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NoDue grandi donne: Marzia, moglie di Catone, e Cornelia, madre dei Gracchi (versi 128)
- Martedì 02 Dicembre 2008
- Sezione:
- Categoria: Canto IV
La Marzia che Dante cita nel Limbo è la moglie di Catone l’Uticense. La storia di questa donna, merita un approfondimento, poiché ad una visione superficiale appare alquanto strano che Dante la collochi fra i grandi spiriti del Limbo. Nel I Canto del Purgatorio Virgilio e Dante incontrano Catone che è il custode del regno dei purganti. Vediamo i versi in cui si descrive il colloquio tra Virgilio e Catone a proposito di Marzia:
79di Marzia tua, che ‘n vista ancor ti priega,
o santo petto, che per la tua la tegni:
per lo suo amore adunque a noi ti piega.
82Lasciane andar per li tuoi sette regni;
grazie riporterò di te a lei,
se d’esser mentovato là giù degni”
85“Marzia piacque tanto a li occhi miei,
mentre ch’ì fù di là”, diss’elli allora,
“che quante grazie volse da me fei.
{mosgoogle}Da questi versi si capisce che Catone pur avendo amato Marzia ,adesso, nella vita ultraterrena è indifferente all'ex moglie. Marzia ad un certo momento del matrimoni, ha abbandonato Catone, successivamente è ritornata dal marito. Insomma una storia di tradimento. In una superficiale nota che ho letto sulla Divina Commedia, risulta che Marzia se la “intendeva” con il retore Ortensio, amico di Catone. “Povero Catone” ho pensato “Non solo non critica Marzia per la sua infedeltà, ma aggiunge che la porta sempre nel suo cuore. Non ha avuto fortuna questo pover’uomo con le donne. Lui, uomo dai sani principi, integerrimo, non solo doveva sopportare una sorella che amoreggiava con il suo peggiore nemico, Cesare, ma anche una moglie che lo cornificava co n il suo migliore amico Ortensio”. Un dubbio tuttavia mi assaliva, perché Dante pone Marzia che è una concubina nel Limbo, accanto a nobili spiriti e non la colloca come minimo nel girone dei lussuriosi? Perché Dante la condanna in un luogo dove la pena è minore?. E’ impossibile che il sommo poeta fiorentino compia qualcosa senza avere un buon motivo. Ed infatti ad una più approfondita analisi viene fuori la verità. Una verità che a chi non è pratico delle abitudini dei romani , può sfuggire. E’ necessario fare una breve precisazione su quello che era il matrimoni presso i romani.
Il matrimonio con la conventio in manum era la forma più antica, mediante la quale la donna veniva a far parte della famiglia del marito ed era soggetta al suo potere (manus) nello stesso modo in cui i figli erano soggetti alla patria potestas. Veniva, cioè a trovarsi anche lei in condizioni di figlia per tutto ciò che concerneva i diritti familiari e successori. Il matrimonio sine manu o libero, la moglie continuava ad appartenere alla famiglia paterna, soggetta alla potestas del proprio padre e conservando i diritti successori della famiglia d’origine. Per sciogliere tale matrimonio era sufficiente la semplice separazione personale dei coniugi.
In poche parole la donna è una merce che viene utilizzata secondo le necessità. Ritorniamo ora alla nostra Marzia . Dopo aver letto come sono andate realmente le cose mi sono reso conto che non solo Marzia è innocente e non ha fatto le corna a Catone, ma avrebbe meritato molto più del Limbo, addirittura il Paradiso. Vediamo un po’ come andarono le cose.
Catone aveva sposato Marzia, la figlia di Filippo, quando era ancora molto giovane, i due si amavano ed avevano avuto anche dei figli. Catone era molto amico di Ortensio, il quale era pur egli sposato, ma per sua sfortuna era sposato con una donna sterile. Il problema della discendenza presso i romani era una cosa molto, ma molto seria. Particolarmente per le classi sociali agiate e nobili, avere una discendenza era una cosa estremamente importante, ecco perciò che per Ortensio era una gran disgrazia non avere avuto figli da sua moglie. Quello che accadde dopo, deve essere visto con gli occhi degli antichi romani, perché se lo si osserva con la mentalità di oggi, sarebbe non solo incomprensibile, ma un vero triangolo di libidine. Presso i romani, all’epoca di Catone, soprattutto presso i nobili, non era affatto strano chiedere in prestito ad un amico la moglie per potere procreare. Assurdo vero? Eppure le cose funzionavano così, e nessuno se ne scandalizzava. “Caro amico” si dicevano “sai, mia moglie è una brava donna, però poverina non riesce a darmi dei figli, mica mi puoi prestare la tua per un po’ di tempo ?, giusto il tempo di farci un figlio e garantirmi una discendenza, poi te la ridò indietro”. Una cosa del genere oggi verrebbe lavata con il sangue, al tempo di Catone era normale. Nessuno si scandalizzava e tutto andava tranquillo. Sembra impossibile ma era così!.
La storia di questo triangolo Catone-Ortensio-Marzia viene descritta da Plutarco, il quale racconta che Quinto Ortensio, amico per la pelle di Catone, non potendo avere dei figli dalla moglie si reca da Catone e gli chiede se può prestargli la figlia, sposata con Bibulo. Vi rendete conto? Questa richiesta non era eccezionale e neppure tanto strana. Abbiamo detto che il pater familias aveva potere assoluto sulle figlie anche dopo sposate, ecco allora che Catone poteva dare il suo consenso a questa richiesta, e la povera figlia, che si chiamava Porcia, sarebbe finita nelle mani del vecchio amico di Catone. Come andarono le cose non lo so, ma si sa che Catone non accettò questa richiesta dell’amico, ma entrambi avevano interesse a stringere un rapporto di parentela molto stretto, e quale migliora cosa di mettere in comune la moglie di uno dei due, ecco allora che Catone non accetta di dare la figlia, ma propone di cedere la moglie, Marzia. Catone però non poteva decidere il destino di Marzia, aveva bisogno del consenso del suocero, Filippo, che tranquillamente accetta la richiesta di Ortensio. Marzia va quindi in sposa al cinquantenne Ortensio a cui dà due figli. Suona molto strano , eppure non siamo di fronte né ad uno scambio di coppia, né a dei maniaci sessuali, anzi la moralità e la rettitudine di Catone erano famosi per tutta Roma. Le cose andarono così perché ripeto, a Roma era una cosa normale e pochi avevano a che ridire. Certo, Cesare che era nemico di Catone, lo accusò, ma non lo accusò di aver compiuto qualcosa di illecito, gli disse solamente che voleva sfruttare con questo prestito le amicizie e la potenza di Ortensio, cioè l’accusa non era di immoralità ma solo di voler approfittare di Ortensio. Insomma il comportamento di Catone venne criticato, ma solo con riferimento alla ragioni che lo determinarono, non per il fatto in sé di aver ceduto sua moglie ad un amico.
Ora aggiungiamo un po’ di sale alla faccenda e riferiamo quello che dice Plutarco. Quando Marzia viene ceduta ad Ortensio, era incinta. Orrore! Ed invece anche questo era una cosa normale. Non era la prima volta che accadeva una cosa del genere e non sarebbe stata nemmeno l’ultima. Chiariamo meglio la vicenda: da un punto di vista giuridico, la donna non veniva dato in moglie dall’ex marito, bensì dal padre. La presenza dell’ex marito, quando la sposa era incinta, era un fatto sociale, era il segno del suo consenso, la dimostrazione dell’accordo, la consacrazione di un’alleanza che univa non due, ma ben tre famiglie. La cessione della moglie incinta, insomma, non era un fatto eccezionale, ma era una pratica riprovata.
Alla morte di Ortensio, Marzia ritorna da Catone. Lucano descrive la scena in questo modo: “Il sole dissipava le gelide ombre, quando alla porta venne a bussare Marzia veneranda Marzia, piangente per Ortensio, il cui sepolcro aveva appena lasciato…E così parlò, mesta; finchè vi era in me ancora sangue, finchè vi era forza materna, Catone, ho fatto quel che mi hai ordinato, Catone. Ho avuto due mariti e ho dato loro dei figli. Ora torno con ventre stanco, esausta dai parti, non più in grado di essere ceduta a un altro uomo. Concedimi di rinnovare i casti legami del primo letto; dammi il nome soltanto di moglie; che sia lecito scrivere sulla mia tomba:”Marzia, moglie di Catone”. Dante ne dà un’ampia interpretazione allegorica, vedendo nel ritorno di Marzia al primo sposo, il ritorno dell’animo a Dio nell’età estrema della vita. Ecco spiegato quindi il motivo per cui Dante non solo colloca Marzia nel Limbo ma addirittura mette Catone a guardia del Purgatorio, evidentemente Dante non ci trova nulla di strano nella vicenda, anzi Marzia viene citata come esempio di amore coniugale. E’ strano, lo so, fa un certo effetto, ma questo dimostra alcune cose. La prima, che le cose del mondo sono mutevoli, e quello che oggi ci appare sacro e inviolabile, forse un giorno non lo sarà, la seconda cosa dimostra che Dante non è quel bacchettone che parecchi credono, se fosse stato tale non avrebbe collocata Marzia nel Limbo ,ma l’avrebbe condannata senza riserve, invece si compenetra nelle abitudini dell’epoca ed assolve alla grande la moglie di Catone. Viva Dante!
Altra donna che è collocata nel Limbo è Cornelia. Figlia di Publio Cornelio Scipione Africano. Cornelia è stata una gran donna, al punto tale che le fu eretta una statua di bronzo nel Foro romano, cosa che non era mai capitata ad una donna. Dante non può esimersi dal collocarla tra i grandi spiriti del Limbo, poiché egli era la “mente” dell’opera riformatrice dei suoi grandi figli Tiberio e Caio Gracco. Cornelia aveva sposato Tiberio Sempronio Gracco, ma ben presto rimase vedova, a quel punto si dedicò all’educazione della sua famiglia. Si narra di aver rifiutato il matrimonio con Tolomeo VIII Evergete e quindi rinunciare ad essere regina d’Egitto. Cornelia è rimasta famosa nella storia per la sua frase Haec ornamenta meco (ecco i miei gioielli) allorquando si dice che rispose, ad una matrona che ostentava le sue pietre preziose, mostrando i suoi figli Tiberio e Caio. In questa frase è racchiusa tutta la romanità delle donne dell’epoca. Forte, coraggiose grande educatrice e poco sensibile alle lusinghe del denaro.
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