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NoCanto XIII
La selva dei sucidi è un orribile bosco, pieno di cespi arbusti ed alberi nel cui interno vivono le anime dei suicidi. Tutti coloro che si tolsero la vita, vengono puniti severamente in questa selva. La loro anima vive in arbusti o tronchi, e soffre come carne umana, poichè tormentata dai graffi e dai morsi delle orribili arpie, mostri che per metà donne e per metà uccelli, tormentano continuamente i dannati di questo girone.. I due poeti incontrano l'anima sofferente di Pier delle Vigne, il notaio nonchè uomo di fiducia di Federico II, il quale non sopportando le ingiuste accuse che gli venivano rivolte e che lo descrivevano come un traditore del sovrano, preferì togliersi la vita. Nonostante la pietà che Dante prova per l'anima del suicida, non c'è clemenza. Egli deve scontare l'atroce pena.D'improvviso cambia la scena, ed appaiono delle cagne orribili e fameliche che inseguono due dannati: sono le anime di Lapo senese e Giacomo da Sant'Andrea, due scialacquatori, che in vita dilapidarono il patrimonio e che per la legge del contrappasso vengono dilaniate nelle loro carni da cagne affamate. Infine Dante parla con l'anima di un suicida che vive in un cespuglio. L'anonimo dannato si lamenta delle sofferenze patite, ma ritiene giusto che chi si priva della vita accetti poi la sofferenza della vita ultraterrena.
