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NoParafrasi
- Martedì 02 Dicembre 2008
- Sezione:
- Categoria: Canto IV
Il mio sonno profondo fu interrotto da
Un cupo tuono, sicchè mi svegliai
Come una persona che è stata destata a forza;
e rivolsi intorno gli occhi riposati,
alzato in piedi, e guardai attentamente
per capire dove fossi finito.
In verità mi trovavo sul margine
Della valle dolorosa dell’abisso
Che accoglie il frastuono di infiniti lamenti.
Era oscura, profonda e nebbiosa
Al punto che,
pur puntando lo sguardo al fondo,
io non distinguevo nulla.
“Ora scendiamo nel mondo cieco”,
disse il poeta tutto smorto,
“io sarò il primo, e tu sarai il secondo”.
E io, che mi ero accorto del suo colorito,
dissi:”come posso venire con te,
se hai paura tu stesso,
che di solito conforti i miei dubbi ?”
e lui mi disse :”L’angoscia delle genti
che sono quaggiù, col viso mi dipinge
quella pietà che tu scambi per timore.
Andiamo, che la nostra lunga strada
Ce lo impone”.
Così si immise e mi fece entrare
Nel primo cerchio che circonda l’abisso.
Qui, a giudicare da quello che sentivo,
non c’erano pianti ma solo sospiri
che facevano vibrare l’aria eterna,
questi erano prodotti
da sofferenze senza tormenti,
che provavano folle, numerose e grandi
di bambini, di donne e di uomini.
Il buon maestro mi disse:”Non ti chiedi
Che spiriti sono questi che vedi ?
Ora voglio che tu sappia,
prima di procedere,
che essi non commisero peccato,
e seppure hanno dei meriti,
ciò non gli basta,
poiché non ebbero il battesimo,
che è la porta della fede alla quale tu credi,
e se vissero prima del Cristianesimo,
non adorarono correttamente Dio,
e di questa gente faccio parte anch’io.
Per questa mancanza, e non per altre colpe,
siamo perduti, e siamo punito solo
con un’esistenza
nel desiderio disperato di Dio”.
Un gran dolore mi colpì il cuore
Quando lo ascoltai,
perché compresi che gente di grande valore
era tenuta sospesa in quel Limbo.
“dimmi, mio maestro, dimmi signore”
Fec’io per accertarmi
Di quella sicura convinzione
“Non uscì mai nessuno di qui,
o per merito suo o per causa d’altri,
per diventare un beato ?”
E lui che comprese il senso recondito
Della mia domanda
Rispose:”Io ero in questo stato,
quando vidi venire un essere potente,
coronato dal segno della vittoria.
Portò via di qui l’anima del primo uomo,
di suo figlio Abele, e quello di Noè,
di Mosè legislatore ubbidiente,
il patriarca Abramo e il re Davide,
Giacobbe con suo padre e coi suoi figli
E con Rachele, per la quale tanto faticò,
e molti altri, e li fece beati.
E voglio che tu sappia che, prima di loro
Non furono mai salvati altri spiriti umani”.
Mentre continuavamo a parlare
Non ci fermavamo
Ma attraversammo continuamente la selva,
intendo la selva di spiriti densi.
Non avevamo ancora percorso molta strada
Dal momento del risveglio,
quando io vidi un fuoco
che vinceva un emisfero di tenebre.
Eravamo ancora un poco distanti
Ma non tanto da non permettermi
Di riconoscere quale gente onorevole
Abitava in quel luogo.
“O tu che onori la scienza e l’arte,
chi sono costoro che hanno una tale nobiltà
che li distingue dagli altri ?”.
E lui a me:”La fama meritevole
Che loro godono ancora nel mondo dei vivi
Li rende degni della grazia celeste
Che li privilegia”.
In quel momento udii una voce:
“Onorate l’altissimo poeta;
la sua anima, che se n’era andata, è tornata”.
Dopo che la voce tacque,
vidi quattro grandi anime venire da noi:
non avevano aspetto né triste, né felice.
Il buon maestro disse:
“Guarda quello con la spada in mano,
che viene innanzi ai tre come un re,
quello è Omero, poeta sovrano,
l’altro che viene è Orazio, autore di satire,
il terzo è Ovidio, e l’ultimo Lucano.
Poiché tutti hanno in comune con me
L’appellativo con cui
Mi ha chiamato quella voce,
mi fanno onore, ed è cosa giusta.”
Così io vidi radunarsi la bella compagnia
Di quel signore dell’altissimo canto
Che vola sopra gli altri come un’aquila.
Dopo aver parlato tra di loro parecchio,
si rivolsero a me salutandomi,
e il mio maestro sorrise compiaciuto,
e mi onorarono ancor di più
facendomi far parte del loro gruppo,
e io divenni il sesto
in mezzo a quei grandi savi.
Così procedemmo fino alla luce
Discutendo cose che ora è bello omettere
Così come era bello laggiù parlare.
Arrivammo ai piedi di un nobile castello,
sette volte circondato da alte mura,
difeso tutti intorno da un bel fiumicello.
Attraverso quest’ultima
Come fosse di terra dura,
con quei saggi oltrepassai sette porte:
giungemmo in una prato d’erba fresca.
Lì c’era gente con sguardi pensosi
Molto autorevoli nell’aspetto,
parlavano di rado, con voci soave.
Ci spostammo da un lato,
in un luogo aperto,
luminoso e sopraelevato,
cosi che potevano vedere tutti quanti.
Dritti davanti a noi sul prato verde,
mi furono mostrati gli spiriti magnanimi,
che ancora esulto d’aver visto.
Vidi Elettra con molti compagni,
tra i quali conobbi Ettore ed Enea,
Cesare armato con occhi rapaci.
Vidi Camilla e Pentesilea ;
dall’altra parte vidi il re Latino
che sedeva con sua figlia Lavinia.
Vidi quel Bruto che cacciò Tarquinio,
Lucrezia, Giulia, Marzia e Cornelia,
e solo, in disparte, vidi il Saladino.
Innalzando un poco lo sguardo,
vidi Aristotele, il maestro dei sapienti,
sedere col gruppo dei filosofi.
Tutti lo guardano e gli fanno onore,
là vidi Socrate e Pla tone,
che davanti agli altri gli stanno più vicini;
Democrate, che riconduce il mondo al caso,
Diogene, Anassagora e Talete,
Empedocle, Eraclito e Zenone;
e vidi il sapiente raccoglitore delle qualità,
intendo dire Diascoride, e vidi Orfeo,
Tullio Cicerone e Lino,
e Seneca il filosofo morale,
il geometra Euclide e Tolomeo,
Ippocrate, Avicenna e Galeno,
Averroè, l’autore del grande commento.
Io non posso riferire di tutti appieno,
perché mi incalza l’ampiezza del racconto,
si che spesso il racconto vien meno
rispetto agli eventi.
La compagnia dei sei si divide in due:
la mia saggia guida
mi porta per un’altra via,
fuori dalla calma, nell’aria che trema.
Ed entro in un luogo
Dove non c’è alcuna luce.
| Una considerazione personale: manca il Pathos ! (145-151) → |
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