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Canto VII

Il VII canto è dedicato agli avari ed ai prodighi che si macchiarono in vita di peccati opposti. I primi attaccati in modo morboso ai beni terreni, i secondi scialacquatori e privi di ogni parsimonia. Il demone Pluto, con le sue oscure e minacciose parole (“Pape Sàtan, pape Sàtan aleppe!”)è il custode di questo cerchio infernale. Gli avari ed i prodighi sono condannati a far rotolare dei massi enormi e cozzando gli uni contro gli altri si scambiano ingiurie rimproverandosi vicendevolmente i loro peccati. Avanzando lungo il cerchio infernale, Dante chiede a Virgilio perchè la Fortuna è distribuita in maniera non equa sulla terra. Virgilio spiega al poeta fiorentino che la Fortuna che gli uomini tanto criticano, è un’intelligenza divina, e come tale va accettata e rispettata. Dante e Virgilio giungono alle rive di una fiume, lo Stige, con la sua acqua nera e melmosa. Calati in queste luride acque, le anime degli iracondi si azzuffano tra di loro, perpetuando anche nell’oltretomba la loro ira e il loro rancore. Immersi nel più profondo delle acque, vi sono un gruppo di peccatori difficile da definire, probabilmente Dante li identifica con quegli iracondi che non manifestarono la loro ira in modo eclatante, ma covarono rancore e odio verso il prossimo. Rimpiangendo la vita passata, queste anime, immerse  nelle acque dello Stige, non riescono a parlare, e nel tentativo di esprimersi determinano un gorgoglio delle acque a testimonianza della loro tremenda pena.

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1 Parafrasi 457
2 Lo Stige: il fiume degli iracondi (versi 100-130) 2085
3 Una "Fortuna cieca" ...o no ? (versi 67-99) 532
4 Il girone degli avari e dei prodighi (versi 19-66) 659
5 L'esorcista (Versi 1-18) 801