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NoOmero, Orazio, Ovidio, Lucano: della serie "la cultura non salva l'anima!" (versi 64-105)
- Martedì 02 Dicembre 2008
- Sezione:
- Categoria: Canto IV
Vicino ad un fuoco, in un luogo separato dal resto delle altre anime, Dante incontra i grandi uomini del passato :Omero, Orazio, Ovidio e Lucano, il Poeta fiorentino è felice .E’ una grande gioia per lui incontrare personaggi che ammira molto.
Mentre Virgilio continuava a parlare, i poeti incontrano una folla di anime, molte delle quali sono senza alcuna fama. Giunti nel punto più alto del cerchio, Dante intravede un fuoco che ritaglia una semisfera di luce nel buio . Il Poeta intuisce che intorno al quel fuoco devono esserci persone degne di rilievo.
64Non lasciavam l’andare perch’io dicessi,
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi.
67Non era lunga ancor la nostra via
di qua dal sommo, quand’io vidi un foco
ch’emisperio di tenebre vincia
70Di lungi vi eravamo ancor un poco,
ma non sì, ch’io non discernessi in parte
ch’orrevol gente possedea quel loco.
{mosgoogle}I versi seguenti danno la sensazione che Dante debba compiere un atto doveroso, che per lui sia un imperativo elencare le virtù di questi grandi uomini. Si è ben capito che in questo luogo vi sono personaggi importanti, sarebbe bastato non nominare nessuno, anche per non fare un torto agli altri. Dante però preferisce fare dei nomi. Sono i nomi di illustri personaggi, che stanno davanti al fuoco a passare l’eternità discutendo delle loro faccende.
Discorsi dotti, certo, perché tali sono i personaggi, ma danno un’ idea di noia e stanchezza che ben s’adegua all’aura che circonda l’intero Limbo. La cosa che maggiormente traspare è tuttavia la sensazione che Dante abbia una voglia matta di mettersi a confronto con i grandi filosofi e dotti del passato, ed in questo incontro pare realizzarsi un suo desiderio. Dante sa di essere un gran poeta, e in questi versi lascia trapelare una inconsueta vanità: discutere e mettersi a confronto con i grandi del passato. Dante si rivolge verso Virgilio e gli chiede: “Dimmi, tu che sei l’onore della dottrina e dell’arte poetica, chi sono questi spiriti che godono di tale onore distintivo che li differenzia così rispetto alle altre anime?” e Virgilio risponde: “l’onorevole fama, che vive ancor di loro fra gli uomini, ottiene per essi un particolare favore (Grazia) nel cielo, il quale così li privilegia.”. Mentre Virgilio dice queste parole, le anime si girano verso di lui e lo salutano. Una voce dice: “rendete onore all’altissimo poeta. E’ tornata la sua anima, che si era allontanata”.
73“ O tu ch’onori scienza e arte,
questi chi son c’hanno cotanta onranza,
che dal mondo de li altri li diparte ?”
76E quelli a me “l’onrata dominanza
che di lor suon su ne la tua vita,
grazia acquisita in ciel che sì l’avanza”.
79Intanto voce fu per me udita:
“onorate l’altissimo poeta:
l’ombra sua torna, ch’era dipartita”
Il primo e più importante fra tutti i grandi del Limbo, che avanza con in mano una spada, a simboleggiare i che è il massimo tra i poeti, è Omero. Collocando Omero nel Limbo, Dante risolve tutti i problemi che hanno sempre attanagliato gli studiosi. Si sa infatti che l’esistenza di Omero è messa in discussione. Tra le numerose biografie che gli sono state dedicate, quella più famosa è da attribuire ad Erodoto, un’altra molto popolare è quella di Plutarco. Questi antichi autori tuttavia non erano riusciti a mettersi d’accordo nemmeno sul luogo di nascita di Omero, che infatti oscilla tra le città di Chio, Smirne, Atene,Rodi ed altre. La maggioranza di queste città si trova nell’Asia Minore e precisamente nella Ionia, infatti la lingua di base dell’Illiade è il dialetto ionico. Lo stesso nome Omero viene messo in discussione, alcuni sostengono che l’autore dell’Illiade e dell’Odissea non si chiamasse Omero ma Melesigene ossia “nato presso il fiume Meleto”. Insomma dalla gran confusione che regna, emerge il fatto che pare non sia mai esistito un autore di nome Omero e le opere a lui attribuite in realtà siano state scritte in epoche diverse da autori diversi. Bisogna aggiungere un che nel medioevo pochi erano quelli che conoscevano il greco, sembra che neanche Dante lo conoscesse. Uno che lo conosceva bene era Boccaccio. L’Illiade era conosciuta in Occidente poiché tradotta in latino nell’epoca di Nerone. Tutto questo per dire che Dante collocando Omero nel Limbo, risolve sbrigativamente la questione. Per lui omero è sempre esistito, è il capo assoluto dei poeti e quindi è giusto e doveroso che lui lo veda e lo riconosca. Sappiamo benissimo che Dante nella Divina Commedia non è tenuto ad assumere un’assoluta verità storica, poiché altrimenti avrebbe scritto un trattato di storia, tuttavia ogni tanto è giusto sottolineare la libera interpretazione che il poeta fa delle vicende storiche.
Dietro ad Omero segue Quinto Orazio Flacco, da considerare sicuramente un “big” nel suo campo. Nato a Venosa nel 65 a.C, morto a Roma l’8 a.C. anche Orazio, come Virgilio è molto sfortunato, infatti essendo nato poco prima della venuta di Cristo, si è trovato nella posizione infelice di non potere aderire alla religione cattolica e di conseguenza morire nel peccato. In realtà Orazio aveva un atteggiamento molto complesso nei confronti della morte e dell’aldilà e può essere considerato un epicureo. La morte per gli epicurei è vista come una serena, ma non felice liberazione della vita, in quanto con essa avviene la morte sia del corpo che dell’anima (essendo entrambe sostanze materiali). Se in Epicuro troviamo una reazione di gioia difronte a queste affermazioni, difficilmente tale sentimento viene riscontrato anche negli altri intellettuali romani che aderirono a questa filosofia. Essi davanti al nulla eterno della morte, avvertivano una sensazione di paura e timore. Orazio non sfugge a questa regola e seppure aderente alla cultura epicurea, si trova in lui una vena di malinconia e una ricerca costante di risposte sui grandi temi esistenziali, risposte che non troverà mai, perché il poeta non sembra essere mai sfuggito all’angoscia della morte. Dietro il suo grande spirito ironico, in realtà si nascondeva un uomo che aveva molta paura della morte.
Immaginiamo allora Dante in che stato d’animo si trova nel dovere giudicare quest’uomo, che sebbene pagano, aveva tutti i dubbi e tutte le angosce che attraversano gli uomini, che poi abbracciano la religione di Cristo. Credo che Dante abbia immaginato come quest’uomo avesse reagito di fronte alla verità rivelata di Cristo, come le sue idee sarebbero cambiate se avesse potuto conoscere le parole dei Vangeli. Dante fa uno sforzo enorme nel collocare un epicureo come Orazio nel Limbo. Ben diversa e molto più atroce sarà il destino che attende gli altri epicurei Dante è stato molto generoso con Orazio.
Il terzo grande poeta che Dante incontra, è Publio Ovidio Nasone, più semplicemente detto Ovidio, Nato a Sulmona nel 43 a.C. e morto a Tomi un piccolo centro sul Mar Nero nell’8 d.C. Anche lui nasce prima della venuta di Cristo e pertanto è destinato all’inferno. Dante tuttavia lo salva dalle fiamme e lo colloca nel Limbo, e di questo Ovidio ha ben poco da rammaricarsi poiché la sua sorte sarebbe stata ben peggio se Dante non fosse stato un grande ammiratore del suo libro le Metamorfosi. Chiunque abbia letto la Divina Commedia non può non aver avuto a che fare con le Metamorfosi di Ovidio. Dante “pesca a piene mani” dal testo di Ovidio e i riferimenti che ne fa dimostrano che conosceva a menadito l’opera del poeta latino. Il minimo che Dante può fare per ringraziarlo è salvarlo dalle fiamme.
Quarto ed ultimo fra i grandi uomini che Dante vede è Marco Anneo Lucano,nato il 39 d.C e morto nel 65 d.C. Noto soprattutto per il poema epico Pharsalia,( noto anche con il titolo di bellum Civile,) Dante lo pone fra i grandi del Limbo. Sicuramente Dante ha ammirato nello scrittore latino la grande influenza che la sua opera principale appunto il Pharsalia, ha avuto per l’Eneide del maestro e guida Virgilio. L’opera di Lucano somiglia molto a quella di Virgilio in quanto narra delle vicissitudine di tre grandi personaggi come Cesare, Pompeo e Catone. Argomento dell’opera è la guerra civile che oppose Cesare a Pompeo e che ebbe nella battaglia di Farsalo il suo punto culminante.
I quattro poeti si avvicinano dunque verso Virgilio. Sono felici di rivederlo, poiché essendosi allontanato da quel luogo, ora gli vanno incontro. La loro aria è consona a quella che regna in tutto il Limbo , essi non sono né tristi né felici, sono neutri.
82Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand’ombre a noi venire;
sembianz’avevan né triste né lieta.
85Lo buon maestro cominciò a dire::
“Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre si come sire
88Quelli è Omero poeta sovrano;
l’altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è ‘l terzo, e l’ultimo Lucano
91Però che ciascun meco si convene
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e diò fanno bene”.
Sono poche le occasioni nella Divina Commedia in cui Dante si lascia andare a manifestazioni di autoesaltazione, per la sua bravura di poeta (ne avrebbe avuto larghi motivi per farlo), una di queste occasioni si riscontra nei versi che seguono, però bisogna capire e giustificare Dante,. Il ritrovarsi accanto a questi grandi uomini lo riempie di orgoglio e di vanità. Infatti accade che i quattro illustri poeti su citati, capeggiati da Omero, che viene paragonato come signore della poesia, ad un’aquila che vola al disopra di tutti gli altri uccelli, chiamano verso di loro Virgilio ed iniziano a parlottare, dopo poco ecco che Virgilio fa cenno a Dante di avvicinarsi a loro e di stare assieme a questi illustri uomini a discorrere di cose che Dante dice è meglio non riferire, perché esulano dal tema che lui sta trattando nella Divina Commedia. Discorrono insomma di cose di alta filosofia. Sei cervelloni di quel tipo sicuramente non si limiteranno a parlare del tempo o della crisi economica nel medioevo, ma parleranno di cose alte e complesse. Onestamente viene un poco da ridere: primo perché Dante non resiste alla tentazione di mischiarsi con uomini così illustri, ripeto ne ha tutti i motivi considerata la sua grandezza, anche se non poteva prevedere l’enorme successo che la Divina Commedia avrebbe avuto nel corso dei secoli, tuttavia già in vita Dante godeva di un notevole prestigio, ma paragonarsi ad Omero ed agli altri poeti, era all’epoca in cui scrive questi versi, è un po’ esagerato, diciamo che qui Dante non resiste alla tentazione di auto incensarsi, è come se un giocatore di calcio, di scarso valore tecnico, che milita in un campionato di bassa categoria incontrasse nell’aldilà famosi campioni che hanno segnato la storia del calcio, la tentazione di paragonarsi a loro e di mischiarsi nei loro palleggi o giocate sarebbe tanta che sicuramente non resisterebbe alla tentazione di mettersi insieme tra loro. Comunque sia, è un piccolo e simpatico peccato che Dante non può non fare, oltretutto, i fatti in seguito gli hanno dato ragione. La sua figura di Poeta non ha nulla da invidiare a nessuno e non è errato contraddire l’affermazione di Dante quanto umilmente dice :” si ch’io fu sesto tra cotanto senno”, alla luce della sua futura fama potremmo affermare che lui “fu il primo tra cotanto senno”. Il secondo motivo che mi ha fatto un po’ sorridere è l’idea che questi grandi uomini si mettano a discutere di chi sa cosa. Ormai la verità è rivelata. Tutte le loro teorie si sino dimostrate fallaci. Zero. Cosa può più sostenere Omero dal momento che tutti i suoi dei dell’Olimpo si sono frantumati in un nulla, e non aveva intuito il fatto che Dio è unico e solo. Se fosse stato un grande saggio avrebbe dovuto prevedere che i suoi dei erano fasulli e forse si sarebbe salvato l’anima. Che dire poi di Orazio e del suo Epucureismo. “La vita è solo quella che viviamo sulla terra e pertanto ce la dobbiamo godere perché dopo moriamo e con il corpo muore anche l’anima”. Nient’affatto caro Orazio, ti sbagliavi di grosso, l’anima esiste e se tu non ci hai creduto e ti sei beccato solo il limbo, devi ringraziare Dante, altrimenti le fiamme ti avrebbe cotto per benino. Ed Ovidio, con tutte le sue metamorfosi, e con il suo Giove, il suo Nettuno o Giunone, tutte fesserie, tutte invenzioni. I fatti hanno dimostrato che esiste solo Dio, che punisce, chi adora falsi dei. Di Virgilio poi non ne parliamo, più pagano di lui difficilmente se ne trovano. Sebbene Dante lo adori e lo consideri suo maestro, non gli ha potuto risparmiare la sorte dell’inferno. Ecco quindi che questa grande compagnia, che ancora persiste nel discutere di cose strane, non fa onestamente una bella figura. Un povero cristo, analfabeta , che però ha condotta una vita nel bene e nel giusto, finirà in Paradiso, e vivrà in eterno in grazia di Dio, mentre questi grandi saggi e dotti, devono soffrire in un luogo tetro come il limbo, non avendo azzeccato nemmeno una previsione circa la loro vita futura. Della serie la cultura non salva l’anima.!
94Così vidi ì adunar la bella scola
di quel signor de l’altissimo canto
che sovra li altri com’aquila vola.
97Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno;
e ‘l mio maestro sorrise di tanto;
100e più d’onore ancor assai mi fenno,
ch’è sì mi fecer de la loro schiera,
si ch’io fu sesto tra cotanto senno.
103Così andammo infine a la lumera,
parlando cose che ‘l tacere è bello
si com’era ‘l parlar colà dov’era.
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