Vedi anche

Vedi anche

Informatica

Utenti online

No

Lo Stige: il fiume degli iracondi (versi 100-130)

  • PDF

 

 I due poeti avanzano lungo il girone infernale custodito da Pluto e giungono sulle sponde di un fiume di nome Stige. Il fiume è simile ad una nera palude, e nelle sue acque si agitano le anime degli iracondi, coloro che in vita vissero nel rancore e nella rabbia. Sul fondo delle luride acque vi sono altre anime, anch'essi sono stati irosi, ma di un'ira più controllata, meno espressa. Vano è il loro tentativo di parlare, e dalla loro gola escono dei suoni che determinano un gorgoglio lungo le acque dello Stige.

 

100Noi ricidemmo il cerchio a l'altra riva

sovr' una fonte che bolle e riversa

per un fossato che da lei deriva.

 

103L'acqua era buia assai più che persa,

e noi, in compagnia de l'onde bige,

intrammo giù per una via diversa.

 

106In la palude va c'ha nome Stige

questo tristo ruscel, quand'è disceso

al piè de le maligne piagge grige.

I due poeti attraversano il cerchio del terzo girone infernale, fino a giungere al margine opposto vicino a una sorgente che riversa le sue acque per un fossato, scavato dalle stesse acque. Quest'acqua è di un colore scuro più che nero e i due poeti seguono il corso di quest'onde grigiastre ed entrano in una palude che ha il nome di Stige, ricettacolo di peccati e di dolori.

A questo punto occorre fare una precisazione sui fiumi infernali. Dopo la vittoria degli dei sui Titani, tre padroni si divisero l'universo: Zeus otteneva il cielo, Poseidone il mare e Ade il mondo sotterraneo, gli inferi o Tartaro, dove regnava sui morti. Ade è un padrone terribile ed impietoso, e nessuno dei suoi sudditi può ritornare tra i viventi. Detestato dagli dei e temuto dagli uomini, e assistito da demoni. Il suo nome, che significa "l'invisibile", non si può pronunciare, poichè si teme di scatenare la sua collera. Così lo si designa per eufemismi, il più ricorrente dei quali è Plutone (Il "Ricco"), allusione alla ricchezza inesauribile della terra.

Il nome di Ade designava genericamente l'oltretomba, come presso i Romani, Averno stava per "regno dei morti".

I fiumi dell'inferno sono quattro: Acheronte, Cocito, Flegetonte e Stige. Questi fiumi sono stati generati dal dio Oceano.

Lo Stige in Omero e in Esiodo è il fiume dell'oltretomba per eccellenza ed appare come "acqua di Stige", quest'ultima considerata una dea infernale; la sua acqua era considerata magica e proprio in questo fiume la Nereide Teti avrebbe immerso il figlio Achille per renderlo invunerabile; e sull'acqua dello Stige giuravano gli dei, che subivano castighi terribili se non rispettavano il giuramento. Nell'Odissea lo Stige è più chiaramente definito come fiume, nella tradizione posteriore, la figura della divinità tende a scomparire e prevale un'antichissima tradizione che fa derivare dallo Stige fiumi terrestri, o addirittura l'identifica in corsi d'acqua o paludi, presso le quali sarebbe stato l'ingresso dell'oltretomba.

109E io, che di mirare stava intenso,

vidi genti fangose in quel pantano,

ignude tutte, con sembianti offeso.

 

112Queste si percotean non pur con mano,

ma con la testa e col petto e coi piedi,

troncandosi cò denti a brano a brano.

Terribile immagine è quella che Dante osserva. Già solo la vista del fiume Stige fa venire i brividi, egli nota dentro questa melma dei dannati. Sono anime immerse nel pantano fangoso dello Stige. Hanno un aspetto iroso  e queste anime proseguono a fare nell'inferno quello che avevano già fatto durante la loro vita terrena. "Lasciandosi vincere dall'ira percossero moralmente e fisicamente il prossimo: ora subiscono tra di loro una piu grossa inguria, nella vendetta che in eterno li spinge al vicendevole dilaceramento del corpo, nella tragica maniera che li assimila ai bruti."

 115Lo buon maestro disse:"Figlio, or vedi

l'anime di color cui vinse l'ira

e anche vò che tu per certo credi

 

118che sotto l'acqua è gente che sospira,

e fanno pullular quest'acqua al summo,

come l'occhio ti dice, ù che s'aggira.

 

121Fitti nel limo dicon."Tristi fummo

ne l'aere dolce che dal sol s'allegra,

portando dentro accidioso fummo

 

124or ci attristiam ne la belletta negra".

 Quest'inno si gorgoglian ne la strozza,

che dir nol posson con parola integra".

Le anime che nuotano o meglio affogano nella melma dello Stige sono gli iracondi. Distinti da costoro, perchè sono interamente sommersi nello stagno e la loro presenza è indicata soltanto dal pullulare dell'acqua alla superficie, stanno altri peccatori, dei quali Dante definisce la colpa con termini non facili a spiegarsi, essi furono "tristi" nel mondo, in quanto covarono in cuore "accidioso fummo".

L'interpretazione più ovvia e che si tratti degli accidiosi, ma non è del tutto chiaro perchè Dante li collochi qui, insieme con gli irosi, non essendovi tra i due peccati una precisa relazione, neppure di contrasto. Perciò si è pensato che gli "accidiosi fummo " significhi qui "l'ira lenta", il difetto covato a lungo nel cuore, che si contrappone alla collera che irrompe in uno sfogo immediato e violento. Si è fatto ricorso ad una dottrina di Aristotele ripresa da San Tommaso, per cui gli irosi si distinguono appunto in acuti, che prontamente si accendono e amari che reprimono ogni sfogo esteriore e alimentano nell'animo un cruccio non placato e che non trovano pace finchè non siano riusciti a vendicarsi sui loro nemici.

Virgilio spiega a Dante che nelle acque dello Stige vi sono gli irosi, ma sotto la superficie dell'acqua vi sono altre anime, la cui presenza è denucniata dalle bolle che affiorano in superficie. Confitti nel fango, queste anime rimpiangono la vita terrena, dove essi furono avvolti dal rancore, dall'ira inespressa. Questo ricordo del mondo precedente di dolcezza e di luce, gorgoglia nella gola ed essi non possono pronunciare neanche una parola intera.

 

127Così girammo de la lorda pozza

grand'arco, tra la ripa secca e 'l mèzzo,

con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.

 

130Venimmo al piè d'una torre al da sezzo.

 

I due poeti girano lungo il cerchio, avanzando tra la ripa asciutta e la molle palude, con lo sguardo rivolto verso i peccatori condannati nella melma, giungendo alla fine (al da sezzo) ai piedi di una torre. La torre serve per segnalare a Flegias e ai demoni il sopraggiungere di nuove anime, destinate alla città di Dite.

 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 02 Marzo 2009 18:01

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna