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Il "nobile" castello del Limbo e i suoi abitanti (106-126)

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I due poeti giungono ai piedi di un castello, dove vi sono altri spiriti nobili che vivono in questa zona del Limbo. Dante incontra Elettra, Ettore, Enea, Cesare, Cammilla e Pentesilea.

 

{mosgoogle}I due  poeti arrivano ai piedi di un nobile castello, circondato da sette archi concentrici ,di alte mura e difeso intorno da un bel fiumicello. Lo attraversano come se fosse stato di terra asciutta, ed entrano attraverso sette porte, finchè non arrivano ad un prato ricoperto da erba fresca. Lì stanno anime con sguardi composti ed austeri, di grande autorità nell’aspetto, che parlano di rado, solo quando è opportuno, e con voci equilibrate.

Tutto lo scenario, ed anche i particolari, hanno un carattere evidentemente allegorico, ma già i commentatori più antichi discordano sul modo di interpretarlo. Secondo una spiegazione, il castello simboleggia la filosofia (e cioè la sapienza umana, intesa in largo senso, come teoria e pratica) e i sette cerchi di mura stanno a rappresentare le sette parti della filosofia (fisica, metafisica, etica, politica, economia, matematica, dialettica). Più difficile è determinare il valore simbolico del fiumicello, che rappresenta ad ogni modo un ostacolo che si sovrappone all’ingresso nel castello. Che i poeti passino il rivo, come terra dura, asciutta, significa che essi non hanno più impedimenti frapposti alla conquista della saggezza umana e della gloria.

 

 

106Venimmo al piè di un nobile castello,

sette volte cerchiato d’alte mura,

difeso intorno d’un bel fiumicello

 

109Questo passammo come terra dura;

per sette porte entrai con questi savi;

giugnemmo in prato di fresca verdura.

 

 

112Genti  v’eran con occhi tardi e gravi,

di grande autorità né lor sembianti;

parlavan di rado, con voci soavi.

 

 

Dante vede delle anime in un prato, un luogo aperto e illuminato. Egli nota Elettra, madre di Dardano, fondatore di Troia, con molti compagni, cioè con tutti i discendenti, tra i quali Ettore ed Enea. Giulio Cesare è rappresentato armato per definirne l’aspetto guerriero, messo più in luce ancora dagli occhi rossastri e rapaci (grifagni) , proprio dello sparviero

 

115Traemmoci così da l’un dè canti,

in loco aperto, luminoso e alto

si che veder si potien tutti quanti.

 

118Colà dritto, sovra ‘l verde smalto,

mi furon mostrati li spiriti magni,

che del veder in me stesso m’essalto.

 

 

121Ividi Elettra con molti compagni,

tra quai conobbi Ettor ed Enea,

Cesare armato con li occhi grifagni.

 

 

“Vidi Camilla e la Pentesilea” afferma Dante. Cammilla, la vergine guerriera. Dante già la cita nel I canto dell’Inferno:”di quell’umile Italia fia salute per cui morì la vergine Cammilla”. Cammilla è un personaggio puramente mitologico e non riconducibile a nessuna realtà storica. Viene citata nell’Eneide. Cammilla viene citata da Dante poiché questa ragazza con la sua forza e il suo coraggio, difese tenacemente le terre italiche. Figlia del re dei Volsci, Metabo, Cammilla scappò appena nata assieme a suo padre, il quale a causa del suo duro governo, venne messo in fuga dai suoi concittadini. Dopo varie peripezie in cui i due rischiarono frequentemente la vita, la ragazza venne consacrata da suo padre alla dea Diana. Crebbe in un bosco. Appena cominciò a muoversi iniziò ad usare arco e frecce. Ricoperta solo da una pelle di tigre, era una eccellente guerriera e nulla sapeva fare di quello che facevano le donne, e tra l’altro volle restare vergine come la dea Diana alla quale il padre l’aveva consacrata.

Quando Enea giunge nel Lazio, si scontra con i Rutuli. Cammilla va in soccorso di Turno, re dei Rutuli a combattere gli invasori, facendo strage di nemici. Tuttavia nonostante il suo valore e il suo eroismo, alla fine viene uccisa. Evidente per Dante è l’alto valore simbolico di quest’eroina che lotta per la propria libertà e per quella del popolo italico a renderla degna di stare nel Limbo.

Personaggio simile a Cammilla, che Dante pone una accanto all’altra, è Pentesilea, altra figura mitica. Fu regina delle Amazzoni, il popolo di donne guerriere abitanti della Scizia, antica regione dell’Asia Minore. Guerriera valorosa e forte combattè a fianco di Priamo, nella guerra che vide troiani contro Achei. Si distinse uccidendo un gran numero di guerrieri. Sulla testa, o meglio sul corpo di questa povera donna, gravava comunque una terribile condanna. Afrodite l’aveva condannata ad essere violentata da tutti  maschi che la vedevano, per cui la poveretta si celò alla vista coprendosi con un’armatura e in breve divenne la regina delle amazzoni distinguendosi per la sua audacia. Circa la sua morte c’è da riferire un episodio che non fa assolutamente onore ad Achille, il quale dopo averla uccisa, come era consuetudine, la spogliò delle armi, e sfilandole l’elmo vide il suo bellissimo volto che  nemmeno la morte era riuscito ad intaccare. In condizioni normali una persona con un minimo di equilibrio mentale ha rispetto per un cadavere, fosse pure il suo peggior nemico. Il vile Achille invece venne preso da una libidine sfrenata e non rispettò nemmeno il corpo della morta, per cui diede luogo ad un atto di necrofilia che farebbe impallidire anche il peggiore dei maniaci sessuali..

Chiaro è il motivo per cui Dante la pone nel Limbo, nonostante fosse pagana, avesse ucciso tante persone. Lei combatteva per la libertà e questo per Dante è un valore assoluto.

Secondo la leggenda Latinio era il re eponimo dei Latini, antico popolo dell’Italia centrale. Di chi fosse figlio è una questione controversa e francamente poco importante ai fini della nostra trattazione. Dante che prende per oro colato tutto quello che dice Virgilio nell’Eneide, ritiene che Latinio fosse figlio di Fauno, un dio indigeno, e di una dea. Comunque tra le varie ipotesi circa la sua venuta al mondo, ci potrebbe anche essere quella che fosse figlio di Ercole, frutto di uno dei suoi numerosi amori con qualche fanciulla del Lazio. Sappiamo bene che Virgilio scrisse L’Eneide anche per esaltare il nuovo impero romano sotto Augusto. Quindi la vicenda è da collegare ad Enea. L’eroe troiano viene accolto da Latinio nelle terre laziali, per creare un’alleanza, e gli offre la mano della figlia Lavinia. La giovane però è stata promessa in sposa a Turno, re dei Rutuli.Secondo L’Eneide questa è una della cause principali della guerra fra i popoli residenti nel Lazio e i Troiani.

Accanto a Latinio sta seduta sua figlia Lavinia. Come detto Lavinia andò in sposa ad Enea, dal loro matrimonio, nacque Silvio, che succedette sul trono di Alba Longa al fratellastro Ascanio, che Enea aveva avuto dalla sua prima moglie Creusa. Lavinia era stata promessa in sposa la re dei Rutuli, Turno, il quale non poteva rassegnarsi al fatto che la figlia del re Latinio finisse nelle mani di un forestiero qual’era appunto Enea. Come al solito, causa un mancato amore, nasce una guerra fra i troiani, alleati con i latini e i Rutuli. Alla fine, anche se il re Latino lascia le penne nella battaglia, i Troiani vincono ed Enea che aveva una mania di fondare città, stavolta realizza il suo progetto e fonda una cittadina che dedica a sua moglie chiamandola Lavinia. Il figlio di Enea di primo letto, con la moglie Creusa,, si chiama Ascanio, ma aveva anche un altro nome Iulo. Da Iulo, figlio di Enea e Creusa, la tradizione romana fa discendere la gens Iulia alla quale apparteneva Giulio Cesare. Il grande condottiero romano con il suo occhi grifagni, e come abbiamo visto anche lui è nel limbo, sicchè può gioire di vivere assieme ai suoi antenati. Deve essere una bella soddisfazione!

Anche se tutte queste belle vicende appaiono frutto della fervida fantasia di Virgilio, numerosi storici hanno dimostrato che esiste un fondo di verità e che ad esempio la gente Iulia sia effettivamente originaria del sito di Alba Longa.

 

124Vidi Cammilla e la Pantasilea;

da l’altra parte, vidi il re latino

che con Lavinia sua figlia sedea.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 04 Febbraio 2009 20:37

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