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Una "Fortuna cieca" ...o no ? (versi 67-99)

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Dante ha ben compreso che i dannati, che hanno dedicato tutta la loro vita all'inutile accumulo di beni o hanno sperperato i loro averi, sono adesso biasimati dalla sorte. Virgilio spiegando la condizione di queste anime, aveva detto a Dante:"

...son commessi a la fortuna

per che l'umana gente si rabbuffa.

la gente sulla terra si accapiglia per avere la fortuna. Per Dante il concetto non è chiaro pertanto chiede a Virgilio cos'è che intende per Fortuna.

67"Maestro mio", diss'io, "or mi dì anche:

questa fortuna di che tu mi tocche,

che è, che i ben del mondo ha si tra branche ?".

"Maestro mio" chiede Dante " dimmi che cosa è questa Fortuna a cui tu accenni e che tutti i beni del mondo trattiene tra i suoi artigli rapaci (branche) "

Il tema della Fortuna era molto sentito durante il periodo medievale e Dante ne dà una sua personale interpretazione. Contrapponendosi alle innumerevoli lamentele di poeti che ritengono la fortuna una dea volubile e cieca, che distribuisce in modo casuale  i beni del mondo, Dante ritiene che la Fortuna, sia una manifestazione della Provvidenza divina. La fortuna obbedisce alla volontà di Dio, le sue operazioni così spesso maledette dagli uomini, traducono nella realtà un imprescutabile disegno della volontà divina. L'uomo deve rassegnarsi alla Fortuna, poichè egli altro non fa che tradurre in partica il disegno divino.

70e quelli a me: "O creature sciocche,

quanta ignoranza è quella che v'offende!

Or vò che tu mia sentenza ne 'mbocche.

Virgilio sale in cattedra e spiega dettagliatamente al poeta quello che è la Fortuna. Virgilio, dall'alto del suo sapere dice "mia sentenza ne 'mbocche" cioè voi umani, siete talmente stupidi che adesso ti dirò come stanno le cose alla stessa stregua di come si imboccano i bambini. Qui Virglio non fa bella figura! Daccordo è un grande Poeta, ha composto cose mirabili, ma che proprio lui dia a Dante una lezioncina sui difetti degli uomini, bè mi pare eccessivo, non è che lui sia stato immune dai "difetti degli uomini". D'accordo sul fatto che non è colpa sua l'essere nato prima della venuta di Cristo, ma la sua Eneide e così zeppa di riferimenti mitologici e di divinità varie che un minimo di dubbio, circa l'esistenza di un Dio unico, poteva farselo venire. Virgilio ora spiegherà a Dante cos'è la fortuna, facendola discendere direttamente dalla volontà divina. Ma non lo poteva capire prima ?, Perchè attribuiva tutto quello che capitava agli uomini alla volontà degli dei ? Se la nave di Enea affonda è colpa di Giunone che si rivolge al dio dei venti Eolo, se lo stesso Enea si salva è merito di qualche altro dio e via discorrendo. Ogni cosa è opera di un intervento dei numerosi dei, che come i ministri di un governo dirigono ognuno le varie competenze. Il dubbio che "Fortuna e Sfortuna" fossero legate all'intervento divino non gli passava neanche per l'anticamera del cervello.

 

73Colui lo cui saver tutto trascende

fece li cieli e diè lor chi conduce

si ch'onge parte ad ogne parte splende

 

76distribuendo igualmente la luce.

Similmente a li splendor mondani

ordinò general ministra e duce

 

79che permutasse a tempo li ben vani

di gente in gente e d'uno in altro sangue,

oltre la difension d'ì sensi umani;

 

82per ch'una gente impera e l'altra langue,

seguendo lo giudcio di coste,

che è occulto come in erba l'angue.

Il ragionamento di Virgilio è abbastanza semplice, ma questo non significa che sia altrettanto logico o condivisibile. In sostanza dice Virgilio che Dio, il cui sapere trascende ogni cosa, creò i cieli e assegnò all'intelligenza angelica il compito di muoverli, in modo tale che ciascuna intelligenza angelica facesse di sè ogni cielo materiale, distribuendo così in maniera uniforme la luce divina. Similmente stabilì per la ricchezza del mondo terreno un'intelligenza che l'amministrasse facendogli cambiare collocazione, ossia trasferendo al momento opportuno i beni effimeri di un popolo all'altro e di stirpe in stirpe, al di sopra di qualunque decisione o volontà umana, perciò un popolo comanda e l'altro decade, seguendo il giudizio della Fortuna, che è imprescutabile agli uomini, simile ad un serprente che furtivamente scivola tra l'erba.

Il discorso sulla Fortuna ricorda quello che si fa sugli arbitri a proposito del campionato di calcio. Ogni squadra si lamenta che le decisioni arbitrali sono a loro sfavorevoli, e siccome alla fine tutti si lamentano, significa cha lla fine tutti più o meno hanno subito in ugual misura torti e favori, cioè sfortuna e fortuna si sono equamente divise. Ma è davvero così ? Non penso che una squadra che retrocede per colpa di un rigore inesistente abbia questa opinione. Stessa cosa si può dire per la fortuna. La fortuna gira, un giorno premia un popolo, un'altro giorno un'altro popolo, un giorno una stirpe un'altro giorno un'altra stirpe. Sulla causalità della fortuna si può essere d'accordo, ma non mi si venga a dire che la Fortuna una volta premia un popolo e un'altra volta un'altro popolo: quanto mai un popolo dell'Africa nera è stato premiato dalla fortuna ? Non mi risulta che il Congo, l'Uganda e paesi simili abbia attraversato momenti di grande Fortuna. Può darsi che la Fortuna giri in un modo così lento che ancora non è giunta in questi Paesi, oppure come dire, abbia "saltato" il giro.

85Vostro saver non ha contasto a lei:

questa provvede, giudica, e persegue

suo regno come il loro li altri dèi.

 

88Le sue permutazion non hanno triegue:

necessità la fa esser veloce;

si spesso vien chi vicenda consegue.

"Il suo sapere umano non può contrastarla; lei predispone, giudica e provvede al proprio alto ufficio come le altre intelligenze angeliche attendono al loro. I mutamenti che provoca sono continui, ed è veloce per assecondare il volere divino, perciò avviene spesso che, a turno, ad ognuno tocchi di mutare stato.

 

91Quest'è colei ch'è tanto posta in croce

pur da color che le dovrien dar lode,

dandole biasmo a torto e mala voce;

 

94ma ella s'è beata e ciò non ode:

con l'altre prime creature lieta

volve sua spera e beata si gode.

 

97Or discendiamo omai a maggior pietà;

già ogne stella cade che saliva

quand'io mi mossi, e 'l troppo star si vieta".

"Questa Fortuna è la stessa che tanto è maledetta anche da color che dovrebbero lodarla, e che invece la biasimano e le danno a torto cattiva fama. Ma lei è una creatura beata, e non dà ascolto a queste imprecazioni, paga di sè, regge il corso della propria sfera insieme alle altre intelligenze angeliche all'inizio della creazione."

E qui termina la lunga disquisizione di Virgilio sulla Fortuna. Il suo discorso non  convince troppo. A suo dire la Fortuna è una "cosa" equilibrata e giusta. una volta dà ad uno, una volta dà ad un'altro, quindi nessuna ingiustizia: della serie la Fortuna non è affatto cieca, ma ci vede benissimo e sa quel che fa...o no? (Chiedere ai popoli dell'Africa!).

Sono ormai trascorsi dodici ore, dal momento in cui Virgilio è venuto  a soccorere Dante. E' circa la mezzanotte. Le stelle che erano prime salite dall'oriente, passata la mezzanotte, discendono dal loro meridiano, verso occidente. Il cammino dantesco è iniziato nella selva la notte del giovedì santo; è passato il venerdì, il primo giorno intero dell'avventuroso viaggio. Siamo ora al sabato santo.

Virgilio dice a Dante:" Ora scendiamo in un luogo dove il tormento delle anime è maggiore. Non ci è concesso indugiare troppo in un luogo,perchè la via è lunga".

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 02 Marzo 2009 18:01

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