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NoParafrasi
- Domenica 21 Dicembre 2008
- Sezione:
- Categoria: Canto V
Così discesi dal primo cerchio
Giù nel secondo, che racchiude meno spazio,
ma tanto più dolore di spingere a gridare.
Qui sta Minasse, in posa orribile e ringhia,
esamina le colpe all’ingresso,
giudica e invia a seconda di come avvinghia.
Intendo dire che quando l’anima mal nata
Gli appare davanti,
si confessa completamente,
e quel conoscitore dei peccati
valuta quale luogo dell’inferno gli spetta;
l’avvolge con la sua coda tante volte
quanti gironi vuole che sia precipitata.
Davanti a lui ce ne sono sempre molte:
vanno ad una ad una al giudizio,
parlano, ascoltano e sono spedite nell’abisso.
“O ti che vieni in questo luogo doloroso”,
mi disse Minasse quando mi vide,
sospendendo il suo così solenne incarico,
“attento a come entri e di chi ti fidi,
non t’inganni l’ampiezza dell’ingresso !”
E la mia guida gli disse:”Perché gridi ?
Non impedire il suo viaggio voluto dal cielo,
così si volle lassù dove ogni volontà
è potere, e non chiedere altro.”
Ora incominciano le voci di dolore
A farsi sentire, ora sono giunto
La dove mi colpisce un grande pianto.
Io arrivai in un luogo privo di luce,
che mugghia come fa il mare in tempesta,
quando è abbattuto da venti contrari.
La bufera infernale, che non ha più posa,
dimena gli spiriti con il suo turbine;
li molesta roteandoli e percuotendoli.
Quando passano davanti alla frana,
sono urla, pianti, lamenti,
bestemmiano la virtù divina.
Dal tipo di comportamento compresi
Che erano i peccatori carnali,
che sottomettono la ragione alla passione.
E come gli stornelli sono portati dalle ali
Nella stagione fredda,
a stormi larghi e pieni,
così quel vento dimena gli spiriti malvagi
di qua. Di là, di su, di giù,
né mai li conforta alcuna speranza
non dico di fermarsi,
ma di avere una pena più lieve.
E come le gru, che volando emettono lamenti,
si dispongono nell’aria, in una lunga fila,
così io vidi venire, lamentandosi,
le anime portate dalla tormenta.
Perciò chiesi:”Maestro,
chi sono quelle genti
che l’aria nera castiga così duramente ?”
“La prima di cui vuoi avere notizie
Mi disse lui allora
“fu imperatrice di molte nazioni.
Fu così rotta al vizio della lussuria,
che rese la libidine lecita per legge,
per eliminare il biasimo in cui era finita.
E’ Semiramide di cui si legge
Che succedette a Nino e fu sua sposa,
governò la terra
che oggi è dominata dal Sultano.
L’altra è Didone,
che si uccise perché innamorata,
e tradì la promessa al defunto Sicheo,
poi viene la lussuriosa Cleopatra.
Vedi Elena,
per la quale con lungo periodo infelice
perdurò, e vedi il grande Achille,
che alla fine combattè con amore.
Vedi Paride e Tristano.”
E più di mille anime mi nominò
E mostrò a dito,
spiriti che l’amore separò dalla nostra vita.
Dopo che ebbi ascoltato il mio maestro
Nominare donne e cavalieri antichi,
mi colse pietà, e quasi svenimento.
Dissi :”Poeta, volentieri
Parlerei con quei due che vanno insieme,
e sembrano essere così leggeri nel vento”.
E lui a me:”Vedrai quando saranno
Più vicini a noi, e allora pregali
Per quell’amore che li conduce,
e loro verranno.”
Non appena il vento li diresse verso di noi,
alzai la voce:”O anime affannate,
venite a parlarci, se nessuno lo vieta !”.
Come colombe chiamate dall’istinto
Con le ali alzate e ferme, verso il dolce nido
Giungono volando, portate dal loro volare,
così uscirono dalla schiera
dove si trova Didone,
venendo verso di noi
attraverso l’aria maligna
tanto fu forte il mio richiamo affettuoso.
“O uomo cortese e benevolo
Che vai visitando, nell’aria oscura,
noi che macchiammo il mondo
col nostro sangue,
se ci fosse amico il re dell’universo,
noi lo pregheremmo per la tua pace,
perché ti commuovi del nostro male perverso.
Di ciò che a voi piace parlare e ascoltare,
noi udiremo e parleremo con voi,
finchè il vento, come ora sta facendo,
qui resta quieto.
La terra dove nacqui si trova
Sulla riva dove scende il Po
Con i suoi affluenti, per avere pace.
L’amore, che il cuore gentile subito infiamma,
invaghì quest’uomo per il mio bel corpo
che mi fu tolto, e il modo ancora mi offende.
Amore, che non consente a chi è amato
Di non ricambiare
Mi travolse al punto per la sua bellezza,
che ancora, come vedi, non mi abbandona.
L’amore ci condusse insieme alla stessa morte.
La Caina
Attende colui che spense le nostre vite.”
Queste parole ci furono rivolte.
Al sentire quelle anime addolorate
Chinai il viso, e tanto lo tenni abbassato,
che il poeta mi disse:”A cosa pensi ?”.
Quando fui in grado di rispondere dissi:
“Ahimè, quanti dolci pensieri,
quanta passione
portò costoro al doloroso passo !”.
Poi mi rivolsi a loro e parlai,
dicendo:”Francesca, le tue pene
mi strappano lacrime di tristezza e di pietà.
Ma dimmi, al tempo dei vostri dolci sospiri,
in che modo l’amore si manifestò
così che riconoscesti i vostri sentimenti ?”
E lei a me:”Nessun dolore è più grande
Del ricordarsi del tempo felice
Nel momento del dolore,
e ciò lo sa bene la tua guida.
Ma se desideri così tanto conoscere l’inizio
Del nostro amore,
te lo dirò, seppure parlando tra le lacrime.
Un giorno noi leggevamo per diletto
Di come si innamorò Lancillotto,
eravamo soli
e senza alcun sospetto del pericolo.
Più volte quella lettura
Ci fece incrociare gli sguardi
E impallidire;
ma un solo punto ci vinse.
Quando leggemmo il sorriso tanto desiderato
Essere baciato da un così famoso amante,
costui, che mai sarà separato da me,
mi baciò la bocca tutto tremante.
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno non proseguimmo oltre la lettura”.
Mentre uno spirito diceva questo,
l’altro piangeva, al punto che per la pietà
io venni meno come se morissi,
e caddi come cade un corpo morto.
| Galeotto fu il libro e chi lo scrisse (versi 115-142) → |
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