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Caron Dimonio

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Dante giunge sulle rive del fiume mortale, l’Acheronte, dove sono riunite tutte le anime dei dannati che devono essere traghettate per giungere nell’inferno. Un terribile demonio, Caronte, con gli occhi di brace, giunge su una barca a caricare le anime, che tremante e bestemmiando per il loro infame destino, vengono condotte verso l’eterna sofferenza.

 

{mosgoogle}I due poeti stanno passando oltre la schiera degli ignavi, il viaggio che li attende sarà doloroso e lungo. Dante volge lo sguardo oltre e vede una gran folla di persone sulle sponde di un fiume. Si tratta del mitico fiume Acheronte dove secondo la mitologia le anime dei morti giungevano per essere traghettati all’inferno.( L’acheronte è un fiume che si trova in Epiro, regione nord-occidentale della Grecia, nei pressi della cittadina di Parga, sulla costa che fronteggia l'isola di Corfù. È un affluente del lago Acherusia e nelle sue vicinanze sorgono le rovine del Necromanteio, l'unico oracolo della morte conosciuto in Grecia).

Dante non distingue bene quella schiera di anime che attendono sulle rive del fiume, per cui chiede a Virgilio chi sono e cosa fanno lì. E’ una delle tante domande che Dante rivolge alla sua guida. E’ chiaro che il poeta cerca di nascondere la sua paura e di razionalizzare tutte le cose che si svolgono in quel terribile luogo. Dante chiede a Virgilio:”Chi sono quelle persone e perché, anche se non distinguo bene, considerata la lontananza sembrano così ansiose di attraversare il fiume?”. Virgilio risponde:”A queste domande avrai la giusta risposta quando giungeremo sulle rive del triste fiume che si chiama Acheronte, là capirai e vedrai che destino terribile attende quelle anime”.

Dante si dispiace di aver posto quella domanda al suo maestro, i l quale ha risposto in modo un po’ risentito facendogli capire che è inutile che faccia domande alle quali troverà poi risposta, per cui Dante abbassa gli occhi per la vergogna e se ne sta zitto sino all’arrivo sulle rive dell’Acheronte.

 

70E poi ch’a riguardar oltre mi diedi

vidi genti a la riva d’un gran fiume;

perch’io dissi “Maestro, or mi concedi

 

 

73ch’i sappia quali sono, e quel costume

le fa di trapassar parer si pronte,

com’io discerno per lo fioco lume”

 

76ed elli a me “Le cose ti fier conte

quando noi fermerem li nostri passi

su la triste riviera d’Acheronte”,

 

 

79Allor con li occhi vergognosi e bassi,

temendo no ‘l  mio dir li fosse grave,

infino al fiume del parlar mi trassi.

 

I versi che seguono sono un’autentica sinfonia. Noti praticamente a chiunque abbia fatto anche le scuole medie, sono quelli che gli insegnati in genere fanno imparare a memoria a tutti gli alunni, per cui è molto facile che anche persone che non sanno neanche chi sia Dante conoscono il mitico traghettatore infernale, ossia quel Caron dimonio che con i suoi occhi di brace trasporta tutte quelle disgraziate anime da una sponda all’altra dell’Acheronte.

Caronte, figlio dell’Erebo e della notte, traghettatore infernale. E’ il primo dei personaggi della mitologia classica, che Dante trasferisce a una funzione demoniaca, deformandolo nell’aspetto esteriore e nelle caratteristiche morali, ma spesso conservando ad essi un’impronta di vigoria e un rilievo statuario, che è la traccia residua, e tutta esterna ormai, della loro antica dignità ed autorità. Il suo nome indica il fiammeggiare degli occhi.

Sui versi che seguono francamente non c’è nulla da aggiungere. Quando si ascolta una musica di Mozart o di Beethoven, si tace e in silenzio si ascolta: leggiamo questi meravigliosi versi.

 

 

82Ed ecco verso di noi venir per nave

un vecchio, bianco per antico pelo,

gridando: “guai a voi anime prave !

 

85non isperate mai veder lo cielo

i vegno per menarvi a l’altra riva

ne le tenebre etterne, in caldo e  ‘n gelo.

 

 

88E tu che sè costi anima viva,

partiti da cotesti che son morti”

ma poi che vide ch’io non mi partiva,

 

 

91disse “Per altra via, per altri porti

verrai a piaggia, non qui ,per passare:

più lieve legno convien che ti porti”

 

 

94E ‘l duca lui “Caron, non ti crucciare:

vuolse così colà dove si puote

ciò che si vuole, e più non dimandare”.

 

97Quinci fuor quete le lanose gote

al nocchier de la livida palude

che ‘ntorno a li occhi avea di fiamme rote.

 

L’immagine del demonio Caronte che con la sua tetra imbarcazione arriva sulle rive dell’Acheronte terrorizza le anime dei dannati che consci della loro triste sorte, se avevano nutrito una minima illusione di scamparla, alla vista di quell’orribile demone, la perdono. Quelle anime, nude, pallide, iniziano a battere i denti tremando, la loro paura è enorme, sanno che il loro destino è segnato. Maledicono tutto e tutti, genitori, fratelli, sorelle e tutto il genere umano che gli hanno dato questa tragica fine.

Che l’Acheronte sia il simbolo della tragica fine che attendono le anime peccatrici è fuori dubbio, ma spesso l’idea di questo tetro fiume rimanda a molte situazioni che sono avvenute ed avvengono nella vita reale. Basti pensare alla vita dei lager durante la II guerra mondiale o a quella dei gulag sovietici per rendersi conto di quanti “Caron dimonio” e quante rive dell’Acheronte sono esistite ed esistono sulla terra. Ma qui all’inferno la situazione è diversa, la differenza consiste nel fatto che queste anime non hanno nemmeno la speranza della morte che possa liberarle dall’incubo che vivono. La morte a volte, nelle situazioni più disperate resta l’unica speranza. La morte liberatrice nell’inferno non ci sarà, la sofferenza è eterna.

 

 

100Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,

cangiar colore e dibattero i denti;

ratto che ‘nteser le parole crude;

 

103bestemmiavan Dio e lor parenti,

l’umana spezie e ‘l loco e ‘l tempo e ‘l seme

di lor semenza e di lor nascimenti.

 

 

106Poi si ritrasser tutte quante insieme,

forte piangendo, a la riva malvagia

ch’attende ciascun uomo che Dio non teme.

 

 

La cattiveria di Caronte si manifesta in tutta la sua brutalità allorquando quelle anime dannate, già tremanti, ormai ridotte allo stremo dalla paura e dalla sofferenza, vengono percosse dal demone, con ferocia, ogni qualvolta si attardano a salire sulla barca.

Caronte è un personaggio abbastanza strano. Indubbiamente la sua cattiveria è palese, ma tuttavia è un personaggio quasi umano. Egli si allontana abbastanza dal prototipo del diavolo che immaginiamo. Non è dotato di poteri straordinari, o almeno non li manifesta, pur tuttavia svolge un compito essenziale e pare godere del fatto che le anime che lo vedono siano terrorizzate dalla sua presenza. Sembra un vecchio rozzo, ubriacone, cattivo, di quelli che ogni tanto si vedono lungo la strada che magari cercano l’elemosina, ma che non suscitano compassione o pietà, piuttosto ribrezzo e magari paura. Non so se Dante ha costruito la figura di questo demone con la volontà precisa di dargli una parvenza di umanità, sicuramente sono molte le persone che nella vita lo ricordano. Il fatto di percuotere con il remo le anime che si attardano a salire sulla barca pone in evidenza l’inutile crudeltà di questo osceno personaggio.

Le anime, come le foglie secche cadono dai rami, così ad una ad una salgono su quella barca che attraverso le nere acque dell’Acheronte li condurrà nell’inferno. Esse rispondono al richiamo di Caronte come gli uccelli a quelli del falconiere. Ma l’orribile spiaggia dell’Acheronte ben presto si riempie di nuove anime che giungono il quel triste luogo per quel tragico trasporto.

 

 

109Caron dimonio con occhi di bragia,

loro accennando, tutte le raccoglie,

batte col remo qualunque s’adagia.

 

 

112Come d’autunno si levan le foglie

L’una appresso de l’altra, fin che ‘l ramo

vede a la terra tutte le sue spoglie,

 

115similemente il mal seme d’Adamo

gittansi di quel  litio ad uno ad uno,

per cenni come augel per suo richiamo

 

 

118cosi sen vanno su per l’onda  bruna,

e avanti che sien di la discese,

anche di qua nuova schiera s’auna

 

Virgilio capisce che è giunto il momento di dare spiegazioni allo spaventato Dante e gli ricorda che su questa spiaggia giungono le anime di tutti i peccatori. Per loro non c’è ne scampo né pietà e lo sanno bene, anzi essi sono ansiosi di attraversare il fiume perché così sapranno la pena a cui sono condannate per l’eternità, pertanto anche se spaventate e tremanti come un condannato a morte che spetta la fine per togliersi l’ansia,quest anime sono ansiose affinchè si compia il loro viaggio. Il fatto che Caronte si sia lagnato della presenza di Dante è chiaro, perché lui, il poeta non c’entra niente con quelle anime e Caronte non è mai venuto a contatto con anime che non siano quelle di peccatori.

 

 

 

121“Figliuol mio, “ disse il maestro cortese,

“quelli che muoiono ne l’ira di Dio

tutti convengon qui d’ogni paese;

 

 

124e pronti sono a trapassar lo rio,

che la divina giustizia li sprona,

si che la temi si volve in disio,

 

 

127Quinci non passa mai l’anima buona,

e però, se Caron di te si lagna,

ben puoi sapere ormai che ‘l suo dir suona”

 

 

Dante è al culmine della tensione emotiva. Evidentemente non può più reggere il peso di tanta tensione. In quel tetro luogo si scatena un terremoto. La “buia campagna tremò”, si scatena l’ira della natura in quel luogo ostile dove tutto è dolore e tutto buio, anche la natura è cattiva. Dante non regge, sviene e cade “come l’uom a cui sonno piglia”. In realtà il poeta ricorre per la prima volta, ma lo farà anche in seguito, ad un piccolo espediente. Non sa come uscire fuori dalla situazione, per cui sviene in questo modo si risveglierà fuori da questo contesto.

 

 

 

130Finito questo, la buia campagna

tremò si forte, che de lo spavento

la mente di sudore ancor mi bagna.

 

133La terra lagrimosa diede vento,

che balenò una luce vermiglia

la qual mi vinse ciascun sentimento;

 

136e caddi come l’uom cui sonno piglia.

 

 

Ultimo aggiornamento Domenica 01 Febbraio 2009 11:39

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