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NoParafrasi
- Giovedì 23 Ottobre 2008
- Sezione:
- Categoria: Canto I
Parafrasi del primo canto dell'inferno
Nel mezzo del cammino della mia vita
Mi ritrovai in una selva oscura,
Poiché la retta via era smarrita.
Ahi quanto è duro descrivere com’era
Quella selva selvaggia, intricata e inaccessibile
Che a ripensarci rinnova la paura !
Tanto è angosciosa, Che poco di più lo è la morte,
ma per trattare del bene che io vi trovai,
dirò delle altre cose che io vi ho visto.
Io non so riferire come vi entrai
Tant’era piena di sonno nel momento
Che abbandonai la retta via.
Ma quando giunsi ai piedi di un colle,
là dove terminava quella valle
che m’aveva trafitto il cuore di paura,
guardai in alto e vidi i suoi alti pendii
già rivestiti dai raggi dell’astro
che guida tutti per ogni strada.
Allora si acquietò un poco la paura
Che nel profondo del cuore
Mi aveva afflitto
Durante la notte
Che avevo passato con tanta angoscia.
E mi sentii
Come colui che col respiro affannato,
uscito fuori dal mare sulla riva,
si rivolge all’acqua minacciosa
e la riguarda,
così il mio animo, che ancor fuggiva,
si volse indietro a rivedere il percorso
che non lasciò scampo a nessuno.
Dopo ave riposato un poco
Il corpo stanco,
ripresi il cammino
lungo il pendio deserto
in modo che il piede fermo
era sempre il più basso.
Ed ecco, quasi al cominciare della salita,
una lonza agile e molto veloce,
che era ricoperta di pelo maculato;
e non si scostava davanti a me,
anzi mi impediva il cammino al punto
ch’io fui costretto
a tornare indietro più volte.
Era l’ora al principio del mattino,
e il sole sorgeva insieme a quelle stelle
che erano con lui quando l’amore divino
in principio diede il moto agli astri;
mi facevano sperare di aver ragione
di quella fiera dalla pelle screziata
l’ora del giorno e la dolce stagione;
ma non al punto di evitare
che mi facesse paura
la vista di un leone che mi apparve.
Questi sembrava che venisse contro di me
Con la testa alta e la fama rabbiosa,
così da far sembrare
che l’aria stessa tremasse.
E una lupa, che di ogni brama
Sembrava piena per la sua magrezza,
e che già fece vivere
nella sofferenza molta gente,
mi oppresse al punto di sgomento
con la paura che suscitava il suo aspetto,
che io persi la speranza della salvezza.
E come per colui
Che facilmente acquista beni
Giunge il tempo che gliele fa perdere,
e piange e si rattrista nei suoi pensieri,
così mi rese quella bestia irrequieta,
che, venendomi incontro, a poco a poco
mi respingeva là dove non arrivava il sole.
Mentre io precipitavo nel fondovalle,
davanti agli occhi mi comparve
uno che sembrava affievolito
a causa di un lungo silenzio.
Quando vidi costui
In quel grande luogo deserto
Gli gridai: “pietà di me”
“chiunque tu sia, o spirito o uomo reale”.
Mi rispose:”Uomo non sono, ma lo fui,
e i mie genitori furono lombardi,
ambedue mantovani per nascita.
Nacqui all’epoca di Giulio Cesare,
sebbene alla sua fine,
vissi a Roma sotto il buon Augusto
nel tempo in cui si credeva
agli dei falsi e ingannevoli.
Fui poeta, e cantai di quel giusto
Figliolo di Anchise che venne da Troia,
dopo che Ilio superba fu bruciata.
Ma perché scendi di nuovo
In quel luogo angoscioso ?
Perché non Sali il monte gioioso
Che è origine e ragione di tutte le felicità !
“Ma sei proprio tu,
il famoso Virgilio,
fonte che spargi
un così largo fiume di eloquenza !”
io risposi a lui abbassando la fronte.
“O lume e Onore degli altri poeti,
mi giovi il lungo studio e il grande amore
che mi ha fatto leggere con passione
tutte le tue opere.
Tu sei il mio maestro
E il mio autore preferito,
tu sei il solo da cui appresi
lo stile illustre che mi ha fatto onore.
Guarda la bestia
Per la quale sono tornato indietro,
salvami da lei, famoso saggio,
che mi fa tremare le vene e le arterie”.
“E’ necessario percorrere un’altra via”,
rispose dopo avermi visto piangere.
“Se vuoi fuggire da questo luogo selvaggio,
poiché questa bestia,
per la quale invochi il mio aiuto
non lascia passare nessuno
per la sua strada,
ma lo ostacola fino ad ucciderlo,
e ha una natura così malvagia e crudele,
che non sazia mai il suo appetito,
e dopo il pasto ha più fame di prima.
Molti sono gli animali che contamina,
e saranno ancora di più,
fino a che verrà il Veltro
che la farà morire nel dolore
Questo non sarà avido di terra
Né di ricchezze,
ma di sapienza, amore e virtù,
e nascerà tra genti umili.
Sarà la salvezza di quella misera Italia
Per la quale morirono di morte cruenta
La vergine Camilla
Eurialo e Turno e Niso.
Il Veltro la caccerà di città in città,
finchè non l’avrà riportata nell’Inferno,
dal quale la fece uscire
l’invidia del demonio.
Perciò penso e giudico per il tuo meglio
Che tu mi debba seguire,
e io sarò la tua guida,
ti trarrò di qui
attraverso un luogo eterno
dove udrai grida disperate,
vedrai gli spiriti
che soffrono dai tempi antichi,
che invocano una seconda morte,
e vedrai coloro che sono contenti
pur nella loro pena,
perché sperano di giungere
prima o poi tra le genti beate.
Se tu vorrai salire a quelle
Ci sarà un’anima
Più degna di me per questo:
con lei ti lascerò quando mi separerò da te;
poiché quell’imperatore che regna lassù,
dato che fui ribelle alla sua legge,
non vuole che io entri nella sua città.
In tutto l’universo regna,
e lì esercita il suo dominio,
lì si trova la sua città e il suo trono:
o felice colui che egli sceglie
di farvi risiedere”.
E io a lui: O Poeta, ti prego
In nome di quel Dio
Che tu non conoscesti,
affinché fugga questo male
e altri ancora peggiori
che tu mi porti là dove hai detto,
così che io veda la porta di San Pietro
e color che tu descrivi così infelici”.
Allor si mosse, e io gli tenni dietro.
Fonte: "La divina commedia a cura di Natalino Sapegno"
| Il Veltro tra feltro e feltro (100-136) → |
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