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NoLe tre Furie: il rimorso, la vendetta, la colpa (versi 1-60)
- Sabato 04 Luglio 2009
- Sezione:
- Categoria: Canto IX
{mosgoogle}Inzia il secondo tempo del "trhiller" che vede come protagonisti Dante, Virgilio ed i terribili demoni che non vogliono lasciare entrare i due poeti nella città di Dite.
Ricapitoliamo brevemente la vicenda. I due poeti arrivano sotto le mura della città di Dite, qui si oppongono ad ostacolare il loro cammino, i demoni, che irretiti dalla presenza di un uomo vivo, non concedono il permesso ad entrare dentro l'infernale città. Virgilio discute con loro, Dante tremebondo, teme di essere abbandonato dalla sua guida. I diavoli lo hanno minacciato che dovrà ritornare da solo sui suoi passi. Virgilio è affranto. Per la prima volta, da quanto è iniziata la discesa negli inferi, incontra un ostacolo superiore alle sue forze. Tuttavia la sua fiducia non barcolla. Egli sa che in suo aiuto sta per giungere il messo celeste. Già altre volte l'angelo inviato da Dio ha dato una lezione agli arroganti demoni.
Virgilio ritorna mesto dal fallito incontro con i demoni, che sono determinati a non concedere il permesso di varcare le soglie della città dolente. Dante è pallido, ha paura. Virgilio che si rende conto dello stato d'animo del suo discepolo, cerca di apparire tranquillo, non vuole suscitare ulteriore ansia in lui. La rabbia e la vivacità dello scontro avuto con i demoni hanno acceso di rossore il suo volto.
Virgilio cerca di scrutare lontano, è in ansia poichè non vede arrivare il messo celeste. Poichè l'occhio non riesce a scorgere lontano, Virgilio si serve dell'udito. L'aria infenale è intrisa di nebbia che non consente di vedere lontano, solo ascoltando intensamente si potrà udirel'arrivo dell'angelo inviato da Dio
1Quel color che viltà di fuor mi pinse
Veggendo il duca mio tornare in volta,
più tosto dentro il suo novo restrinse.
4Attento si fermò com’uomo ch’ascolta;
chè l’occhio nol potea menar a lunga
per l’aere nero e per la nebbia folta.
Virgilio cerca di smorzare l'ansia di Dante e dice: "Eppure vinceremo questa battaglia !" poi proseguendo aggiunge "A meno che...". La frase rimane sospesa, le sue parole sono mozze, l'ansia dell'attesa si accompagna alla paura che il messo celeste possa non venire o possa ritardare la sua venuta. Poi pensa a Beatrice, a colei che scese dal cielo a chiedere il suo aiuto. Sono così potenti le potenze divine che hanno inviato Beatrice a chiedere il soccorso di Virgilio, per questo viaggio all'inferno con Dante, che è impossibile ed impensabile che nessuno accorra in loro aiuto. Dante è spaventato, si è accorto che Virgilio è in difficoltà, che cerca di nascondere il suo disagio, la sua paura. La frase che aveva iniziato è stata troncata, è stata sostituita da parole di tono ben diverso. L'aver lasciato un discorso tronco, da parte di Virgilio, genera in Dante una paura maggiore rispetto a quello che lo stesso Virgilio avrebbe voluto dire se avesse concluso il suo ragionamento. Cosa vuole dire Virgilio?Perchè ha interrotto il suo discorso?Quali terribili parole stava per pronunciare?
7“Pur a noi converrà vincer la punga”,
cominciò el, “se non… Tal ne s’offerse.
Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!”.
10I vidi ben sì com’ei ricoperse
Lo cominciar con l’altro che poi venne,
che fur parole a le prime diverse;
13ma nondimen paura il suo dir dienne,
perch’io traeva la parola tronca
forse a peggior sentenzia che non tenne.
Dante vuole essere tranquillizato e chiede a Virgilio se mai, qualcuno dal limbo fosse sceso nell'inferno sino alle porte di Dite. Virgilio risponde che una cosa del genere è successo raramente. In realtà Dante non ha avuto il coraggio di chiedere direttamente a Virgilio se lui fosse mai sceso sino alle porte di Dite. Virgilio aggiunge che in realtà questo è accaduto per opera di Eritone, una maga della Tessaglia che fece tornare in vita un soldato morto e lo levò dall'inferno, per predire l'esito della battaglia di Farsalo a Sesto, il figlio di Pompeo.
16 “In questo fondo de la triste conca
discende mai alcun del primo grado,
che sol per pena ha la speranza cionca?”
19Questa question fec’ io; e quei “Di rado
Incontra”, mi rispose, “che di noi
Faccia il cammino alcuno per qual io vado.
22Ver è ch’altra fiata qua giù fui,
congiurato da quella Eritòn cruda
che richiamava l’ombre à corpi sui.
Virgilio scese nell'inferno, grazie all'opera di Eritone. L'immaginario viaggio di Virgilio inizia appena dopo la morte del poeta, il quale, grazie alle arti magiche di Eritone riesce ad arrivare nella Giudecca, l'ultimo cerchio dell'inferno, il luogo più tenebroso dell'inferno. Perciò Dante può stare tranquillo,perchè Virgilio ha già percorso la strada che conduce all'inferno, per trarne fuori uno spirito, dal cerchio dove si trova Giuda, il più lontano dal primo Mobile, che imprime il movimento a tutti gli altri cieli.
25Di poco era di me la carne nuda,
ch’ella mi fece intrar dentr’ a quel muro,
per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
28Quell’è ‘l più basso loco e ‘l più oscuro,
e ‘l più lontan dal cielo che tutto gira:
ben so ‘l cammin; però ti fa sicuro.
31Questa palude che ‘l gran puzzo spira
Cigne dintorno la città dolente.
u’ non potemmo entrare ormai sanz’ira”
Virgilio sta cercando di far capire allo spaventato Dante, che lui non è uno sprovveduto, che sa benissimo quello che deve fare, che questo ostacolo verrà superato, poichè la volontà divina che guida il loro viaggio, non può arrestarsi dinnanzi a questo ostacolo. Mentre Dante ascolta interessato le parole della sua guida, la sua attenzione ed il suo sguardo sono attratte verso una delle alte torri, dove era apparsa la fiammella che aveva segnalato il loro arrivo. Quello che Dante vede è orribile. Immediatamente sulla torre appaiono tre figure: sono le furie della mitologia greca, che l'antica leggenda immaginò sorelle, nate dalla Notte e da Acheronte.La loro figura è raccapricciante. Nella mitologia greca vengono rappresentate come vecchie orribili con serpenti invece di capelli e con occhi di fiamma. Un'altra versione le rappresenta come geni alati con i capelli formati da serpenti, con in mano torce o fruste.
Aletto, nata da Acheronte e dalla notte ha un nome la cui etimologia non è univoca. Probabilmente significa "colei che non riposa", "colei che non dà requie", ma alcuni propendono per " l'indicibile", "colei il cui nome non può essere pronunciato".
Tisifore era incaricata di castigare i delitti di assassinio: patricidio, matricidio, omicidio.
Megera che significa "invidiosa" era preposta all'invidia ed alla gelosia e induceva a commettere delitti, come l'infedeltà matrimoniale.
Il significato che Dante attribuisce alle Furie è differente rispetto a quello che gli attribuisce la mitologia greca, dove esse impersonificano la tempesta. Dante probabilmente vede in loro il simbolo della violenza e dell'ira, e comunque sia è un'immagine che aggiunge orrore ad una situzione già di per sè da incubo. E' probabile che la loro presenza denota i tre mali che i due poeti devono ancora visitare: la matta bestialità (cerchio VII), la frode (cerchio VIII), il tradimento (cerchio IX). Queste orride creature hanno un aspetto femminile e sono avvolte da idre, che sono dei serpenti d'acqua velenosi, e al posto dei capelli hanno altri serpentelli e ceraste, anch'esse serpenti velenosi.
E' significativo che siano proprio le tre Furie a voler ostacolare il viaggio dei due poeti. Dante nel suo cammino lungo l'inferno, cerca la conversione. Quando commettiamo il male nasce subito un sentimento di sconforto e di malessere che si chiama rimorso. Il rimorso genera un senso di colpa. La conversione e il ritorno ad una vita virtuosa richiedono una presa di coscienza del male commesso (inferno), un cammino di purificazione (purgatorio)ed infine la visione e la dolcezza della misericordia divina (paradiso). Le tre Furie che rappresentano proprio la conseguenza del male commesso (il rimorso, la vendetta, la colpa), vogliono bloccare i due poeti al primo passaggio.
L'abilità di Dante nel rendere la scena ancora più terribile è notevole. Al terrore di vedersi abbandonato dinnanzi alla porte di Dite, per la minaccia dei diavoli, si aggiunge una visione da lasciare senza fiato.
Se prima l'ostacolo appariva difficile da superare, ora appare addirittura proibitivo.
32E altro disse, ma non l’ho in mente;
però che l’occhio m’avea tutto tratto
ver l’alta torre a la cima rovente,
35dove in un punto furon dritte ratto
tre furie infernal di sangue tinte,
che membra feminie avien e atto,
38e con idre verdissime eran cinte;
serpentelli e ceraste avien per crine,
onde le fiere tempie erano avvinte.
Virgilio non si scompone alla vista delle Furie. E' abituato a ben altro il poeta mantovano, le tre Furie non gli incutono timore. Le indica a Dante, le chiame serve del "la regina de l'etterno pianto", ossia di Ecate o Proserpina, moglie di Plutone, che secondo la mitologia era la regina dell'inferno."Guarda" dice Virgilio a Dante, e le indica per nome: Megera , dal sinistro canto, Aletto che piange dal destro,Tesifon è nel mezzo. L'immagine allucinante delle Furie, si staglia sull'alta torre. Esse appaiono come i ministri di satana, esseri orribili e malvagie. Il loro atteggiamento d'ira violenta e di dolore, si estrinseca contro loro stesse, si graffiano il petto, si percuotono con il palmo delle mani e gridano fortemente. Immaginiamo quale doveva essere il terrore per i contemporanei di Dante, che molto probabilmente credevano all'esistenza di questi esseri soprannaturale.
43E quei, che ben conobbe le meschine
De la regina de l’etterno pianto,
“Guarda”, mi disse, “Le feroci Erine.
46Quest’è Megera dal sinistro canto;
quella che piange dal destro è Aletto;
Tersifòn è nel mezzo”; e tacque a tanto.
49Con l’unghie si fendea ciascun il petto;
battiensi a palme e gridavan si alto,
ch’i mi strinsi al poeta per sospetto.
Le tre orridi creature si sono accorte della presenza di Dante, di un uomo vivo che tenta di entrare nella città infernale. Chiamano in loro soccorso la terribile Medusa che deve trasformare in pietra il malcapitato Dante. Medusa fu punita da Minerva che le cambiò i capelli in serpenti, e fu uccisa da Perseo. Medusa mutava in pietra chi la guardava.
Ovidio nelle "metamorfosi " ce la descrive così "...ed ora tu, o fortissimo Perseo, racconta ti prego, con quanto valore e con quali accorgimenti mozzasti la testa dalla chioma di serpi! E Perseo discendente di Agènore narra come sotto il gelido Atlante si appiatti in un luogo protetto da un saldo bastione, e come all'ingresso di questo abitassero due sorelle, figlie d Forco, che si dividevano l'uso di un solo occhio; e lui con sottile astuzia, mentre se lo scambiavano, parando la mano glielo carpì, e attraverso rocce sperdute e impervie, attraverso orride forre, giunse alla casa della Gorgone, e qua e là pe i campi e per le strade vedeva figure di uomini e di animali tramutati da esseri veri in statue per aver vito Medusa; lui comunque guardò la forma dell'orrenda Medusa, riflessa nello scudo di bonzo che portava al braccio sinistro; e mentre un sonno pesante gravava sui serpenti e su lei stessa, le spiccò il capo dal collo; e dal sangue nacquero Pègaso alato destriero e suo fratello. E aggiunge i pericoli, pericoli veri, suo lungo viaggio; quali mari, quali terre ha visto dall'alto sotto di sè, quali stelle ha toccato battendo le ali.
Tutt'a un tratto, però, s'interrompe. Uno dei dignitari interviene e chiedendo perchè Medusa, e non anche le sue sorelle, avesse trai capelli dei serpenti. E l'ospite risponde:" Siccome chiedi una cosa che merita raccontare, eccoti il perchè. Medusa eradi una bellezza meravigliosa, e fu desiderata e contesa da molti pretendenti, e in tutta la sua persona nulla era più splendido dei capelli. Ho conosciuto un tale che sosteneva di averla vista. Si dice che il signore dei mari la violò in un tempio di Minerva: la figlia di Giove si voltò indietro e si coprì i casti occhi con l'ègida, ma perchè il ftto non restasse impunito, trasformò i capelli della Gorgone in schifosi serpenti. Ancor oggi Minerva, per sbigottire e atterrire i nemici, porta davanti, sul petto, i serpenti da lei creati".
Boccaccio, la cui autorevolezza nell'interpretare Dante non può essere messa in discussione, identifica Medusa con l'ostinazione. Con tutto il rispetto per Boccaccio, l'interpretazione più convincente è quella del Benvenuto che vi ravvisa il terrore, che rende l'uomo come pietra, incapace di agire. Le Furie si lamentano perchè quando Teseo era disceso con Piritoo nell'inferno per rapire Proserpina, non venne punito. Teseo poté dare l'assalto alla città di Dite. Questo precedente fa si che ora tutti si permettono di penetrare vivi nel loro regno. Medusa non può essere guardata: guardarla vuol dire rinunciare alla salvezza. Virgilio è così preoccupato che Dante possa volgere, per curiosità o debolezza, lo sguardo verso Medusa che,non contento dell'ordine dato, non si fida delle mani di lui e vi sovrappone anche le proprie.
51“Vegna Medusa: sì ‘l farem di smalto”,
dicevan tutte riguardando in giuso;
“Mal non vengiammo in Teseo l’assalto.”
54“Volgiti ‘n dietro e tien lo viso chiuso;
che se ‘l Gorgon si mostra e tu ‘l vedessi,
nulla sarebbe di tornar mai suso”.
58Così disse ‘l maestro; ed elli stessi
Mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi chiudesse.
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