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Il viaggio della paura. Dante non è un eroe, ha paura (versi 1-36)

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Dante ha paura. Esprime a Virgilio le sue perplessità ritenendosi inadeguato al pericoloso viaggio che lo attende. Pensa che questa impresa è stata compiuta da uomini come Enea o come S. Paolo. Lui non si ritiene all’altezza di questi grandi personaggi e quindi chiede a Virgilio di esentarlo da questa impresa.

 

{mosgoogle}Dante deve dunque intraprendere questo doloroso viaggio, egli ha paura e lo dimostra apertamente. L’apparizione di Virgilio lo conforta, gli infonde coraggio, tuttavia, continua a sentirsi un uomo solo, poichè pur nutrendo grande fiducia in Virgilio, sa che il poeta mantovano è pur sempre uno spirito, un’ombra che vaga nelle tenebre e per Dante questo non è motivo di conforto. E’ l’ora che volge al tramonto, dove l’umanità trova un po’ di pace (questo ai tempi di Dante, dove le persone che normalmente lavoravano durante le ore diurne la sera si riposavano. Non c’era l’elettricità nel 1300, dunque non c’era sicuramente molta vita notturna. Non esistevano le discoteche o altri posti simili dove passare la notte in lieta compagnia. Non c’era neanche la televisione e neppure il cinema, insomma la sera era l’ora del riposo, e non l’ora in cui ai tempi nostri inizia una nuova giornata!). L’unico che non rientrava dalla sua attività era Dante che in compagnia di un fantasma (Virgilio) si accingeva ad un’impresa terribile, entrare nel regno dei morti, uscirne vivo e raccontare all’umanità tutta quello che aveva visto. Non era certo roba da poco conto!

L’inizio di questo secondo canto è lento, la premessa di Dante sottolinea ulteriormente la grandezza dell’impegno che il poeta si è assunto Sembra che Dante a volte voglia intendere  “Ma chi me lo ha fatto fare?, ma perché mi sono imbarcato in quest’avventura?”. Va sottolineato il fatto che mai Dante lascia trapelare che il suo racconto sia pura invenzione, nemme no una volta lascia intendere che il viaggio è inventato. Tutto è vero. Quello che gli capita non è frutto dell’immaginazione ma pura verità, e non essendo lui superman, o per dirla con gli eroi di oggi un Rambo, trema dalla paura, ma vedremo che fra poco Virgilio cercherà di tranquillizzarlo.  Dante per dirla con le sue parole “s’apparecchiava a sostener la guerra”ossia ad intraprendere il terribile cammino, confidando nella sua memoria affinchè potesse ricordare e trascrivere tutto.

Considerata l’importanza e la grandezza del compito Dante invoca le muse, affinchè possano soccorrerlo e dargli una mano per trascrivere quello che sta per vedere. Dante sa di essere un grande poeta, qui fa professione di umiltà, chiedendo aiuto alle muse. In realtà è perfettamente conscio del fatto che lui, è l’unico che possa descrivere con linguaggio a tutti comprensibili quello che andrà a vedere.

 

 

1Lo giorno se n’andava e l’aere bruno

toglieva li animai che sono in terra

da le fatiche loro; e io sol uno

 

4m’apparecchiava a sostener la guerra

sì del cammino e sì de la pietate,

che ritrarrà la mente che non erra.

 

7muse, o alto ingegno, or m’aiutate;

o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,

qui si parrà la tua nobilitate.

Nonostante le raccomandazioni di Virgilio, Dante non è affatto tranquillo. Si rivolge alla sua guida e come per impietosirlo gli dice:”Perché pensi che le mie capacità siano così salde da potere affrontare questa terribile impresa? Questa è un impresa che solo Enea è riuscito a compiere ed io non sono certo all’altezza del supero eroe troiano”. Ancora una volta traspare la profonda umanità di Dante, egli non è un eroe, non osa paragonarsi ad Enea, il quale tra l’altro godeva anche della protezione della madre Venere. Enea era il supereroe per antonomasia, lui certo che poteva scendere all’inferno e ritornare vivo e vegeto. Dante è solo un poeta, chiede quindi conforto a Virgilio :”Lasciami andare, questo compito non è per me, non sono all’altezza di fare quello che ha fatto Enea”

 

10Io cominciai: “Poeta che mi guidi,

guarda la mia via virtù s’ell’è possente,

prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.

 

13Tu dici che di Silvio il parente,

corruttibile ancora, ad immortale

secolo andò, e fu sensibilmente.

 

Il viaggio di Enea negli inferi aveva uno scopo ben preciso. Enea doveva fondare Roma. Roma divenire impero. L’impero doveva essere il veicolo del Cristianesimo e quindi la culla della religione cattolica, della sua Chiesa e del papato. Ecco che Enea aveva un alto compito.

 

16Però, se l’avversario d’ogni male

Cortese i fu, pensando l’alto effetto

ch’uscir dovea di lui e ‘l chi e ‘l quale,

Se Dio (nemico d’ogni iniquità) fu tanto cortese con Enea, ciò non sembra sconveniente (indegno) a uomo che abbia senno purchè si pensi alle straordinarie conseguenze (alto effetto) che dovevano procedere da lui. Sembra probabile la seguente interpretazione: non sembra disdicevole (indegno) a un uomo savio (omo d’intelletto), se Dio fu largo e liberale (cortese) con Enea , quando pensi che da lui doveva discendere il popolo romano (‘l chi)  e l’impero (‘l quale), perché nella sede di Dio (Empireo ciel) egli era stato predestinato ad essere il padre della città di Roma e dell’impero, cioè della sede del papato. Ma l’interpretazione non è sicura. Altri riferiscono ad Enea la frase medesima: pensando chi fu Enea per le sue virtù e quale egli fu  per le sue nobili condizioni di nascita. Altri ancora vedono nell’espressione ‘il chi e ‘l quale un personaggio: Romolo, Cesare, Ottaviano Augusto.

 

 

19Non pare indegno ad omo d’intelletto,

ch’è fu de l’alma Roma e di suo impero

ne l’empireo ciel per padre eletto

La quale Roma e il quale Impero, furono volute da Dio, perché solo Roma dove diventare la sede del pontefice: Maggior Piero: il primo papa, S. Pietro.

22la quale e ‘l quale, a voler dire lo vero,

fu stabilita per lo loco santo

ù siede il successor del maggior Piero.

Andando negli inferi Enea ascoltò cose dal padre Anchise che fecero si che egli potè compiere imprese vittoriose dal quale scaturì Roma e con essa l’autorità papale

 

25Per quest’andata onde li dai tu vanto,

intese cose che furon cagione

di sua vittoria e del papale ammanto

 

Dante insiste sulla sua incapacità ad iniziare il viaggio e ricorda a Virgilio che non solo Enea, ma che anche San Paolo (lo vas d’elezione) intraprese questo viaggio, ma per motivi fondamentali per la storia dell’umanità. S.Paolo, sappiamo che è stato il più grande missionario di tutti i tempi, non conobbe personalmente Cristo, ma per la sua folgorante chiamata sulla via di Damasco, ne divenne un discepolo fra i più grandi. S. Paolo, in realtà, come la maggior parte degli Ebrei portava due nomi, uno ebraico, Saul che significava “implorato da Dio” e l’altro latino o greco che era Paulus. Un giorno, sulla strada di Damasco, il Signore si rivelò.  Una luce dal cielo l’avvolse e cadendo dal cavallo, udì una voce che gli diceva:”Saul, Saul, perché mi perseguiti?” e lui:”Chi sei o Signore?” e la voce:”Io sono Gesù che tu perseguiti. Orsù alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare” (Atti 9 , 3-7).

Naturalmente questo episodio cambiò la vita di Paolo che da allora divenne l’Apostolo delle Genti. Nella seconda lettera ai Corinzi San Paolo racconta:”Conosco un uomo in Cristo, che quattordici anni fa, se con il corpo o fuori dal corpo non lo so, lo sa Dio, fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo fu rapito in Paradiso e sentì parole indicibili, che non è lecito ad alcuno pronunziare”.

Questa breve vicenda di San Paolo serve per capire a quale impresa Dante sia destinato. Ora se si può dissentire sulla figura di Enea, uscito fuori dalla penna di Virgilio, su San paolo c’è poco da dire, e quindi lecito che Dante si senta intimidito da questi confronti. Ecco quindi che rivolgendosi a Virgi lio gli ricorda che lui non è né Enea, né tantomeno San Paolo, e solo se fosse uscito di senno potrebbe accettare l’invito del maestro.

 

28Andovvi poi lo Vas d’elezione,

per recarne conforto a quella fede

ch’è principio a la via di salvazione.

 

31Ma io perché venirvi ? o chi ‘l concede ?

Io non Enea, io non Paulo sono:

me degno a ciò né io né altri ‘l crede

 

34Per che, se del venire io m’abbandono,

temo che la venuta non sia folle:

se savio, intendi me ch’i non ragiono”.

Ultimo aggiornamento Venerdì 30 Gennaio 2009 20:38

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