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Il dolore di un padre: Cavalcante, padre di Guido (versi 52-72)

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{mosgoogle}Mentre si sta volgendo il discorso tra Dante e Farinata, da un'altra tomba, Dante scorge un'ombra, visibile sino al mento. Il poeta suppone che la figura sia in ginocchio, quasi in atto di supplica. L'anima che si rivolge a Dante è quella di Cavalcante dei Cavalcanti, padre del rimatore Guido “Leggiadro e ricco cavaliere", a dir del Boccaccio, "seguì l’opinione di Epicuro, non credere che l’anima dopo la morte del corpo vivesse, e che il nostro sommo bene fosse né diletti carnali”.

Aveva sempre in bocca quel detto di Salomone: “identica è la morte dell’uomo e delle giumente e non diversa è la sorta di entrambe”.

 Cavalcanti era un Guelfo,  avversario in politica di Farinata, tanto che, dopo la battaglia di Montaperti, i ghibellini avevano dato fuoco alle sue case. Nel 1267, quando per garantire la pace fra le due fazioni furono stretti parentadi tra le due famiglie principali dell’una e dell’altra, accettò che il figlio Guido si fidanzasse con Beatrice, figlia di Farinata.  Cavalcante sembra supporre che Dante abbia tentato da solo e di sua iniziativa la terribile impresa di visitare i regni dell'oltretomba, fidando soltanto nelle forze del suo ingegno. Come mai allora, si chiede Cavalcanti, non si trova con lui anche Guido, suo compagno e fino ad un certo punto suo maestro di studio e di esperienze poetiche ? La premessa del ragionamento è errata, come Dante dirà subito, ma in stretto accordo con l’atteggiamento mentale dell’epicureo disposto ad attribuire un esclusivo ed eccessivo valore alle virtù terrene,  Cavalcante trae da quella premessa una conclusione sbagliata, ed è proprio per questo ci commuove di più, in quanto rivela l’illogicità e l’irrequitezza di un affetto prepotente ed ansioso.

Guido Cavalcante (“mio figlio”) era stata la personalità di più spiccato rilievo nella vita culturale fiorentina della seconda metà del duecento. Dante, che gli riconosceva il merito d’aver tenuto per un certo tempo il primato letterario, “la gloria della lingua”. Accanto a lui e con la sua guida, aveva compiuto le sue prime prove di rimatore, e a lui aveva dedicato il suo romanzo giovanile come al “primo de li suoi amici”. Attratto dalla speculazione di Averroè, Guido Cavalcanti, godeva fama di filosofo e di uomo solitario e sdegnoso, tutto chiuso nel suo orgoglio di intellettuale. Che fosse eretico, era opinione comune, tra il popolo correva voce che egli fosse addirittura ateo. Come membro di una famiglia cospicua per nobiltà e per ricchezze, prese parte attiva alla politica del comune, aderendo da ultimo alla parte bianca. Nel giugno del 1300, quando i priori, tra cui anche Dante, decretarono il bando ai più accesi rappresentanti delle due fazioni, fu confinato a Sarzana. Era ancora vivo dunque nel momento in cui si finge l’azione del poema, ma doveva morire pochi mesi dopo, per malattia contratta in quel confino nell’agosto del ‘300.

Cavalcante dei Cavalcanti, padre di Guido pensa che Dante sia sceso negli inferi da solo. Egli ritiene che questa facoltà gli sia stata concessa per il fatto che il suo talento letterario fosse così elevato che in virtù di questo la sua anima si fosse salavata e di conseguenza gli venisse concessa la facoltà di scendere negli inferi. Il suo ragionamento, errato nel presupposto, ritiene che, poichè il figlio, Guido, fosse se non superiore, comunque all'altezza delle qualità poetiche di Dante, anche egli avesse accordato la salvezza dell'anima e quindi chiede a Dante come mai con lui non c'è il figlio, perchè è da solo. La scena di Cavalcanti è pietosa.Il padre di Guido, epicureo convinto, ritiene che per i meriti umani acquisti sulla terra, si possa pretendere la salvezza dell'anima. Egli ignora completamente il fatto che Dante nel suo viaggio è guidato da Virglio, che rappresenta la ragione, ma il tutto è concesso dalla Grazia di Beatrice che non tiene conto dei meriti materiali acquisiti sulla terra. Insomma se anche uno scrive opere meravigliose, costruisce cose eccezionali o compie qualunque altra opera meritoria, ma il suo talento è privo della fede, può scordarsi di salvare l'anima. Il padreterno non tiene conto di questi meriti. I meriti che vengono valutati sono quelli che derivano dall'osservanza dei principi dettati dalla chiesa cattolica, per cui poco importa se uno in terra è stato un grand'uomo, se egli non ha seguito i comandamenti di Dio, il suo posto sarà l'inferno.

Fa pena vedere questo padre che non conosce il destino del figlio (nel momento in cui Dante incontra Cavalcante, il figlio Guido e ancora vivo, morirà dopo pochi mesi), e che si illude che possa essere meritevole della salvezza dell'anima. Quest'atteggiamento lo rende ancora più umano e meritevole di pietà. Quello che però sorprende Dante, e ancor di più soprende noi lettori, è che Cavalcanti non riesce a vedere il futuro. Abbiamo visto che molte anime riescono a farlo, ad esempio Ciacco, ha predetto l'esilio di Dante. Dal momento che Cavalcanti chiede a Dante che fine abbia fatto il figlio e evidente che ignora che sia ancora in vita. Alla domanda di Cavalcanti, Dante risponde: "E io a lui:”Da me stesso non vegno;colui ch’attende là, per qui mi mena, forse, cui Guido vostro ebbe a disdegno”. La risposta di Dante si presta ad almeno due interpretazioni. La prima è la seguente: Guido, non avendo apprezzato come Dante l'arte virgiliana, non ha meritato il privilegio di avere lo stesso Virgilio per guida, per altri invece la frase significa:"Virgilio mi conduce forse, se potrò arrivarci ( e la cosa è tutta incerta), da colei (Beatrice) a cui il vostro Guido ebbe a disdegno, rifiutò di essere menato (o di venire). Dante si riferisce non alla donna ma al simbolo (alla fede, alla teologia); allude cioè all'eterodossia dell'amico.

 

 

52Allor surse a la vista scoperchiata

Un’ombra, lungo questa, infino al mento:

credo che s’era in ginocchie levata.

 

55Dintorno mi guardò, come talento

Avesse di veder s’altri era meco;

e poi che il sospecciar fu tutto spento,

 

 

58Piangendo disse:” Se per questo cieco

Carcere vai per altezza d’ingegno,

mio figlio ov’è? Perché non è ei teco ?”

 

 

61E io a lui:”Da me stesso non vegno;

colui ch’attende là, per qui mi mena,

forse, cui Guido vostro ebbe a disdegno”.

 

 

 Dante nell'esprimersi su Guido Cavalcanti utilizza il verbo essere al passato, infatti il poeta dice:"cui Guido vostro ebbe a disdegno". Appena udita quella parola Cavalcante, che prima era in ginocchio, improvvisamente si leva in piedi, non piange più, ma grida i motivi del suo sconforto di padre. Di tutte le parole dette da Dante, ne ha colta una sola, un verbo al passato remoto, "ebbe", che chiaramente dice che suo figlio appartiene al passato ed è già morto. Pensa allora, come la maggior parte dei dannati alla bellezza della luce, alla gioia degli occhi aperti sulla vita del mondo.

 I sentimenti umani, compreso l'amore che un padre nutre verso il proprio figlio, dovrebbero essere annullati nella vita eterna. La severità della pena cui il dannato è costretto, dovrebbe annullare altri dolori che la vita terrena riserva, tra cui anche la perdita di un figlio. In questo caso non succedde. Il pover'uomo  non aveva ancora capito che la salvezza non si conquista con le opere d'ingegno, ma con l'osservanza delle regole cristiane.

 

64Le sue parole e ‘l modo de la pena

M’avean di costui già letto il nome;

però fu la risposta così piena.

 

67Di subito drizzato, gridò: “Come

Dicesti ? Elli ebbe ? non viv’elli ancora ?

Non fiere li occhi suoi lo dolce lume ?”

 

 

70Quando s’accorse d’alcuna dimora

Ch’io facea dinanzi a la risposta,

supin ricadde e più non parve fora.

 

Ultimo aggiornamento Domenica 12 Luglio 2009 08:53

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