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L'ira di Dante (versi 31-66)

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Compare sulla scena il personaggio chiave dell'VIII canto, Filippo Argento (vedere l'approfondimento del canto). Uno dei grandi piaceri che Dante assapora nello scrivere la Divina Commedia, è quello di collocare tra le anime dei dannati tutti coloro che in vita, per dirla con un eufemismo, "gli stavano sulle scatole".Filippo Argenti è infatti uno di questi. Argenti, apparteneva alla famiglia degli Adimari, una delle più ricche e potenti nell'età di Dante. Questo personaggio viene da tutti descritto come arrogante, superbo e violento. La sua famiglia fu una delle principali nel volere la cacciata di Dante da Firenze. Si può quindi ben capire come il sommo poeta sia felice di scaraventarlo nell'inferno, nel fiume degli iracondi. Il malcapitato, vedendo Dante sulla barca di Flegias pensa che il poeta fiorentino sia stato pure lui condannato nel girone degli iracondi, e già pregusta la sua vendetta, ma quanto capisce che Dante è ancora vivo ci rimane di sasso e sfoga la sua rabbia. Raramente Dante raggiunge l'ira che manifesta contro questo personaggio.

31Mentre noi corravam la morta gora,

dinanzi mi si fece un pien di fango

e disse:"Chi sè tu che vieni anzi ora ?"

La morta gora, le acque putride e morte ossia che non scorrono dello Stige. L'anima che rivolge la parola a Dante è sporca, perchè piena di fango ( e questa già è una prima vendetta, poichè sono sicuro che l'arrogante Filippo Argenti doveva camminare per le vie di Firenze ben vestito e profumato, eccolo ora sbattuto nelle schiofse acque dello Stige).

Come detto Filippo Argenti doveva essere un gran brutto tipo e Dante lo doveva odiare molto. Non mi sarei mai aspettato un Dante così ostile e feroce nei confronti di un'anima.

34E io a lui: "S'ì vegno, non rimango;

ma tu chi sè, che si se fatto brutto ?"

Rispuose: "Vedi che non son un che piango".

Dante respinge con scontrosità la domanda del dannato, dicendogli che anche se lo sta vedendo passare di là, lui non è destinato a finire in quelle acque, poi di rimando gli rivolge la domanda, con disprezzo, e chiede chi fosse, e per quale punzione divina si trovasse tutto sporco di quel lurido fango. Filippo Argenti non vuole rivelare il suo nome e genericamente risponde che egli è uno dei tanti dannati che sconta la pena, il termine piango sta ad indicare semplicemente espio la pena.

37E io a lui: "Con piangere e con lutto,

spirito maledetto, ti rimani;

ch'ì ti conosco, ancor sie lordo tutto"

Dante gli rivela di averlo riconosciuto e manifesta la sua felicità nel vederlo tutto sporco in quelle luride acque e ben felice che la sua anima maledetta rimanga a soffrire in quel luogo.

40Allor distese al legno ambo le mani;

per che 'l maestro accorto lo sospinse,

dicendo:"Via costà con li altri cani!".

 

43Lo collo poi con le braccia mi cinse;

basciommi 'l volto e disse:"Alma sdegnosa,

benedetta colei che 'n te s'incinse!

 Improvvisamente, l'anima dannata di Argenti, iroso di natura, si scaglia contro Dante e cerca di trascinarlo con sè nelle acque dello Stige. Prontamente interviene Virgilio che allontana le mani protese del dannato e lo rimanda nelle acque. E' estrema l'antipatia che Dante manifesta verso questo dannato ed è un'antipatia che nasce non solo dalla rivalità politica fra i due, ma soprattutto per il fatto che Filippo Argenti, rappresenta per Dante il prototipo dell'uomo volgare e rozzo, il signorotto che brutale e stupido  vuole sottomettere tutti alla sua volontà, l'estremo opposto di Dante, uomo raffinato, di cultura, tollerante e tutt'altro che violento. Ciononostante non si può dire che Dante sia stato ingiusto nei confronto di Filippo Argenti, infatti pur mettendolo nell'inferno, lo pone nel girone degli iracondi, una pena tutto sommato equilibrata, in sostanza, il poeta non si è fatto condizionare dalla sua personale antipatia nel decretare il giudizio di condanna dell'anima.

Virgilio è soddisfatto del comportamento di Dante. Lo ammira perchè ritiene che anche un uomo onesto e giusto come Dante debba arrabiarsi e reagire quanto è il caso. La sua ammirazione è talmente tanta che gli rivolge le stesse parole nell'elogio che nel Vangelo è rivolto alla Vergine. Beata tua madre (colei che 'n te s'incinse!).

46Quei fu al mondo persona orgogliosa;

bointà non è che sua memoria fregi:

così s'è l'ombra sua qui furiosa.

 

49Quanti si tegnon or là sù gran regi

che qui staranno come porci in brago,

di sè lasciando orribili dispregi!".

Virgilio puntualizza la sua ferma condanna contro gli uomini violenti, che in terra vogliono imporre con la prepotenza la loro forza agli altri. Filippo. Virgilio aggiunge che i prepotenti che in terra si considerano persone importanti  per via degli alti uffici e delle importanti cariche che ricoprono, devono temere il giudizio divino, poichè dopo tale giudizio, essi saranno come porci in brago, cioè avvolti come porci nel fango.

Si evidenzia la differenza che esiste tra l'atteggiamento di Dante nei confronti di Ciacco, nel girone dei golosi e quello che invece assume nei confronti di questi dannati. Per Ciacco e per le anime come lui, Dante prova pietà, mentre invece per queste anime solo disprezzo e rabbia.

52E io:"Maestro, molto sarei vago

di vederlo attuffare in questa broda

prima che noi uscissimo dal lago".

 

55Ed elli a me: Avante che la proda

ti si lasci veder, tu sarai sazio:

di tal disio convien che tu goda".

E così tanta l'ira che Dante prova per Filippo che manifesta tutta la sua volontà nel vederlo soffrire in quelle putride acque, egli infatti dice al maestro: "Maestro, mi piacerebbe molto vedere questo spirito tuffato nella melma prima che usciamo da qui". Virgilio ritiene la richiesta del poeta  oltremisura giusta per cui risponde:"Sarai accontentato prima che tu possa scorgere l'altra riva, perchè è giusto che tu possa godere nel vedere realizzato questo tuo desiderio".

58Dopo ciò poco vid'io quello strazio

far di costui a le fangose genti,

che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.

 

61Tutti gridavano: "A Filippo Argenti!",

e 'l fiorentino spirito bizzaro

in sè medesimo si volvea co' denti

 

64Quivi il lasciammo, che più non ne narro;

ma ne l'orecchie mi percosse un duolo,

per ch'io avante l'occhio intento sbarro.

Si compie in questi versi la più totale e completa vendetta di Dante nei confronti di Filippo Argenti, il quale dopo essere stato ricacciato con forza nelle melmose acque dello Stige, viene aggredito con inaudita ferocia dagli altri iracondi della palude, che come tanti cani lo assalgono staziandone le carni "A Filippo Argenti!" urlano gli iracondi dello Stige. Chiamandolo "Argenti", Dante umilia oltremodo il suo nemico, poichè "Argenti" è un nomignolo dispreggiativo che utilizzavano i nemici del prepotente signorotto fiorentino (in realtà sappiano che il suo vero nome era Filippo Argenti de Cavaccioli, il nomignolo viene usato in maniera dispregiativa da Dante che vuole umiliare il suo nemico in maniera assoluta e totale).

Mentre stanno assistendo alla penosa scena Dante ode un grido che proviene dalla città di Dite, egli apre gli occhi guardando non più verso l'Argenti, ma davanti a sè, per scoprire e cercare di vedere cosa di orrribile e di nuovo si para davanti a sè.

Dante Alighieri è un gran regista, egli sa mescolare gli episodi e sa passare da una scena all'altra in modo meraviglioso. Questo è un caso emblematico. Tutti sono intendi a gustare la giusta punizione di Argenti e Dante stesso ne gode vedendolo aggredito dagli altri dannati, quando improvvisamente con tocco degno di un grande regista, egli fa mutare il quadro della scena, infatti si passa dalla vittoria di Dante sul nemico ad un urlo che proviene da un luogo ancora ignoto che non lascia presagire nulla di buono e di tranquillo. La sua tecnica narrativa, ricorda quei films di avventura sul genere di Indiana Jones, dove lo spettatore non ha un attimo di pausa poichè si passa repentinamente da una situazione pericolosa ad un'altra ancora peggiore.

Ultimo aggiornamento Sabato 16 Maggio 2009 20:00

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