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L'ombra di colui, che fece per viltade il gran rifiuto: Papa Celestino V (versi 52-69)

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Nell’enorme folla che Dante vede tra gli ignavi, scorge una persona. Lo riconosce e lo indica come “l’ombra di colui, che fece per viltade il gran rifiuto”. Sull’identità di questo fantomatico personaggio molti studiosi della Divina Commedia si sono spremuti le meningi. L’ipotesi più attendibile è che sia papa Celestino V, colui che dopo pochi mesi di papato, abdicò a favore di Bonifacio VIII, acerrimo nemico di Dante e pertanto causa delle sue sofferenze.

 

{mosgoogle}Questa schiera di anime gira correndo in circolo, intorno ad una bandiera che non ha nessun simbolo né insegna, è la bandiera dei vili, di coloro i quali nella vita non si schierarono sotto nessuna insegna e che quindi per la legge del contrappasso, nell’inferno inseguono un vacuo simbolo.

Numerosa è la schiera di dannati che corre dietro questa bandiera, Dante afferma di non aver mai visto una folle così enorme e mai avrebbe pensato che tante fossero le anime ignave, ma come già detto l’ignavia è un peccato molto diffuso, forse quello più diffuso.

 

52E io, che riguardai, vidi una ‘nsegna

Che girando correva tanto ratta,

che d’ogne posa mi parea indegna;

 

55e dietro le venìa sì lunga tratta

di gente, ch’i non avrei creduto

che morte tanta m’avesse disfatta.

 

58Poscia ch’io ebbi alcun riconoscimento,

Vidi e conobbi l’ombra di colui,

che fece per viltade il gran rifiuto.

 

Dante scorge nella moltitudine delle anime, una persona che conosce e lo indica con la seguente espressione: “Vidi e conobbi l’ombra di colui, che fece per viltade il gran rifiuto”Poteva Dante rendere la vita facile ai suoi lettori? No. Ecco quindi che questo “signore” che fece il gran rifiuto ha fatto impazzire milioni di studiosi che si sono cimentati nella lettura del III canto dell’Inferno. Le ipotesi su chi possa essere il personaggio sono state tante, le più note sono 1) Ponzio Pilato, 2) Il Cardinale Matteo Rosso Orsini, il quale dopo la rinuncia di Celestino, era stato eletto al primo scrutinio dal Conclave ma rifiutò l’elezione per sostenere con forza la candidatura del futuro papa Bonifacio VIII 3) Esaù 4) nessuno, nel senso che Dante ha voluto indicare un personaggio-emblema, termine allusivo di una disposizione polemica, che investe non un uomo singolo, ma tutta la schiera innumerevole degli ignavi. 5) Infine Celestino V, il candidato numero uno, quello secondo il quale vuole alludere Dante. Sarebbe lui la persona che “fece per viltade il gran rifiuto” Su questo personaggio dobbiamo accentuare la nostra attenzione.

Vediamo quindi di cosa l’accusa Dante e perché lo pone negli ignavi.

 Papa Celestino V, come tutti i papi aveva in realtà un proprio nome, si chiamava Pietro Angeleri. Successivamente venne chiamo Frà Pietro da Morrone poiché divenne monaco. Il povero Celestino era nato da una povera famiglia di contadini e come si suol dire “non aveva grilli per la testa”, era profondamente religioso e non aspirava a nient’altro che dedicarsi a Dio.

Da subito decise di aderire all’ordine dei Benedettini, ma quest’ordine non soddisfava appieno la sua grande religiosità per cui si dedicò all’eremitaggio. La fama della sua profonda devozione, giunse a Roma, per cui Frà Pietro da Morrone,  venne ordinato sacerdote. Di queste mondanità ecclesiastiche però il frate eremita non era per nulla attratto, amava la vita solitaria e la preghiera, tuttavia raccolse ingenti fonti provenienti dalla curia romana con cui costruì abbazie. In sostanza Fra Pietro da Morrone non era un emerito sconosciuto, come dire, viveva da eremita, però aveva ben capito che l’appoggio della curia romana era importante. Nel 1295, fra Morrone venne clamorosamente eletto Papa, in maniera inaspettata e insospettata. Lungi da lui l’idea che potesse diventare papa, invece venne eletto (ma esistono altre versioni secondo le quali il Fra Morrone, non era poi così ingenuo, e la sua elezione era fasulla per favorire in seguito l’elezione di BonifacioVIII). Comunque andarono le cose  Fra Morrone divenne Celestino V. La vita da papa non era fatta per lui, uomo semplice che amava l’eremitaggio. Ecco che allora dopo appena cinque mesi dalla sua elezione si dimette da papa e scrive questa bella lettera:

“Io papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezze del mi corpo e la malignità della plebe (di questa plebe), al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore, la Chiesa Universale”.

Ecco il gran rifiuto di papa Celestino. Quando ci sia di vero nella spontaneità di questa lettera è un bel mistero, perché pare che essa sia stata compilata dal cardinal Caetani, il quale aveva calcolato tutto e sapeva che l’abdicazione di Celestino V comportava la sua elezione. Cosa che avvenne e Catani venne eletto col nome di Bonifacio VIII, gran nemico di Dante, e questo spiega perché il rifiuto di Celestino V sarà una gran jella per Dante.

Se Celestino V pensava di togliersi dai guai abdicando si sbagliava di grosso, poiché il cardinal Caetani, temendo uno scisma da parte dei cardinali filo-francesi a lui contrari, diede disposizioni affinchè l’anziano frate fosse messo sotto controllo, temendone un rapimento da parte dei suoi nemici.

Il 19 maggio del 1296 Pietro Angelari, nonché Frà Pietro Morrone alias papa Celestino V muore nella rocca di Fumone, in Ciociaria. La versione ufficiale sostiene che sia morto dopo aver recitato l’ultima messa, ma l’ipotesi più probabile sostenuta da un’analisi svoltasi sulla salma nel 1888 rivela che in realtà fu ucciso tramite il conficca mento di un chiodo nel cranio.

Morale della favola: Il rifiuto di Papa Celestino V crea un casino di problemi a Dante il quale ebbe come gran nemico Bonifacio VIII, colui che in pratica lo condannò all’esilio. Il povero Celestino (ma, come detto non si è proprio sicuri della sua buona fede), quindi pur non volendo creare al poeta fiorentino nulla che gli potesse nuocere, viene punito severamente da Dante, che lo tratta come un vile, un disonesto, un ignavo, incapace di assumersi delle responsabilità. Premesso che in realtà nessuno sa come veramente andarono le cose, ritengo che Dante sia troppo severo nei confronti del povero frate. Supponiamo che veramente il frate fosse in buona fede e che la sua elezione avvenne malgrado il suo volere, supponiamo che si rese conto abbastanza presto di non essere idoneo a quel ruolo, porca miseria!, bisogna ammirarlo, in un mondo (quello medievale come quello di oggi) dove non si dimette dal suo incarico nessuno e tutti cercano di stare il più a lungo possibile con il proprio didietro attaccato alla poltrona, bisognerebbe applaudire un uomo che diventa papa, suo malgrado, capisce che non è all’altezza del suo compito e si dimette. Cosa mai poteva sapere il buon frate che il cardinal Caetani sarebbe diventato Bonifacio VIII e avrebbe creato un mucchio di guai a Dante ?. Mi sembra onestamente che Dante esageri e non può scaricare i suoi problemi su un uomo che nulla poteva prevedere. Questo vale se le cose sono andate così, se viceversa celestino V si sia prestato al gioco del furbo e potente cardinal Caetani , allora le cose sono un po’ diverse e ben fa Dante a piazzarlo negli ignavi. Però un sospetto viene. Dante non è il tipo di non fare nomi e cognomi. Quando si tratta di condannare un peccatore all’inferno, Dante lo nomina e dà le sue generalità. Perché questo non lo fa con papa Celestino ? perché dice e non dice ? In realtà non lo nomina, tanto che come detto , molti dubitano che possa essere Celestino V, e pensano ad altri personaggi storici. Non sarà che Dante condanna il pontefice da un punto di vista politico ma in realtà non se la sente di condannare all’inferno un uomo che ha dedicato la vita alla preghiera? E’ un giudizio severo e grave e Dante non è affatto convinto, perché sono sicuro che altrimenti avrebbe scritto, che “l’uomo del gran rifiuto è Celestino V e non avrebbe lasciato ai posteri alcun dubbio.

 

61Incontanente intesi e certo fui

che questa era la setta d’i cattivi,

a Dio spiacenti ed à nemici sui.

 

64Questi sciagurati, che mai non fur vivi,

erano ignudi e stimolati molto

da mosconi e da vespe ch'eran ivi.

 

67Elle rigavan lor di sangue il volto,

che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi

da fastidiosi vermi era ricolto.

 

 

Dante comprende allora che quella è la schiera dei vili, disprezzati da Dio, ma anche dal diavolo  che addirittura non li ritiene degni nemmeno di stare nell’inferno.

Terribile è la pena che tocca a queste sciagurate anime. Esse che nella vita cercarono sempre di non assumere nessuna posizione, onde evitare situazioni spiacevoli, adesso versano lacrime, piangono, sono coinvolti, sono costretti a piangere tutte quelle lacrime che nella loro vita hanno cercato di non versare, essi sono tormentati da insetti putridi e schifosi, mosche ed api che continuamente li pungono e si nutrono delle loro secrezioni. Ai loro piedi, vermi schifosi scivolano e si nutrono del loro sangue e delle loro lacrime. Il loro rapporto con questi schifosi animali, sottolinea ulteriormente il loro coinvolgimento con le cose più schifose che nella vita hanno tentato di scansare.

Ultimo aggiornamento Domenica 01 Febbraio 2009 11:10

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