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NoParafrasi
- Domenica 09 Novembre 2008
- Sezione:
- Categoria: Canto III
Attraverso me si va nella città dolente,
attraverso me si va nell’eterno dolore
attraverso me si va tra la perduta gente.
La giustizia ha spinto il mio grande creatore,
mi crearono il potere divino,
la più alta sapienza e l’amore originario.
Prima di me non furono create
Se non cose eterne ed io esisto dall’eternità.
Lasciate ogni speranza, o voi che entrate”.
Io vidi queste parole oscure
Scritte sulla sommità di una porta,
per cui dissi:”Maestro,
il loro significato mi impaurisce”.
Ed egli mi rispose, da persona esperta:
“E’ necessario che qui
Si abbandoni ogni dubbio,
qui devi eliminare ogni viltà.
Noi siamo giunti nel luogo,
di cui ti ho parlato,
nel quale tu vedrai le persone afflitte
che hanno perso la verità suprema”.
E dopo avermi preso per mano
Col volto sereno, per cui io mi rincuorai,
mi condusse nel mondo segreto.
Qui sospiri, pianti e profondi lamenti
Risuonavano nel buio senza stelle,
per cui io subito mi misi a piangere.
Varie lingue, pronunce orribili
Parole di dolore, esclamazioni d’ira
Voci potenti e deboli, colpi di mani
Creavano un tumulto che si agita
Sempre in quell’atmosfera
Eternamente oscura
Come la sabbia quando soffia il turbine.
E io, che avevo la mente piena di dubbi
Dissi:”Maestro, cos’è quello che sento ?
Quale gente sembra
Tanto sopraffatta dal dolore ?”.
Ed egli “Questa misera pena
È propria delle anime meschine
Di color che vissero
Senza fare né il bene né il male.
Sono mescolati a quella spregevole schiera
Degli angeli che né si ribellarono
Né furono fedeli a Dio,
ma furono neutrali.
I cieli li scacciano
Per non perdere la loro bellezza,
ma non li accoglie nemmeno
il profondo inferno
perché dai dannati si avrebbero gloria.”
Ed io:”Maestro, cosa li opprime tanto
Da farli lamentare così intensamente !”
Rispose:”Te lo dirò in breve.
Questi non hanno la speranza di morire
E la loro condizione tenebrosa
È tanto bassa
Che sono invidiosi
Di qualsiasi altro destino.
Nel mondo
Non hanno lasciato alcun ricordo;
la misericordia e la giustizia li ignorano,
non ragioniamo di loro,
ma guarda e passa.”
E io, guardandoli ancora,
vidi una bandiera
che correva girando tanto veloce
da sembrare incapace di arrestarsi;
e dietro ad essa
correva una così grande folla di gente,
che io non avrei mai creduto
che la morte ne avesse decomposta tanta.
Dopo aver riconosciuto qualcuno,
individuai l’anima di colui
che fece il grande rifiuto per viltà.
Immediatamente capii
Che questo era il gruppo dei vili,
che non piacciono
né a Dio, né ai suoi nemici.
Questi sciagurati,
che non furono mai veramente vivi,
erano nudi e punzecchiati continuamente
da mosconi e da vespe.
Quelli rigavano il loro volto di sangue,
che, mischiate alle lacrime, ai loro piedi
era raccolto da vermi schifosi.
E quando cominciai a guardare oltre,
vidi gente presso la riva di un grande fiume,
per cui dissi:” Maestro concedimi
che sappia chi sono e quale legge
le fa sembrare così desiderose
di varcare il fiume,
così almeno mi pare di capire
attraverso la debole luce”.
Ed egli a me:”Le cose ti saranno chiare
Quando ci fermeremo
Sulla triste sponda dell’Acheronte”.
Allora con lo sguardo mortificato e basso,
temendo che il mio discorso fosse spiacevole,
evitati di parlare fino al fiume.
Ed ecco giungere verso di noi con una nave
Un vecchio, canuto per la sua antica età,
gridando:”Guai a voi, anime malvagie !
non sperate mai di vedere il cielo:
io vengo per condurvi all’altra riva,
nelle tenebre eterne, nel caldo e nel gelo.
E tu che sei qui, anima viva,
allontanati da questi che sono morti”.
Ma poiché vide che io non me ne andavo,
disse:”Per altra via, per altro porto
giungerai alla riva per passare, non qui:
ti dovrà portare una barca più leggera”.
E la mia guida a lui
“Caronte, non t’arrabbiare:
ciò è stabilito lassù
dove si ottiene ciò che si vuole,
e non chiedere altro.”
Allora si acquietarono le guance barbute
Del traghettatore della palude limacciosa
Dagli occhi cerchiati di fiamme.
Ma quelle anime,
che erano affrante e nude,
cambiarono coloro e batterono i denti,
non appena compresero le parole crudeli
maledicevano Dio e i loro parenti,
la specie umana, il luogo e il tempo,
gli avi e i posteri.
Poi si raccolsero tutte quante insieme,
piangendo intensamente,
sulla riva dei malvagi
che attende tutti gli uomini
che non temono Dio.
Caronte, il demonio
Con gli occhi di brace,
facendo loro un cenno li raccoglie tutte,
colpisce con il remo chiunque si sdraia.
Come in autunno cadono le foglie
Una dopo l’altra, fino a quando il ramo
Le vede tutte sparse a terra,
così i malvagi discendenti di Adamo
si gettano su quella riva ad uno ad uno,
per i cenni, come l’uccello al richiamo.
Così attraversano l’acqua scura
E prima che siano discesi all’altra riva,
da questa parte si accalca un nuovo gruppo.
“Figlio mio” disse il nobile maestro
“tutti quelli che muoiono
In peccato mortale
Vengono qui da ogni paese;
e sono pronti ad attraversare il fiume
perché li spinge la giustizia divina,
così la paura si tramuta in desiderio.
Da qui non passa mai un’anima buona,
perciò Caronte si lamenta di te,
puoi ormai ben comprendere
le sue parole”.
Terminato questo discorso,
la campagna buia
tremò così forte che per lo spavento
ancora la fronte si bagna di sudore.
Quella terra di lacrime sprigionò un vento
Che produsse una luce rossa
La quale mi fece perdere i sensi,
e caddi come chi è vinto dal sonno.
| Caron Dimonio → |
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