Divina commedia
Libri
I Sogni e psicoanalisi
Vedi anche
Italiano
Latino
Greco
Vedi anche
Varie
Informatica
Utenti online
NoNel mezzo del cammin di nostra vita (versi 1-30)
- Lunedì 20 Ottobre 2008
- Sezione:
- Categoria: Canto I
Inizia il cammino di Dante attraverso la selva oscura. Il poeta è terrorizzato da questa intricata foresta che è metafora dei peccati dell'umanità, ma quando sembra che ogni speranza è persa, eccolo giungere ai piedi di un colle, alla cima del quale vede nascere il sole. Egli si paragona ad un naufrago che scampato alla furia del mare arriva sulla spiaggia.
Dante nasce il 1265. Immagina di iniziare il suo viaggio ultraterreno nel 1300, quindi all'età di trentacinque anni, "nel mezzo del cammin di nostra vita" inizia il poema, c'è da presumere quindi che la vita media ai tempi di Dante fosse di 70 anni, considerato che il Poeta muore nel 1321, vive 56 anni, quindi muore in età relativamente giovane. Perchè Dante scrive la Divina Commedia ?E perchè fa iniziare il suo viaggio alla fatidica data del 1300, anno del Giubileo? Ma soprattutto con quale stato d'animo inizia la sua opera, quale profonde motivazioni lo inducono a scrivere l'inferno, con le sue visioni apocalittiche e le sofferenze indicibili a cui sono sottoposti i dannati? Interrogativi che hanno sempre affascinato gli studiosi di Dante, ma per i quali non vi è una risposta univoca. Tutti i grandi studiosi di Dante Alighieri hanno cercato di risolvere l'enigma, capire il motivo profondo del perchè Dante inizia a scrivere la sua opera. Dante era una persona con un livello di sensibilità superiore agli uomini del suo tempo. La sua cultura era immensa , tuttavia egli era anche un uomo del suo tempo, ossia un uomo che viveva con la mentalità e i modi tipici del medioevo. Pur tenendo conto di queste peculiarità, Dante era pur sempre un uomo, con le sue gioie, i suoi dolori e le sue sofferenze, e ogni uomo quanto parla o quanto scrive esprime quello che in quel momento sente nella sua anima. Se l'umore è nero non scriverà certamente cose allegre, se la felicità regna nel suo animo sarà indotto a scrivere cose gioiose.
Com'era lo stato d'animo di Dante quando inizia a scrivere "Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura ?". Non era sicuramente allegro. La selva oscura è chiaramente un qualcosa di triste, di angoscioso, di cupo. Dante in questi versi appare un uomo depresso. Si percepisce in lui un estremo tentativo di uscire fuori da una profonda crisi. Forse all'epoca di Dante la parola depressione non esisteva, o forse non si identificava con quella che intendiamo noi oggi. Ma quando Dante inizia a scrivere la Divina Commedia era sicuramente molto, ma molto triste. Del resto aveva tutti i motivi per essere triste. Aveva trentacinque anni, e dopo aver dedicato la sua esistenza allo studio, e alla poesia, aveva deciso di occuparsi di politica. A trent'anni si iscrive alla corporazione dei Medici e degli Speziali di Firenze e nello stesso tempo entra a far parte dei trentasei del Consiglio dei Cento. Sceglie la parte più popolare (Guelfi Bianchi), parteggiando, pur con spirito d'indipendenza con i Cerchi, contro la politica filo pontificia di Corso Donati (capo dei Guelfi neri) e prendendo posizioni contro le mire espansionistiche di Bonifacio VIII. Sappiamo che nel 1302 viene esiliato da Firenze, dove non ritornerà mai più. E' probabile ( a meno che non si accetti la tesi del Boccaccio dei primi sette canti scritti a Firenze) che Dante inizia a scrivere la Divina Commedia nel 1306 negli anni che vanno nel soggiorno in Lunigiana. L'esilio sarà stato sicuramente una "mazzata tremenda" per una persona retta e corretta come lui, esser mandato via dalla propria città come un delinquente, accusato di baratteria, concussione ed altre nefandezze avranno sicuramente minato lo spirito del poeta che impotente a difendersi e reagire alle calunnie, sprofonda nella rabbia, poi nel rancore ed infine nella depressione. A cosa ci si aggrappa quanto tutto va a rotoli e sembra che il mondo intero c'è l'abbia con te ?Ci si aggrappa ai ricordi, a quelli belli ovviamente e così fece Dante.
Egli si aggrappa alle cose che ama di più: i grandi autori latini che lui conosceva alla perfezione ed amava smisuratamente, in particolare Virgilio, e all'amore, quello però che intendeva Dante, non l'amore lussurioso, ma quello puro, dove la Donna è angelo e madonna. Questa donna per Dante non era sicuramente la moglie Gemma di Manetto Donati, ma quella Beatrice che Dante vede a nove anni e da allora rimane nel suo cuore, quella donna che pur andata in sposa ad un altro non aveva mai dimenticato e il suo ricordo si intensifica per la morte che la colse in giovane età. Beatrice muore infatti ventiquattrenne.Che poi Dante avesse da sempre nella testa l'idea di scrivere qualcosa sul mondo ultraterreno è sicuro,poichè egli era rimasto affascinato dall'Eneide di Virgilio e dall'opera del milanese Bonvesin da la Riva che nel Libro delle tre scritture aveva parlato dell'Inferno e del Paradiso. Ossessionato dal rancore verso coloro che lo avevano scacciato da Firenze, con il cuore gonfio di rabbia verso i suoi concittadini e pieno d' amore verso quella Beatrice che ormai Dante aveva idealizzato, il poeta si erige a giudice supremo di tutta l'umanità e si vendica in modo spietato contro i suoi nemici spedendoli nelle viscere dell'inferno.
1Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
che la diritta via era smarrita.
Come detto, la finzione del viaggio oltremondano viene a collocarsi nell'anno 1300, e precisamente in una data prossima all'equinozio di primavera.
Al tempo in cui Dante inizia il viaggio sono trascorsi esattamente 1266 anni dalla morte di Cristo, che morì nel trentaquattresimo anno della sua vita. Il poeta immagina dunque d'intraprendere l'arduo cammino, o la sera del venerdì santo ( 8 aprile, data commemorativa del trapasso di Gesù), ovvero, più probabilmente, la sera del 25 marzo, secondo la tradizione che faceva coincidere in quel giorno la creazione di Adamo, la concezione e la morte di Cristo. La selva oscura può essere letta in tanti modi. Sicuramente Dante intende il traviamento morale intellettuale di tutta l'umanità. La sua decadenza, la sua corruzione accentuata dal fatto che la Chiesa, che avrebbe dovuto difendere la moralità, mirava solo al potere temporale, a quello terreno, tralasciando il potere spirituale, l'unico di cui si sarebbe dovuto occupare.
La selva oscura di Dante è il suo cupo stato d'animo, la sua sofferenza legata all'esilio e al ricordo dell'amata Beatrice. Dante ha smarrito la retta via, quella della virtù e della moralità. Ora intraprende questo viaggio
per recuperare la sua dignità e guadagnare la salvezza.
4Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
E' difficile spiegare quanto ardua è questa selva. La via che conduce al peccato, alla dannazione eterna, è rappresentata da questa la selva oscura che al solo nominare Dante avverte paura, i brividi di chi sa cosa attende chi cammina sulla soglia del peccato. Ora che lui sta scrivendo queste parole ha già percorso il tragitto tremendo dell'inferno, al solo ricordo di questa intricata e selvaggia foresta gli ritorna la stessa identica paura di quanto l'aveva attraversata. Il Boccaccio ha subito capito la grandezza del poema di Dante, ecco cosa ci ricorda a proposito delle caratteristiche della selva oscura.
IL BOCCACCIO DICE: " Pon qui tre condizioni in questa selva: selvaggia, quasi voglia denotare non avere in questa alcuna umana abitazione, e per conseguente essere orribile; aspra, a dimostrare la qualità degli erbori e dì virgulti di quelli, li quali doveno essere antichi, con rami lunghi e ravvolti, contessuti e intrecciati intra se stessi; forte dichiara lo impedimento già premostrato, cioè difficile a potere per essa
andare e fuori uscirne ;
7Tant'è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch'io vi trovai,
dirò delle altre cose ch'i v'ho scorte.
La selva (cioè la vita peccaminosa) è così piena di tormento e d'angoscia, che poco più angosciosa è la morte. Allegoricamente, vorrà dire che la condizione del peccato è vicina alla dannazione, cioè alla morte dell'anima. Ma è necessario per Dante farsi forza perchè dopo aver attraversato questa tremenda selva egli incontrerà il bene. Molto probabilmente intende riferirsi al soccorso inviategli dal cielo con Virgilio.
In questo primo canto, Dante pone una serie di premesse e di avvertimenti al lettore. Precisa che per scrivere le cose viste dovrà fare uno sforzo immane , ma nel contempo spiega che questo sforzo è indispensabile. Tutti, nessuno escluso nel genere umano, deve sapere quello che l'attende se non si abbandona la via del peccato, lui è stato un peccatore sino a trentacinque anni, ora che è entrato in profonda crisi con la sua coscienza e che ha visto quello che sta per raccontare, ha un obbligo morale nei
confronti dell'umanità, far conoscere a tutti quello che c'è nell'aldilà.
E' necessario qui fare una precisazione. Dante non finge di fare il viaggio, Dante afferma di farlo sul serio, non si coglie in nessun rigo della sua opera un intento falso, come dire "cari lettori, mi sto inventando tutto, per cui quello che state leggendo è solo frutto della mia fantasia", egli non dice assolutamente questo, afferma che il viaggio che sta per iniziare è vero, e sono vere tutte le cose che sta per dire. C'è da tremare se solo per un istante si suppone che tutto quello che Dante scrive sia la verità.
Dante immagina il suo viaggio irreale, premettendo che non ricorda come si fosse trovato in quella selva.Tutto il racconto di Dante sembra un sogno, o meglio un incubo. Quando ci addormentiamo ed iniziamo a sognare, difficilmente ricordiamo l'inizio del sogno, spesso al risveglio riusciamo a ricordare solo le parti salienti del nostro sogno, ma difficilmente ricordiamo come inizia e come si sviluppa, per Dante è la stessa cosa,sembra che dopo essersi addormentato si sia ritrovato in quella intricata e selvaggia foresta. E' chiaro tuttavia il riferimento al fatto che lui si trova nella "selva-peccato", perchè ha abbandonato la via maestra,quella che conduce alla salvezza. Ma ecco che all'improvviso, mentre lo scoramento assale il poeta,si viene a trovare ai piedi di un colle. E' motivo di conforto lasciare la selva e trovarsi ai piedi di questo colle. Il poeta scorge che dietro al colle sta per nascere il sole. La presenza dell'astro è motivo di ulteriore conforto, perchè il sole guida gli uomini sulla retta via, ecco quindi che anche per Dante si stanno per riaprire le speranze della salvezza. Il viaggio di Dante, iniziato come terribile incubo, lentamente si sta trasformando in motivo di speranza. E' un avviso per tutti gli uomini: anche quando le cose sembrano volgere al peggio, e il peccato ci sovrasta, non bisogna arrendersi e non bisogna lasciare le speranze,i raggi del sole possono illuminare il nostro cammino.
10Io non so ben ridir com'io v'entrai,
tant'era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
13Ma poi ch'i fui al piè d'un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m'avea di paura il cor computo,
16guardai in alto, e vidi le sue spalle
vestite già dè raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogni calle.
La vista del colle e del sole che sta per nascere calma un pò la paura del poeta "Allor fu la paura un poco queta che nel lago del cor m'era durata", l'espressione "lago del cor " è veramente curiosa. Cosa intenda il poeta con questo termine non è chiaro , il "lago del cor" potrebbe essere la cavità ventricolare sinistra dove il sangue circola, ma Dante probabilmente pensa che il sangue rimanga fermo nella cavità cardiaca, come le acque del lago. Se così fosse Dante si dimostra un buon anatomista, ma un pessimo fisiologo, perchè anzichè "lago del cor" avrebbe potuto dire "cascata del cor" vista la turbolenza con cui il sangue scorre lungo il ventricolo sinistro (ma è ovvio che questa considerazione è oggi possibile per le conoscenze che abbiamo, mentre all'epoca medievale vi era tutt'altra scienza!) . Il poeta ora descrive uno splendido esempio, paragonandosi con un naufrago che scampato alla tempesta del mare giunge esausto ma felice sulla spiaggia. Lui si sente simile al naufrago. Si gira indietro e vede quella selva che nessuno essere umano aveva mai attraversato ed uscito vivo.
19Allor fu la paura un poco queta
che nel lago del cor m'era durata
la notte ch'io passai con tanta pietà.
22E come quei che con lena affannata
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l'acqua perigliosa e guata.
25così l'animo mio, ch'ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.
Dopo la stanchezza e lo stress per aver attraversato la selva, Dante si riposa, quindi riprende il cammino attraverso il pendio tra la valle e il colle "si che 'piè fermo sempre era 'l più basso". Questo verso è abbastanza strano e le interpretazione che gli sono state date sono numerose. Ora, con tutto il rispetto per Dante, non è possibile che tanti uomini di elevata cultura abbiano trascorso molto del loro tempo per scervellarsi sul significato del verso. Non penso che questo verso abbia una grande importanza nel contesto della storia per cui riferirò la spiegazione più semplice, anche perchè tutte le altre oltre a non interessarmi, li trovo francamente capziose. Il verso può essere semplicemente spiegato nel seguente modo: il poeta ascende lentamente il colle, nel salire il piede su cui poggia ( il più lasso) è più basso di quello che si muove.
28Poi ch'ei posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
si che'l piè fermo sempre era 'l più basso.
div style=
| ← Le tre Fiere (versi 31-54) |
|---|


