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NoSemiramide, Didone e le altre anime lussuriose (versi 52-72)
- Domenica 21 Dicembre 2008
- Sezione:
- Categoria: Canto V
52“La prima di color di cui novelle
tu vuò saper” mi disse quelli allotta,
“fu l’imperatrice di molte favelle
Semiramide è una di quelle figure che sconfinano tra la mitologia e la storia. Per molti è una figura leggendaria, per altri invece sarebbe da identificare in una regina Babilonese. Dante la pone a capo della schiera dei lussuriosi. Essendo la capolista di questa schiera è evidente che questa signora ne avrà combinato di cotte e di crude. Se solo la metà di quello che si dice su di lei fosse vera, allora la sua condanna sarebbe più che meritata. Pare che la viziosa ,dopo la morte del marito, il re Nino, si dedicasse al rapporto incestuoso con il proprio figlio. Donna ardente di libidine, assetata di sesso e di sangue , viveva tra stupri ed omicidi. Ma la cosa più grave è che dopo aver avuto rapporti sessuali con il figlio, dichiarò che la cosa era perfettamente normale, al punto che per giustificare la sua concupiscenza fece una legge in cui affermava che i rapporti incestuosi tra madre i figlio erano più che normali. Insomma per Semiramide se c’era da soddisfare il proprio piacere sessuale tutto era concesso. Ma sarà tutto vero quello che si dice su di lei? Christine de Pizan nel libro la città delle donne, nel secolo XV, ne traccia un ritratto tutt’altro che negativo, anzi esalta la regina dichiarando che alla morte del marito, re Nino, non solo rispettò le sue volontà ma realizzò tante di quelle opere da far impallidire molti uomini e re. Semeramide secondo la scrittrice suddetta era una gran brava persona. Quale sarà la verità? Christine de Pizan era una donna molto virile, di quelle che oggi si sarebbero definite “femministe”, e sicuramente non gli andava a genio la figura della donna che tenta l’uomo e che ha rapporti incestuosi con il figlio. Dante però c’è la descrive in tutt’altra maniera. Con tutto il rispetto per la scrittrice, fautrice della bontà di Semiramide, Dante è Dante e noi crediamo a quello che ci dice, per cui accettiamo la versione di Semiramide libidinosa-incestuosa-lussurisosa, nonché assassina e stupratrice.
55A vizio di lussuria fu sì rotta
Che libito fè licito in sua legge
Per tòrre il biasimo in che era condotta.
I versi suddetti affermano che Semeramide era così lussuriosa che dichiarò lecito, permesso dalle leggi, ciò che a ciascuno piacesse, per legittimare il suo amore incestuoso per il figlio(per torrè = per cancellare il biasimo in cui era incorsa.)
58Ell’è Semiramis, di cui si legge
Che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ‘l Soldan corregge.
“Ella è Semeramide, che succedete sul trono al re Nino del quale fu la sposa e che ora regge il sultano.” Il saldano era, ai tempi di Dante, il sovrano dell’Egitto, che estendeva la sua potenza anche su una parte dell’Asia Occidentale, ma non certo su tutte le regioni che appartenevano all’impero di Semiramide. E’ possibile che terra sia da intendere nel senso di “città” e che Dante confondesse, come spesso avveniva negli scrittori del suo tempo, fra la Babilonia mesopotamica, capitale del regno Assiro, e quella Egiziana, che sorgeva dove ora è il Cairo.
Il secondo personaggio che Dante nota è Didone. Dico subito che a mio giudizio Dante nel collocare le anime in questo girone, “mischia un po’ le carte” ed accomuna su uno stesso piano lussuriosi conclamati come Semeremide e donne sulle quali ci sarebbe molto da discutere sul peccato che il poeta gli attribuisce. Su Seramide, se tutto quello che Dante dice di lei è vero, merita ampiamente la punizione toccategli, anzi , se le cava anche bene, poteva andargli molto peggio. Per quanto riguarda invece Didone ci sarebbe da ridire. Didone è la moglie di Sicheo, regina e fondatrice di Cartagine. La regina aveva promesso al marito che anche in caso di vedovanza gli sarebbe rimasta fedele. Purtroppo Didone si innamora di Enea, e viene meno al giuramento fatto al marito. L’eroe troiano l’abbandona e lei dal dolore si uccide. Indubbiamente Didone è da punire: pagana, suicida e adultera. Ma adultera nei confronti di chi? Nei confronti di un marito morto. Certo gli si può addebitare la colpa di non aver tenuto fede alla promessa, ma santo cielo, quante persone giurano fedeltà in eterno al proprio coniuge al momento della morte, e poi non mantengono la promessa. Francamente non mi sembra un gran tradimento. Sarebbe stato diverso se avesse tradito Sicheo da vivo, ma Sicheo era morto. Vogliamo poi dire a sua discolpa che Enea non era uno qualunque ? Enea era un gran bel giovane, figlio di una dea, di Venere, con una madre del genere, dea della bellezza, il giovanotto doveva essere molto avvenente e non gli sarà stato difficile conquistare il cuore di una donna. Enea non era solo bello, era anche un eroe, un uomo senza peccato e senza ma cchia, non credo proprio che molte donne avrebbero resistito al suo fascino. Alla luce di tutte queste attenuanti la punizione assegnata a Didone appare esagerata. Si sarebbe meritata come minimo il Limbo.
61L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussuriosa.
Cleopatra, la regina d’Egitto, amica di Cesare e poi di Antonio, suicida per non cadere prigioniera di Ottaviano. Qui è citata accanto a Semiramide, come esempio di tradizionale lussuria.
Su Cleopatra Dante impiega un solo termine “Cleopatra lussuriosa”. Per dire quello che ha fatto Cleopatra nella sua vita, non basterebbero interi volumi. Ella fu spregiudicata, avvenente, passionale, dominatrice, incontrastata regina dell’Egitto per oltre vent’anni. Amante di Cesare e di Antonio, gli uomini più importanti di Roma. Come Didone anche lei si suicida (cosi pare, ma non è sicuro), si fa mordere da un aspide per non essere sottopossa all’umiliazione che Ottaviano gli aveva riservato dopo aver sconfitto il suo amato Antonio nella battaglia di Azio.
Segue un elenco di anime lussuriose, tra cui figura Elena, figlia di Zeus e di Leda, sposa di Menelao re di Sparta, divenuta amante di Paride (figlio di Priamo) e fuggito con lui a Troia. Il mito classico la presenta come maggiore responsabile della decennale guerra mossa dai Greci contro Troia. Dante, le si attribuisce la colpa degli infiniti lutti provocati da quell'annoso conflitto che fu la guerra di Troia.
Achille di cui si narrava nelle redazioni medievali della leggenda troiana, che si fosse innamorata follemente di Polissena, figlia di Priamo, e per questo amore si lasciasse trarre in agguato, dove fu ucciso a tradimento.
Paride, il rapitore di Elena. Tristano, il celebre personaggio del ciclo arturiano, che, innamoratosi di Isotta, moglie di suo zio Marco, re di Cornovaglia, fu ucciso da quest’ultimo. Virgilio menziona oltre mille anime, che l’amore condusse a morte.Infatti oltre a Cleopatra e Didone che si uccisero, Achille e Tristano uccisi a tradimento rispettivamente da Paride e da re Marco, pare che anche Semiramide fosse stata uccisa dal figlio di cui s’era innamorata. Di Elena narra una leggenda che morisse per mano di una donna greca, che volle vendicare così il marito caduto nella guerra troiana, e Paride fu spento da Filottete.
64Elena vedi, per cui tanto reo
Tempo si volse, e vedi ‘l grande Achille
Che con amore al fine combattèo.
67Vedi Paris, Tristano”; e più di mille
Ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.
70Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito
nomar le donne antiche è cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
Quando Virgilio ebbe finito di fare quel lungo elenco, Dante viene preso da pietà per quelle anime. La pietà di Dante non è da intendere nel senso di compassione, simpatia, bensì nel senso di turbamento, che nasce dalla considerazione della terribile conseguenza del peccato. E s’intende che, trattandosi qui di una colpa che ha la sua prima origine in un sentimento naturalissimo ed esaltato per giunta da una lunga tradizione poetica, e trovandosi tra questi peccatori, molti personaggi celebrati dalla poesia e aureolati dalla leggenda, il turbamento implica anche una sfumatura di sofferenza e di segreta tormentosa inquietudine, che non importa comunque mai da parte di Dante un atteggiamento di adesione e di compartecipazione e non attenua in nessun modo la decisa condanna morale. Su quel “quasi smarrita”ossia alienato dalla ragiona, vediamo quello che dice uno dei grandi commentatori della Divina Commedia, Francesco da Buti: “e dice quasi perché non del tutto …Benchè si dolesse della dannazione di coloro, non si dolse che non volessi che fossono dannati, m dolsesi che avrebbe voluto che non avessero peccato”.
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