa ed, alla preoccupazione si sostituì un gran senso di repulsione. Cominciò ad odiare, si odiare il proprio, il suo modo di toccarsi i capelli, il suo sguardo che la fissava opacamente, il suo ostentare parole difficili, il suo camminare sulle punte come ad ergersi su tutti gli altri. E poi il suo neo sul naso…!

Don Pasquale era diventato il suo peggiore incubo, ma non c’era nulla da fare se non scegliere la via dell’accettazione, che a quindici anni non è di certo la più rassicurante delle prospettive.

“Stai tranquilla è un uomo delizioso ed imparerai ad amarlo, e poi l’amore non è la cosa più importante al mondo, si può vivere anche senza” era la solita frase che si sentiva ripetere, ormai da due mesi, dalla madre, che si era accorta della sua freddezza ed insofferenza.

“Imparerai ad amarlo, imparerai ad amarlo”; quelle parole rimbalzavano nella sua testa aumentando solo i suoi interrogativi ed accrescendo le sue ansie.

“E se poi non dovessi innamorarmene, e se poi dovessi continuare a non sopportarlo, e se poi non riuscissi a vivere con lui, e se poi, e se poi…? Mille “e se poi” si susseguivano senza mai trovare alcun appiglio.

Lucrezia, il più bel prodotto mai nato da quella società, ora cominciava ad odiare, più di tutti, anche del futuro marito, quel mondo stesso, con il suo modo di pensare, di agire, di ragionare, di comportarsi.

Cercava e ricercava, vanamente, qualcosa dentro di sé che le permettesse di accettare ciò che le stava accadendo, ma Lucrezia in verità, sarebbe voluta solo fuggire e, sfuggire.

“Passami la garza” bisbigliò Don Battista.

“Lucrezia il disinfettante e la garza”

“Lucrezia!!!” disse, alzando la voce. Don Battista stava perdendo la pazienza. Lucrezia era come assente, sempre immersa nei suoi pensieri.

Era la seconda volta che una anziana signora finiva sul tavolaccio da chirurgo di suo padre e, per due volte Lucrezia lo dovette assistere, come spesso succedeva, durante l’operazione, ma la giovane quella mattina era lontana come non lo era mai stata, lontana da quella stanza, da quella casa, da quel paese, da quel destino che la rincorreva.

Nell’ambulatorio sempre uguale, con sotto gli occhi il padre sempre uguale, un malato sempre uguale, solo lei si sentiva tanto diversa, con nel cuore sensazioni diverse ed in testa un mondo diverso.

Don Battista non riusciva a sopportare la sua distrazione e, non potendo richiamarla continuamente, rischiando di perdere la concentrazione, con modi bruschi e con voce severa, le chiese di allontanarsi:

“Puoi andare, continuerò da solo!”

Lucrezia colse al balzo l’occasione, si lavò le mani ed uscì dalla stanza, sperando in cuor suo di incontrare il giovane con il quale, in occasione del primo intervento della signora, qualche settimana prima, aveva avuto la possibilità di scambiare qualche parola.

“Buongiorno signorina” disse Giovanni, non appena la vide comparire sulla porta.

La giovane rispose impacciata, pensando a qualcosa di gentile da dire, ma in quel momento le venne solo uno stentato: “Le tocca aspettare ancora un po’”.

“Non c’è problema, l’importante è che vada tutto bene”.

Giovanni cercò di non tradire l’emozione, perché temeva di offendere Lucrezia, lasciando trasparire il sentimento che provava per la fanciulla, ben sapendo, come tutti del resto, che fosse prossima alle nozze.

“Va via signorina?” Chiese, senza neppure rendersene conto, quando la vide allontanarsi, e Lucrezia, stupita, disse un tenue:

“Come?”.

Giovanni ripetè spavaldamente la sua domanda, e Lucrezia ebbe la conferma che il suo sentimento era ricambiato, nonostante sarebbero bastati anche solo gli occhi di lui, tanto luminosi, a garanzia di ciò che sentiva per lei.

E così, trovò il coraggio di rispondere:

“Devo ma non vorrei”, sparendo in silenzio dietro la porta di accesso alla casa, Lucrezia, con il cuore in gola andò in camera sua ed avvertì di aver trovato ciò che poteva permetterle di ricominciare a sperare, a sognare ed impedirle di accettare passivamente il volere altrui, mentre Giovanni capì che non era solo un illusione decidere di poterla avere, come aveva sempre cercato di convincersene per non farsi troppo male.

Ancora una volta, come da sempre accadeva, i due giovani non si conoscevano neppure, questa volta, però, vi era una piccola differenza:l’amore, che l’uno sapeva di provare per l’altro, così spontaneamente e genuinamente, da renderlo la cosa più importante del mondo.

Un amore difficile e contrastato che, però, li aiutò a volersi più bene ed a temprare i loro giovani sentimenti.

Dopo essersi visti ed aver parlato solo cinque volte, pianificando tutto attraverso biglietti, lettere segrete e finti improvvisi malori di Giovanni, decisero di fuggire via.

Il mattino seguente, alla scoperta dello “scandalo”, si sarebbero scatenate le ire di Don battista, accusato di non aver saputo vigilare sulla figlia, il rancore di Don pasquale, lasciato quasi sull’altare, e le infinite chiacchiere del paese che, bandendoli avrebbero proclamato “lo stato di disonore”, come si era solito fare.

“Non aver paura”, le avrebbe detto Giovanni quella sera, mentre con un calessino che si sarebbe fatto prestare da un cugino, si sarebbe allontanato dal centro abitato, correndo al galoppo verso il loro futuro, che per il momento avrebbe significato raggiungere la casa di campagna dei nonni del giovane. E Lucrezia paura non ne avrebbe avuta affatto ora che era accanto a lui.

“La figlia del dottore è scappata, l’hanno vista andare verso la campagna con il figlio più piccolo di Antonio il massaio”, si sarebbe sussurrato e vociferato, omettendo i soprannomi che sono parte integrante della nostra “meridionalità”.

“La figlia maggiore che si doveva sposare con Don pasquale? Povero Don Battista, che disonore”.

“Svergognata! Svergognata!” avrebbe gridato il padre chiuso nel suo studio, sua madre sdraiata sul letto con la testa fasciata, avrebbe gridato il parroco, ed il sindaco, le maggiori autorità insieme al medico, avrebbe gridato, insomma l’intero paesino.

Disonore sarebbe stata la parola chiave di quei giorni, disonore, disonore, disonore…se era un grande scandalo la cosiddetta “fuitina” di una ragazza qualunque, figuriamoci cosa sarebbe successo se la “svergognata” in questione fosse stata la fidanzata di Don pasquale, il più ricco del paese! Nel giro di poche ore si sarebbe diffusa la notizia in ogni dove, grazie ai due giovani fuggiaschi, che avrebbero donato al paese un lieto e chiacchierato risveglio.

In un mondo in cui era inconcepibile la parola amore, in cui il matrimonio non era altro che un contratto stipulato a vantaggio di due famiglie, Lucrezia e Giovanni sarebbero diventati fuorilegge per aver scelto, senza condizionamenti di sorta alcuna il proprio destino. Avrebbero trovato il coraggio di lottare per ciò che credevano fosse giusto, il coraggio di sfidare tutto e tutti, senza paure, per nient’altro che amore, riuscendo a realizzare i loro sogni, quei sogni grazie ai quali avevano fantasticato nelle loro stanze, durante le loro giornate, quei sogni che non avevano potuto confidarsi, ma che l’uno era sicuro appartenessero anche all’altro. Avrebbero distrutto con la loro vita in due, con la famiglia che avrebbero creato, con la tenerezza che non avrebbe abbandonato mai i loro occhi, tutta una tradizione di consuetudini millenarie, che avevano imprigionato mille altri che non ebbero la loro stessa temerarietà.

Il loro progetto d’amore non sarebbe fallito, per smontare tutti i pregiudizi e le apparenze di un mondo, ancora oggi, non del tutto scomparso nell’immensa voragine dei sentimenti veri. Anzi, forse sarebbe riuscito perfettamente, perché avrebbero avuto fiducia nelle loro forza, perché non avrebbero aspettato che altri li aiutassero a farcela, ma si sarebbero presi, con risolutezza, ciò che gli altri volevano toglierli.

Oppure, Lucrezia avrebbe potuto imparare a non desiderare niente di più di ciò che le veniva concesso, ed accettare il marito che le era stato scelto. Avrebbe potuto sforzarsi di dimenticare Giovanni e, lasciarsi convincere che esistono cose più importanti dell’amore. Avrebbe potuto scegliere di non tradire i suoi genitori e quel mondo di cui faceva parte, avrebbe potuto cercare di pensare solo ai figli che presto avrebbe necessariamente avuto, alla loro educazione ed alla loro crescita, concentrarsi solo su di loro sperando che potessero unire un uomo ed una donna mai stati tanto lontani, sforzandosi di accettare la sua vita per quella che sarebbe stata.

L’orologio del vicino municipio rintoccò tre volte, Lucrezia era seduta sul letto, pronta già da un bel po’. Si alzò e si sedette di nuovo, afferrò il piccolo fagotto che aveva preparato per poi posarlo subito. Lucrezia non riusciva a decidersi dinnanzi al fiume delle mille possibilità che le scorreva sotto gli occhi. Amava Giovanni e non voleva rinunciare a lui. Rivedeva i suoi occhi nel buio notturno di quella stanza e, sentiva fin da ora il disprezzo di tutti.

“Perché far gli eroi? A quale costo?” Si chiese piangendo, in preda allo sgomento.

“E perché rinunciare solo per paura?” si ripeteva paralizzata davanti a quella scelta.

Il tempo intanto passava, e Giovanni già temeva il peggio.

“Verrà,verrà” si diceva cercando di convincersene, guardando in continuazione l’orologio…Le tre e un quarto. Le tre e venti. Le tre e venticinque.

Lucrezia si spogliò, posò frettolosamente i vestiti sulla sedia delle pettiniera, e piangendo tornò a letto.

Giovanni si arrese.

E quel mondo fantastico dominato solo dall’amore rimase solo un bel sogno, un sogno da rimpiangere ogni giorno vedendo quello stesso amore calpestato nel blu di altri nuovi ed inesperti occhi…

 

 

 

 

NOTA

“Disonore” è uno squarcio nella vita delle donne, meridionali in particolare, che fino a poco meno che cinquant’anni fa, dovevano sopportare , tacendo, mille imposizioni e costrizioni, vedendo sfumare i loro sogni. Lucrezia è il simbolo di tutte quelle giovani che hanno coraggiosamente vissuto le loro vite accanto a degli uomini, che altri avevano scelto per loro, non pretendendo mai nulla di più di ciò che veniva loro concesso. L’amore, l’onore ed il disonore, i sogni e le illusioni, le convenzioni ed il matrimonio, sono i temi di questo racconto.

 

 

Ultimo aggiornamento Sabato 24 Gennaio 2009 20:25

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