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NoGaleotto fu il libro e chi lo scrisse (versi 115-142)
- Domenica 21 Dicembre 2008
- Sezione:
- Categoria: Canto V
115Poi mi rivolsi a loro e parlà io,
e cominciai :”Francesca, i tuoi martiri
a lagrimar mi fanno triste e pio,
“Ma dimmi” prosegue Dante, “in quella prima fase del vostro sentimento amoroso, quando ancora esso non si era espresso del tutto, ma si era manifestato soltanto con sospiri, in quali circostanze Amore vi ha permesso di riconoscere nell’altro gli stessi sentimenti riguardo ai quali, finchè non sono manifestati apertamente, si resta sempre in dubbio ?”.
118ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disir ?”
Francesca :” non ci può essere un dolore più grande che riportare alla memoria episodi di tempi felici, quando sei in una condizione di infelicità, e questo lo sa bene il tuo maestro”.
Virgilio rappresenta la conferma di quanto sia triste ricordare di essere stato un tempo felice, quando si è nella sventura, sia perchè Virgilio è relegato nel Limbo, sia perché nell’Eneide, avendo raccontato i casi di Didone e di Enea, conosce l’intero dramma dell’amore e del dolore.
121E quella a me :”Nessun maggiore dolore
Che ricordarsi del tempo felice
Ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore
“Ma se davvero desideri così tanto conoscere l’origine del nostro amore , allora te ne parlerò, pur mescolando alla parole le lacrime”.
124Ma s’a conoscer la prima radice
Del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
“Stavamo leggendo un giorno, per piacevole passatempo, la storia di Lancillotto del Lago, vinto da un amore illecito per la moglie di re Artù: eravamo soli e senza nessun presentimento di quello che sarebbe successo.”
127Noi aleggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse:
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Nel ciclo arturiano, Lancillotto del Lago è uno dei cavalieri della tavola rotonda. Nella maggior parte delle romanze francesi Lancillotto viene presentato come il più valoroso e fidato dei cavalieri al servizio di re Artù. L’illecito e tragico amore tra Lancillotto e Ginevra (regina e moglie di re Artù), fu uno dei simboli dell’amor cortese medievale.
“Leggevano, un giorno, ella e Paolo, un qualsiasi giorno, non fissato né atteso, per diletto, con nessun altro proposito se non di passare il tempo lietamente: erano soli e sanza alcun sospetto d’esser sorpresi che al bisogno le rendesse più cauti e guardinghi. Leggevano di Lancillotto come Amor lo strinse. Ogni insistenza di Ginevra perché il cavaliere le rivelasse il suo amore era un incentivo a frugare nel fondo del loro cuore” (M. Barbi, Studi danteschi, XVI, 1932, pp.33-34).
Ecco cosa dice Francesca:”: Più volte la lettura di quel testo ci spinse a guardarci negli occhi e ci fece impallidire. Ma solo un punto del racconto vinse in noi ogni resistenza, quando leggemmo che la bocca bramata di Ginevra veniva baciata da un amante così valoroso”. “Costui,” prosegue Francesca rivolgendosi a Paolo,” che per l’eternità, non sarà mai diviso da me, mi baciò la bocca tutto tremante”
130Per più fiate li occhi ci sospinse
Quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse
133quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
"quel libro e il suo autore fece da tramite per il nostro amore, esattamente come Galehat nella storia di Ginevra e Lancillotto: da quel giorno non procedemmo più oltre nella lettura”. Mentre lo spirito di Francesca parlava così, quello di Paolo piangeva in modo tale che Dante, per l’angosciosa commozione, perde i sensi e cade come può cadere un corpo morto
136 la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”.
139Mentre che l’un spirto questo disse,
L’altro piangea, sì che di pietade
Io venni men così com’io morisse;
142e caddi come corpo morto cade.
C’è da aggiungere altro sulla grandezza assoluta di questi versi? Intimoriscono chiunque vi si accosti tanta è l’assoluta bellezza e perfezione. Ogni parola, ogni frase,è al posto giusto e nel punto giusto. Più si legge il racconto di Francesca e più si sprofonda con l’animo verso la delicatezza, la dolcezza, la passione e la sofferenza di questa anima dannata per sempre. Prima di chiudere il V canto merita un cenno a parte la figura di Paolo, che nel dialogo tra Dante e Francesca, tace. Le note che seguono sono tratte dalla”Divina Commedia” pubblicata da De Agostini:”Paolo non è mai intervenuto con la sua parola, è apparso nella rievocazione della colpa “tutto tremante”; la sua parola qui è il pianto, che chiude l’episodio. Paolo Malatesta fu Capitano del Popolo in Firenze dal 1287 al 1283, forse Dante giovinetto lo vide. Gli elementi realistici del quadro, l’aspetto avventuroso di certi particolari, la vibrazione intima e il dispiegarsi dell’episodio in immagini limpide e immediate, l’orgoglio della passione circonfusa da un sentimento di nobiltà, la celebrazione teorica dell’amore e le deduzioni logiche ad esso connesse, costituiscono, nel clima di una tradizione cavalleresca e religiosa che accetta i modi poetici e le forme della cortesia castellana, la somma dei problemi critici per l’interpretazione del canto. Non c’è solo nell’episodio una mesta contemplazione dei fatti accaduti, ma il bisogno di assurgere ad una legge più universale, che spieghi come possano coesistere nell’uomo gli impulsi e la violenza delle passioni con la responsabilità degli atti umani e il libero arbitrio. Da un dato storico, rivissuto liricamente, un una delle forme che più colpiscono la fantasia ed hanno reso il canto meritatamente famoso e memorabile nella Commedia, il poeta assurge a considerazioni di ordine filosofiche, alla valutazione psicologica di ogni gesto dei suoi personaggi, sino al grandioso tema della giustizia divina, che si adempie, e non può essere altrimenti, dopo che l’umana vendetta si è abbattuta, senza scampo, sui protagonisti uccisi nel giorno della loro colpa. La compassione di dante è in ragione di questo tempestoso avvicendarsi di contrasti, per la drammaticità potente insita nella caducità della bellezza, nell fragilità della donna, nel pianto senza fine dell’uomo. Domina in Francesca tanto la cortesia, che la rende sensibile all’invito e alla rievocazione degli anni felici, quanto il tremore e il ritegno di discendere, più oltre, nella storia della sua passione; ella non si giudica, ma nell’ira vendicativa insorge contro Gianciotto e l’accusa di tradimento, anche se era lei a tradire; ma nel disperato appello all’amore l’azione del marito le appare, come essa è, di una malvagità estrema, poiché lui, colpendola a morte nel peccato, violava la legge morale della vita, il quinto comandamento “Non ucciderai”, e le toglieva, per sempre, ogni possibilità di riscatto. Paolo e Francesca, tra l’amore e la colpa, quasi facendo eco alla poesia d’amore bretone provenzale, esprimono il dramma dello scontro tra la coscienza morale e l’impeto della passione. Ma l’analogia più sicura per intendere l’episodio dantesco rimarrà sempre nella figura virgiliana di Didone. “ciò sa ‘l tuo dottore”, dice Francesca al poeta, mentre nel racconto di Didone vede prefigurato il suo smarrimento e la sua fine. Per questo Virgilio, dopo aver chiesto a Dante:”Che pense?”, non risponde alle parole di lui, ma si chiude in silenzio e tace per tutto l’episodio.
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