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Il messo celeste (versi 61-105)

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61O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,

mirate la dottrina che s’asconde

sotto ‘l velame de li versi strani.

 

{mosgoogle}Il lettore viene invitato da Dante a compenetrarsi nei versi e a comprendere l'allegoria che si nasconde sotto "'l velame de li versi strani". Quanto all’interpretazione di queste parole, i commentatori antichi non sono affatto d’accordo fra di loro. L'allegoria riferita alla mitica figura di Medusa, viene diversamente interpretata. Secondo alcuni Medusa simboleggia l’eresia, per il Boccaccio è l’immagine della sensualità, che acceca l’uomo, secondo altri è l’allegoria del terrore.

Guardando al complesso dell’episodio sembra chiaro che Dante, sul punto di affrontare la parte più difficile del suo viaggio infernale (in cui è figurato il processo della contrizione e della liberazione del peccato), abbia voluto sottolineare i più gravi ostacoli che l’uomo incontra e che deve superare in questo suo sforzo per salvarsi. Alla conversione del peccatore si oppongono le tentazioni (i diavoli), la malacoscienza, cioè il ricordo e il rimorso della vita passata (le Erinni) infine il dubbio religioso e la disperazione (Medusa). A respingere tutti questi assalti sono sufficienti fino ad un certo punto le forze della ragione (Virgilio); ma a completare il processo di redenzione e di salvazione è necessario infine l’intervento della Grazia (il Messo celeste). L'intera vicenda, si  conclude con un  gesto sdegnoso del messo, in cui è adombrato anche un rimprovero per i due poeti.

Inizia ora la ricossa. Da abile regista Dante ha portato al culmine della tensione il racconto. Sin dall'inizio del canto il lettore  aspetta che succeda qualcosa o che arrivi qualcuno a togliere i poeti dalla terribile situazione. Improvvisamente dalle torbide onde dello Stige si ode un fracasso, un suono spaventoso che fa tremare ambedue le sponde del fiume. Il vento è impetuoso perchè costituito da una mescolanza di aria calda e di aria fredda che scontrandosi generano questo vento gagliardo e violento, che colpisce la foresta senza che possa essere trattenuto, e la cui forza devastatrice si avverte nello schianto dei rami, trascinati via, dal turbine polveroso che si solleva nell'aria, nella fuga degli animali e degli uomini, in cerca di riparo.E' l'arrivo impetuoso e travolgente del messo celeste!

 

64E già venìa su per le torbide onde

Un fracasso d’un suon, pien di spavento,

per cui tremavano ambedue le sponde,

 

67non altrimenti fatto che d’un vento

impetuoso per li avversi ardori,

che fier la selva e sanz’alcun rattento

 

70li rami schianta, abbatte e porta fori;

dinanzi polveroso va superbo,

a fa fuggir le fiere e li pastori.

 

Virgilio ha ancora le mani davanti agli occhi di Dante, per proteggerlo dallo sguardo di Medusa. Udito quel fragore, Virgilio toglie le mani dal viso di Dante e lo invita a guardare in direzione dello Stige, nella parte in cui la nebbia è fitta. Sta arrivando il messo celeste, e le anime dei dannati che popolano il fiume si dileguano, e si ammucchiano sul fondo, per allontanarsi da esso, loro nemico. Dante li paragona alle rane di uno stagno che si dileguano quando vedono avanzare una biscia. Il termine che Dante utilizza è "abbica".La parola abbicare è un idioma fiorentino che significa adunare, mettere insieme, e viene dalla bica, ed è l'adunamento fatto dall'agricoltore, di grano o di altra spezie di biada prima che sia battuta, o di paglia o di fieno. Le anime disfatte, fuggono dinnanzia al messo celeste che impassibile, tra i dannati, attraversa la palude, sfiorando l'acqua, come se camminasse sulla terra senza bagnarsi; è un atto prodigioso che identifica la potenza del messo celeste.

 

81Li occhi mi sciolse e disse.” Or drizza il nerbo

Del viso su per quella schiuma antica,

per indi ove quel fummo è più acerbo”.

 

 

84Come le rane innanzi a la nemica

biscia per l’acqua si dileguan tutte,

fin ch’à terra ciascun s’abbica;

 

 

87vid’io più di mille anime distrutte

fuggir così dinanzi ad un, ch’al passo

passava Stige con le piante asciutte.

 

 

L'angelo inviato dal cielo avanza velocemente. L'unico ostacolo al suo cammino sembra essere la nebbia densa dello Stige che il messo allontana con la mano sinistra. Che il messo sia un angelo inviato dal cielo, ci sono pochi dubbi, anche se qualche commentatore antico ha voluto identificare in questo personaggio Enea, Mosè, Ercole o addirittura Gesù. Nel portamento e nei gesti la figura richiama quella degli angeli che compariranno nel Purgatorio, e come farà dinnanzi a quelli, anche qui Virgilio esorta Dante a inchinarsi in segni di reverenza. L'angelo appare arrabbiato, sembrava infastidito da questo intervento. Con molta tranquillità, l'angelo prende uno scettro e senza difficoltà apre la porta di Dite.

 

82Dal volto rimoveva quell’aere grasso,

menando la sinistra innanzi spesso;

e sul di quell’angoscia parea lasso,

 

85Ben m’accorsi ch’elli era  dal ciel messo,

e volsimi al maestro; e quei fei segno

ch’i stessi queto ed inchinassi ad esso.

 

 

88Ahi quanta mi parea pien di disdegno !

Venne a la porta, e con una verghetta

L’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.

 

L'angelo inviato dal cielo ammonisce duramente i demoni. Questi demoni furono angeli, che ribellatesi alla volontà divina, vennero scacciati dal cielo. Dinnanzi alla orribile porta della città di Dite, il messo rimprovera i demoni e chiede loro da dove proviene tanta arroganza, tanta spavalderia, come osano opporsi alla volontà divina. Non capiscono ancora che nessuno può impedire la volontà del Signore, ed ogni qualvolta che hanno tentato di ribellarsi sono stati puniti. Il messo celeste, rammenta loro la fine che fece Cerbero quando cercò di impedire ad Ercole l’entrata nell’Ade .Cerbero fu incatenato e trascinato fuori dal regno infernale dal semidio. Il mito è ricordato dal messo celeste come un esempio delle ribellioni giustamente domate da Dio.Il mento di Cerbero è ancora pelato per l'attrito con la catena che Ercole gli legò al collo.

 

 

91“O cacciati dal ciel, gente dispetta,

cominciò elli in su l’orribil soglia,

ond’esta oltracotanza in voi s’allettta?

 

 

94Perché recalcitrate a quella voglia

A cui non può il fin mai esser mozzo,

e che più volte v’ha cresciuta doglia ?

 

 

97Che giova ne le fate dar di cozzo ?

Cerbero vostro, se ben vi ricorda,

ne porta ancor pelato il mento e ‘l gozzo”.

 

Dopo aver eseguito il suo compito, senza dire una parola, il messo celeste, ritorna verso il luogo da dove è venuto. Dante e Virgilio invece riprendono il loro cammino verso la città di Dite. Il messo celeste non fa parola alcuna con nessuno. Sembra ignorare i due poeti ai quali non rivolge parola.

 

 

100Poi si rivolse per la strada lorda,

e non fè motto a noi, ma fè sembiante

d’omo cui altra cura stringa e morda

 

 

103che quella di colui che lì è davante;

e noi movemmo i piedi inver la terra

sicuri appresso le parole sante.

Ultimo aggiornamento Sabato 04 Luglio 2009 08:35

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