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NoFedone
- Sabato 12 Settembre 2009
- Sezione:
- Categoria: Platone
{mosgoogle}Premessa: :La filosofia per i non filosofi. "Il Fedone" è tratto dai "Dialoghi di Platone". Dopo numerosi tentativi per cercare di capire le profonde, ma per me misteriose riflessioni, che Socrate "consegna" ai suoi discepoli, prima di morire, un giorno ho deciso di analizzare "Il Fedone" punto per punto, cercando di rendere semplice quello che semplice per me non è. Questo "riassunto", da come si evince facilmente, non è scritto da un filosofo, ma semplicemente da un uomo che è da sempre affascinato dalla profonda intelligenza e dalla straordinaria capacità di analisi di uomini vissuti tanti secoli fa. La mia aspirazione è quella di rendere facile la comprensione di questi “dialoghi” per tutti coloro che amano la filosofia, ma non sono filosofi.
Fedone narra all'amico Echecrate le circostanze della morte di Socrate.
Entrati gli amici nella cella la mattina dell'ultima sua giornata di vita, ben presto s'inizia una conversazione sull'atteggiamento del filosofo nei riguardi della morte.
Socrate si dice certo di trovare dopo morto dei padroni divini perfettamente buoni; e quanto all'esistenza terrena, il filosofo e lui solo, dice, la spende tutta proprio per rifiutarne i piaceri e le cure e nel prepararsi a lasciarla, nel liberarsi dei turbamenti della materia per seguire il puro pensiero e praticare l'autentica virtù, frutto di sapienza.
Qui su richiesta di Cebete, il maestro deve però dimostrare che con la morte non tutto muore dell'uomo e l'anima ne sopravvive.
Primo argomento è quello della generazione del contrario dal contrario, legge universale che dunque si deve verificare anche nella dialettica di vivo e di morto:come dalla vita si genera la morte, così dalla morte la vita, e dunque dovranno sussistere le anime dei morti per rigenerarsi.
Secondo argomento, quello della reminiscenza.La reminiscenza si fonda sull'analogia o similutudine di cose e persone. Anche la nozione di valori assoluti, il Bello, il Brutto, l'Uguale, il Diverso, si acquista con l'esperienza di cose belle, brutte, uguali, diverse che riconosciamo come inferiori ai valori assoluti corrispondenti. Ma la comparazione delle singole cose con l'assoluto non si potrebbe stabilire, se non avessimo la nozione del secondo già prima di nascere, poichè dalla nascita non conosciamo che esperienze particolari. Il possesso di quella nozione dimostra che la nostra anima esistesse già prima di venire al mondo, mentre nel processo della sua venuta ne fu privata. E per l'argomento iniziale dei contrari, come l'anima si genera da una morte che è vita, così avverrà alla fine che si rigeneri vita morendo.
Un terzo argomento è quello dell'immutabilità delle cose semplici. Solo le cose composte possono evidentemente decomporsi, e tali sono le cose sensibili, come il corpo dell'uomo. Ma le idee e ovviamente l'anima, puri enti intellegibili, sono indistruttibili. Se mai, è una pena per l'anima il suo contatto con gli enti corporei e col corpo stesso, mentre la morte sarà per essa una liberazione, la partenza verso un mondo a lei congenere.
Solo se l'anima partirà da corpo contaminata, il peso delle passioni carnali cui partecipò la farà ricadere verso il mondo sensibile e in forme corporee analoghe alle abitudini avute. La purificaione può avvenire soltanto dalla filosofia per la contemplazione del vero e del divino.
Alcuni momenti di pausa nel ragionare, quindi Socrate risponde prima ad un'obiezione di Simmia, che il corpo sia necessaio alla sopravvivenza dell'anima, poi, più lungamente,all'obieione di Cebete, per cui può essere che l'anima nelle successive incarnazioni in più corpi si esaurisca e un giorno abbia fine. Per Socrate, la conoscenza autentica delle cose si ottiene non con lo studio scientifico, sensoriale, ma attarverso i concetti; e attraverso i concetti si giunge a stabilire che l'anima è immortale:tornando alla teoria dei contrari, si pone che l'anima ha come proprio attributo essenziale la vita e dunque non può ammettere in sè, in ogni caso, il suo contrario. Al sopraggiungere della morte, l'anima si ritrae, risultante imperitura.
Qui si apre la visione mitica del regno delle anime dopo la morte del corpo, l'Ade, ove giungono passando attraverso un giudizio. Come noi viviamo in una cavità della terra, altre ne esistono, ed una grandissima e più profonda è il Tartaro,ove confluiscono i fiumi infernali. Lì le anime incontrano una sorte diversa, secondo la vita che condussero, per purificarsi dalle colpe prima di tornare sulla terra, o rimanervi, se le colpe furono inespiabili; solo quelle che vissero santamente, soprattutto dedicandosi alla filosofia, ascendono a un luogo di eterna beatitudine.
Ed ora viene per Socrate il momento di morire: si congeda dai familiari, beve serenamente la cicuta che gli porge l'incaricato, fra le lacrime dei discepoli, poi, steso sul giaciglio, lo raggiunge la fine.
I
Echecrate incontra Fedone e gli chiede cosa abbia detto Socrate prima di morire. Echecrate è meravigliato dal perchè sia passato così tanto tempo dal giorno in cui è stata e messa la sentenza di morte, dal giorno dell'esecuzione i Socrate. Fedone spiega all'amico che il ritardo è stato causato dal fatto che gli ateniensi avevano fatto voto ad Apollo, che se mai fossero tornati salvi da Creta, di mandare ogni anno a Delo una ambasceria sacra, e così hanno fatto sempre. Finchè è durata questa abitudine, nessuno dei prigionieri condannati a morte doveva essere giustiziato, per questo motivo Socrate non è stato giustiziato prima, ma adesso che la nave da Delo è ritornata di nuovo ad Atene la sentenza può essere eseguita.
n.b. questa abitudine è stata praticata sino a quanto Teseo, figlio del re di Atene Egeo, non liberò la città dal tributo, e ciò avvenne in occasione dell'uccisione del Minotauro, da parte di Teseo.Assaliti da Minosse, re di Creta per aver ucciso il figlio Androgeno, gli ateniensi accettarono di mandare ogni nove anni sette giovinette e sette giovinette al Minotauro che era rinchiuso nel labirinto. Quanto Teseo ottenne di essere incluso nel numero, uccise il mostro e liberò la città dal tributo.
II
Chiarito il motivo del ritardo della sentenza, Echecrate vuole sapere come Socrate affrontò la morte e se era da solo nell'occasione suprema. Echecrate, rispose che Socrate non era da solo, e che la morte venne affrontata serenamente, discutendo di filosofia, come se la triste sorte a lui riservata non lo riguardasse minimamente.
III
Piacere e dolore sono due contrari eppure coesistono insieme
Fedone decide di raccontare dettagliatamente l'ultimo giorno di vita di Socrate. Infatti con l'arrivo della nave da Delo, il tribunale di Atene sentenziò che Socrate doveva morire quel giorno. Il filosofo, pur sapendo che quello era l'ultimo giorno della sua esistenza non appariva per niente turbato, al contrario della moglie Santippe, la quale si disperava per la triste sorte capitata al marito. Socrate chiese che qualcuno accompagnasse la sua consorte a casa, poichè quella sua disperazione non gli era per niente gradita. Socrate appariva sereno e distaccato, come se fosse un giorno qualsiasi e non l'ultimo giorno della sua esistenza terrena. Anzi, non smetteva di filosofare, e grattandosi su un ginocchio osservò, che dove prima aveva dolore, al cessare di questo provava piacere. Piacere-dolore, sono due contrari, eppure coesistono assieme, non possono stare uno senza l'altro, per provare uno è necessario assaggiare anche l'altro.
VII
Gli uomini stanno dentro ad un carcere. Questa prigione è rappresentata dal corpo.
Socrate inizia a dialogare con due suoi discepoli, Cebete e Simmia, i quali chiedono al filosofo, lumi sui misteri della vita e della morte. La prima considerazione di Socrate è sostenere che gli uomini stanno dentro a un carcere. Questa prigione è rappresentata dal nostro corpo, del quale però non è lecito che ognuno se ne liberi da solo, poichè noi apparteniamo agli Idii, che si curano di noi e noi siamo cosa loro. Quindi il suicidio non è ammesso. I filosofi desiderano la morte, questa è la sentenza di Socrate. Questa affermazione tuttavia incontra l'obiezione di Cebete, il quale sostiene che se siamo servi degli Idii, che si curano di noi e ci serbano un grande amore, perchè il filosofo dovrebbe desiderare la morte e quindi liberarsi da padroni cosi buoni? Questo atteggiamento, ossia liberarsi con la morte dei buoni padroni è un atteggiamento che potrebbe riguardare più gli sciocchi che i savi, ecco quindi che il filosofo, che è un savio, non dovrebbe amare la morte, per cui secondo Cebete l'affermazione di Socrate non è convincente. Anche Simmia è dello stesso parere di Cebete. Tocca a Socrate convincere i suoi discepoli della validità delle sue affermazioni.
VIII
Il filosofo accetta la morte con gioia
Socrate inizia allora ad esporre le sue tesi su quello che lo attende nell'al di là, e si dimostra convinto che dopo la vita, nel mondo ultraterreno egli incontrerà uomini dabbene, migliori di quelli che ha conosciuto in vita, inoltre Socrate manifesta la sua sicurezza che dopo la morte incontrerà quegli Idii che tanto lo amano. Cebete e Simmia restano sbalorditi da queste parole e vogliono che Socrate svolga dettagliatamente il suo pensiero, in maniera che anche loro possano avere questa meravigliosa certezza. Critone, interrompe il discorso di Socrate e gli rammenta che colui il quale deve somministrargli la cicuta, gli consiglia di parlare poco poichè spesso coloro che parlano molto prima dell'assunzione del veleno, non muoiono dopo la prima somministrazione, ma a volte devono somministrarlo due o tre volte. Socrate mostra la più assoluta indifferenza a questo discorso, poichè ribadisce che per chi come lui ha vissuto per la filosofia, non può che accettare la morte con gioia.
IX
La morte è il distacco del corpo dall’anima
Il filosofo ama la morte, poiche egli non è per nulla attaccato alle cose mondane, non ama i piaceri del corpo, sia quelli del lusso che del cibo che di venere, egli ama curare l'anima e cerca sempre di allontanarsi dal corpo per meglio curare l'anima. La morte non è altro che il distacco completo dell'anima dal corpo. Le due entità che hanno viaggiato assieme durante la vita, si disuniscono e l'anima se ne va da sola. Il filosofo che durante la vita ha sempre curato l'anima e per nulla il corpo è felice di questo distacco, poichè raggiunge in modo completo quello per il quale ha sempre vissuto.
X
I sensi ci allontanano dall’essenza delle cose
Il corpo è ingannevole. I nostri sensi ci distolgono dalla verità delle cose. Quante volte diciamo che la vista o l'udito ci ingannano facendoci vedere o sentire cose che non esistono o negandoci di vedere e sentire cose che invece esistono. E, se sono ingannevoli questi sensi, che sono i più nobili, immaginiamoci quanto possono esserli gli altri sensi. Solo il ragionamento ci fa avvicinare agli Enti, alle cose degli dei, tutto quello che si allontana dalle sensazioni del corpo, ci conduce verso l'essenza delle cose. Noi non conosciamo il senso assoluto del giusto, del bello, del brutto, del grande, della sanità, della forza. Il nostro corpo con i suoi sensi ci lascia intravedere qualcosa di bello, di brutto, di grande e cosi via. Tutte queste cose però nella loro essenza noi non li conosciamo, poichè ci vengono trasmesse, filtrate dai nostri sensi che sono ingannevoli. Solo con la ragione e con il ragionamento si può avvicinare all'essenza delle cose. Se si potesse eliminare il filtro che i nostri sensi esercitano sulle cose del mondo, vedremo le stesso cose per quelle che sono, vedremmo la loro vera essenza. L'essenza delle cose, l'ente schietto stando in compagnia con l'anima, sciolto dagli occhi e dalle orecchie e da tutto il corpo, si manifesterebbe per quello che è, senza essere mischiato alle ingannevole sensazioni dei nostri sensi.
XI
Solo il ragionamento ci avvicina agli dei
Purtroppo durante la vita, il corpo ci tormenta, con le sue esigenze, i suoi problemi, le sue voglie. Amori, desideri,paure, ansie, guerre, battaglie, potere, successo, sono tutte cose che appartengono al corpo e per essi viviamo, Le malattie, la vecchiaia, i dolori piccoli e grandi, tutta la nostra vita la trascorriamo per il corpo, mai riusciamo a liberarci da esso e esso ci tormenta, allontanandoci dalla verità e dall'essenza delle cose. Solo l'intelligenza che ci consente di ragionare ci lascia avvicinare alle cose degli dei. Ma l'intelligenza appartiene all'anima ed è prigioniera dell'esigenze del corpo, che la limita, poichè noi ci occupiamo solo delle cose che soddisfano il corpo. Quando moriamo ci liberiamo finalmente della stoltezza del corpo, e non avremo più a che fare con lui. esso ci abbandonerà e decrepito si dissolverà. Quando ci saremo liberati del corpo, saremo esseri puri, e come tali avremo a che fare con tutto ciò che è puro, cioè forse con la verità, e verremo a conoscenza con l'essenza assoluta delle cose.
XII
Il filosofo è colui che maggiormente non teme la morte
Il filosofo è colui che maggiormente non teme la morte. Egli passa tutta la sua vita rinunciando alle cose del corpo, cercando di distaccare maggiormente il corpo dall'anima, poichè come detto, il corpo distrae con i suoi bisogni, le sue esigenze, le necessità dell'anima. Il filosofo ama la morte poichè morendo si compie la separazione totale dell'anima dal corpo e questa finalmente libera, può godere di quelli che godono gli dei.
XIII
Chi è vissuto nel vizio e nei piaceri, non si è purificato. Egli teme la morte.
Dunque chi ama la sapienza e vive per essa, non può temere la morte. Chi invece vive nel lusso, nel denaro, nella smoderatezza e disprezza chi invece vive nella modestia, a queste persone la morte fa paura, poichè essi sono schiavi del corpo e delle cose della vita. Tutti più o meno sono attaccati ai piacere della vita, solo i filosofi non cercano i piaceri del corpo, ecco dunque che solo per questa categoria la morte non dovrebbe costituire alcun problema. Chi arriva alla morte in preda ai piaceri e ai vizi della vita, non si è nè purificato, nè possiede alcuna virtù, il distacco dal corpo sarà vissuto in modo traumatico, e la sua anima non iniziata nè purificata potrà non vedere nè incontrarsi con il massimo della purificazione che sono gli dei. Chi invece è vissuto filosofando e nella vita hanno sempre privilegiato lo spirito anzichè il corpo, questi sono destinati ad un mondo di persone buone e pie, a diretto contatto con gli dei. Socrate è convinto che dopo la morte, nell'altro mondo, incontrerà Signori buoni e amici.
XIV
Cebete è convinto dal discorso di Socrate. Ma ha un'obiezione notevole, un punto da chiarire che se non analizzato può far crollare tutta la discussione precedente. Cebete è infatti convinto che dopo la morte, l'anima, anzichè andare in posti meravigliosi, abitati dagli dei, possa invece finire, dissolversi e di conseguenza non rigenerarsi in altri luoghi. Quali sono le prove che una volta morti, l'anima sopravvive?
XV
La teoria dei contrari: i vivi si generano dai morti.
Per spiegare l'immortalità dell'anima, Socrate ricorda la teoria che fu dapprima formulata dagli egiziani, secondo la quale l'animo dell'uomo è immortale e che dopo la dissoluzione del corpo entra in un altro essere vivente, il quale viene via via a nascere. Passata attraverso tutti gli esseri terrestri, marittimi e alati, entra poi di nuovo nel corpo nascente di un uomo:ciclo che si compie in essa in tremila anni. Vi sono, tra i Greci alcuni, che fecero propria tale teoria, chi prima, chi dopo. L'allusione è agli orfici e pitagorici prima, poi ad Empedocle.
Socrate sostiene che i vivi si generano dai morti e per avvalorare tale tesi, egli pone ad esempio una serie di contrasti. Il bello ad esempio è considerato tale perchè contrario al brutto, cosi vale per il giusto e l'iniquo e per tanti altri contrari. Sembra dunque che ogni cosa si generi dal contrario dell'altra. Bisogna inoltre considerare che se diciamo che una è grande, significa che prima era piccola, viceversa se diciamo che una cosa è piccola e perchè prima era grande, similmente uno diventa forte, perchè prima era più debole o meno forte, diventa buono perchè prima era cattivo o meno buono. Quindi tutte le cose nascono dal loro contrario, ma il loro formarsi avviene attraverso varie generazione. Tra il grande e il piccolo, vi è una serie di stati intermedi, per cui una cosa piccola sarà meno piccola, poi più grande, poi ancora più grande, sino ad arrivare al massimo della grandezza. In sostanza tra due contrari esiste l'accrescimento e lo scemamento. Crescere e scemare sono le due cose che alla fine determinano i contrari. Raffreddarsi e riscaldarsi non avvengono istantaneamente, se prendiamo una sostanza calda e vogliamo raffreddarla, prima che si raffreddi, attraversa stadi di accrescimento che la renderanno via via meno calda sino a diventare poi fredda, e generare quindi il contrario di quello che era in partenza.
XVI
Il contrario del morire è il rivivere
Prendiamo in considerazione alcuni contrari, il contrario di vegliare è dormire, dal dormire nasce il vegliare e viceversa. Dalla vita nasce la morte. Essere morto è il contrario di essere vivo. Ma se tutte le cose hanno un contrario, perchè non dovrebbe averla la morte, se dalla vita nasce la morte, e altrettanto giusto che dalla morte dovrebbe nascere la vita. Quindi il contrario del morire è il rivivere. Se siamo d’accordo che i morti nascono dai vivi e altrettanto giusto affermare che i vivi nascono dai morti. Ecco quindi dimostrato che le anime dei morti sono posti in qualche luogo.
XVII
I contrari hanno un moto circolare, nel senso che si inseguono uno con l'altro, se al dormire non seguisse il svegliarsi e a questo di nuovo il dormire e cosi via, ci troveremmo nell'assurda condizione che il vegliare sarebbe una condizione perenne e nessuno conoscerebbe il dormire. Se dai morti non nascessero i vivi, ne deriverebbe che i vivi si genererebbero da altri vivi, ma i vivi poi morendo finirebbero per consumarsi. Ecco quindi che i vivi debbono nascere dai morti, che le anime dei morti ci sono, e che tra queste anime, alcune avranno un destino felice, altre un destino avverso.
XVIII
La teoria della metempsicosi. La reminiscenza: apprendere=ricordare
La teoria formulata da Socrate, ossia che l'anima è immortale e che si incarna in altre persone dopo essere uscita dal corpo del morto e così migra da corpo a corpo è quella della metempsicosi.
Accanto a questa viene elaborata ora un'altra teoria. Quella della reminiscenza.
Per Socrate l'apprendere equivale al ricordare. Ogni cosa che noi apprendiamo in realtà esiste già nella nostra memoria, deve essere solo "tirata fuori". Quando nasciamo abbiamo potenzialmente tutte le conoscenze possibili, che ci vengono trasmesse dall'anima che abbiamo ereditata. La nostra anima che viveva prima in un altro luogo ricorda tutto il suo vissuto per cui l'apprendere diviene solo un estrarre cose che in realtà già possediamo a livello potenziale. Questo tipo di reminiscenza è detto reminiscenza diretta.
Il meccanismo della reminiscenza agisce per assonanza. Il ricordare qualcosa implica immediatamente il ricordare qualcos'altro. Socrate pone il seguente esempio: i suoi due discepoli, Simmia e Cebete spesso sono assieme, per cui parlare di Simmia fa venire in mente anche Cebete, e viceversa. Se ascoltiamo una canzone d'amore che è collegata ad un momento d'immanoramento, immediatamente ricorderemo il soggetto amato. Un paesaggio, una frase, un discorso ci fanno venire in mente qualcosa o qualcuno. Questo tipo di reminiscenza è chiamato reminiscenza indiretta.
XIX
Le cose che vediamo le abbiamo già viste prima di nascere
Quando ricordiamo una cosa, inevitabilmente verifichiamo se la cosa ricordata assomigli più o meno all'originale. Se vedo una foto della persona amata, il ricordo si rifà alla versione originale, ossia all'amata in carne ed ossa. Se vediamo un oggetto, ad esempio un legno, diciamo che esso è uguale a un legno, come una pietra è uguale ad un'altra pietra, cioè per qualunque cosa, per qualunque oggetto, dobbiamo fare riferimento per cosi dire alla "versione originale" ed il paragone si pone solo con questa. La visione di una cosa che ci fa dire che è simile a quella originale, ci porta inevitabilmente a considerare il fatto che noi conosciamo il suo contrario. Se dico che una cosa è una pietra, affermo questo sapendo che non può essere legno che evidentemente io conosco. Quando però vediamo una cosa e diciamo che è simile all'uguale, sappiamo benissimo che comunque si discosta alquanto dalla cosa originale, ma per ragionare in questo modo vuol dire che il soggetto ha visto la cosa originale, è stata in contatto con "la vera essenza" della cosa, altrimenti egli non potrebbe dire se è più o meno uguale all'originale. Dice Socrate "è dunque necessario avere noi veduto l'eguale in sè, innanzichè, vedendo la prima volta cose uguali, conoscessimo ch'elle bene desiderano essere come quello è, ma non l'arrivano".
Siamo così in condizioni di dire che le cose che vediamo, che sentiamo, sono simili all'uguale, ma non sono le stesse dell'originale, essi tendono ad essere il più uguale possibile alla forma originaria ma non lo sono. Ma gli esseri umani per sapere che le cose tendono ad assomigliare all'uguale, è necessario che l'originale sia stato riconosciuto, sia stato a contatto con noi. Quando nasciamo e le cose del mondo vengono filtrate dai nostri sensi, immediatamente riconosciamo le cose per quelle che sono, la luce, il buio, la sete, la fame, il bello, il brutto, ma per sapere questo bisogno che prima di nascere siamo venuti a contatto con tutte quelle cose, ora che i nostri sensi ingannevoli ce li lasciano intravedere, noi che prima di nascere abbiamo visto tutto, sappiamo riconoscerli e sappiamo anche che essi sono la copia sbiadita dell'originale.
XX
L’apprendere è semplicemente recuperare quello che era nostro, è ricordare.
Se dunque conosciamo le cose che vediamo significa che queste cose le abbiamo apprese prima di nascere, non solo il concetto di uguale, di minore, maggiore, ma anche quello di bello, buono, brutto, cattivo, pio, giusto, santo e di tutte le altre cose. Quando nasciamo noi non siamo savi, significa che le cose che abbiamo appreso durante la vita sono state dimenticate, ma tuttavia persistono dentro di noi, cosicchè quando nasciamo e veniamo a contatto con i nostri sensi, con le cose del mondo, richiamiamo alla memoria le cose che sapevamo ma che avevamo dimenticato, quindi l'apprendere è semplicemente recuperare quello che era nostro, è ricordare.
XXI
Bisogna ora stabile quanto l'anima apprende le cose. Si nasce già con la consapevolezza delle cose oppure le cose sono state apprese precedentemente e nascendo poi ce li ricordiamo?
XXII
La nostra anima ha visto “l’essenza delle cose”
Noi capiamo sin dalla nascita cosa sia il bello, il buono, o meglio l'essenza di queste cose, evidentemente la nostra anima è stata in contatto con queste cose. Per così dire "ha visto l'essenza delle cose", e ad esse si riferisce ogniqualvolta le vede. Queste essenze sono state viste dalla nostra anima prima di nascere, ne consegue che la nostra anima esiste già prima che noi nasciamo, essa per così dire è immortale. Se non esistono le essenze, neppure esistono le nostre anime prima della nascita, e l'esistenza delle prime implica quelle delle seconde.
XXIII
Cebete e Simmia, i due discepoli che ascoltano il ragionamento di Socrate, non sono del tutto convinti dalle sue asserzioni. Infatti se è vero che l'anima entra nel corpo appena nasciamo e da essa apprendiamo le cose, poichè l'anima è stata in contatto con l'essenza stessa delle cose, chi ci garantisce che morendo l'anima non si dissolva? non si perda e si smarrisca?La risposta di Socrate è semplice ed è la seguente:"ci accordammo innanzi, che il morto nasce dal vivo, e il vivo dal morto: imperocchè, se l'anima è anche prima, ed è necessità che venendo ella a vita si generi da morte, non è similmente necessità che si rigeneri a vita, morendo, e seguiti ad essere?Dunque si è mostrato,ora,ciò che tu chiedi.
XXV
La mente vede le “essenze delle cose”
Simmia e Cebete vogliono essere rassicurati che l'anima una volta morto il corpo, non si dissolva, non vada perduta. Tutto quello che è composto, con la morte si scompone, egli ritorna quello che era prima di nascere, invece una cosa non composta, che si comporta sempre alla stessa maniera, rimane sempre sè stessa, non si scompone. L'essenza delle cose, come il bello, l'eguale, cioè tutto quello che è, non muta mai, egli è immutabile. Sono le cose corporali, quelle materiali che mutano, le cose spirituali, le essenze viceversa non mutano, con la morte esse non si scompongono. Se con i sensi, riusciamo a vedere le cose corporali e le loro mutazioni, con quale organo invece dovremo vedere le cose che sono immutabili, le essenze delle cose se non con la mente?
XXVI
“sulla base di quanto detto” afferma Socrate “possiamo affermare che il corpo fa parte delle cose visibili e che si scompone, mentre l'anima fa parte delle cose invisibili che non si scompongono”.
XXVII
Durante la nostra vita, l'anima riceve le sensazioni attraverso il corpo, cioè tutte le cose che l'anima percepisce, le percepisce attraverso i sensi: la vista,l'udito, il tatto ecc. Le sensazioni non gli giungono quindi pure, ma deformate, alterate da quello che i nostri sensi percepiscono. Ma quando si può raccogliere in sè medesima e ponesi in contemplazione, si leva a quello che è puro, che è eterno, che è immortale e immutabile, e avendo natura simigliante con quello, rimane in sua compagnia; e allora si quita dal vagare, e non riceve in sè mutamento; perocchè quello, al quale si è appressata, e che sta a contemplare, non muta. Questa maniera di essere dell'anima chiamasi intelligenza.
XXVIII
L'anima è la parte che domina il corpo, che lo dirige. Il corpo corruttibile e mutevole è destinato a scomporsi con la morte, viceversa l'anima che è quella più vicino agli dei, è destinata a rimanere immutata.
XXIX
L’anima liberata dal corpo si avvia verso l’Ade
Quando si muore, quantunque si cerchi di non far distruggere il corpo, con tecniche anche sofisticate come usavano fare gli antichi egiziani con l'imbalsamazione, il corpo tuttavia, lentamente ma inesorabilmente muta, alla fine deperisce e si dissolve completamente. L'anima invece no, libera finalmente dall'involucro che la limitava che gli arrecava solo danno e fastidio, si avvia verso quello che gli è più congeniale, più simile: verso l'Ade, dove troverà gli dei che saranno felice di accoglierla. L'anima del filosofo che già sulla terra si era distaccato dal corpo, prediligendo le attività spirituali e allontanandosi da quelle cose materiali che corrodono l'anima si libererà del corpo e sarà beata, avvicinandosi a ciò che più gli somiglia ossia al divino e si libererà di tutte quelle stoltizie, paure, selvaggi amori ed altre sciagure umane che il corpo attira a sè.
XXX
L’anima senza spiritualità vagherà alla ricerca di un corpo.
Si capisce che non tutte le anime hanno questo destino. Coloro che sono vissuti solo per il corpo, e che hanno avuto tutti i piaceri della carne, servendosi smisuratamente del corpo, hanno una anima che è tutta attaccata al corpo, e che difficilmente si libererà di esso anche dopo morti. Queste anime, di coloro che vissero senza spiritualità, attenendosi solo ai beni corporali, vagheranno in cerca di un corpo dove unirsi, non sentono l'esigenza di recarsi verso l'Ade dove ci sono gli dei eterni ed immortali ad attenderla, vagherà come un fantasma alla ricerca di un corpo dove unirsi e perseverare nei suoi vizi.
XXXI
Ogni anima trasmigrerà in un corpo.
Quali corpi troveranno quelle anime che vagando cercano di ritornare in vita? Coloro che si dedicarono a mangiare voracemente, a lussureggiare e inebriarsi, prenderanno forma di asini o di bestie simili, quelli che invece tiranneggiarono o furono delinquenti ed assassini prenderanno forma di lupi, corvi, nibbi. Ognuno prenderà una forma diversa in base al tipo di esistenza che avrà condotto. Coloro che pur non essendo filosofi, furono giusti e coltivarono le virtù, la loro anima trapasserà in specie di animali mansueti, come api, vespe o formiche oppure trasmigreranno in nuovi uomini saggi e giusti.
XXXII
Solo l’anima dei filosofi andrà in compagnia degli dei
Solo i filosofi andranno in compagnia degli dei, solo la loro anima raggiungerà beata l'Ade. I filosofi vivono solo per curare l'animo, e disprezzano il corpo, e lo trascurano, perchè sanno che solo amando la filosofia si può aspirare alla beatitudine dell'anima. Solo la filosofia purifica ed affranca l'anima.
XXXIII
L'anima, chiusa entro il corpo, nè è condizionata nei suoi apprendimenti che vengono alterati dalle passioni fisiche. "Chi è governato dai piaceri corporali e a cagione di essi non può compiere il sommo bene, costui lo giudichi libero (Senofonte). L'aspetto più temibile, poi, di questa prigionia,, è il fatto che il prigioniero contribuisce egli stesso, indulgendo alle proprie passioni, al consolidamento del carcere. Color che sono attratti dalle cose terrene, tengono l'anima avvinghiata al corpo. Essi non capiscono ch le cose di questa terra sono ingannevoli, i nostri stessi sensi sono ingannevoli. Il filosofo invece sa queste cose e non viene attratto dalle cose terrene, egli sa che i suoi sensi sono ingannevoli, che il piacere che si ottiene con essi è fugace e traditore, egli utilizza i suoi sensi per lo stretto necessario, solo per le cose essenziali, per quelle che gli consentono di vivere. I sensi vedono solo cose mutabili e scorrevoli, l'anima invece si rivolge alle cose immutabili ed eterne. L'anima del filosofo si tempera verso queste cose eterne, non teme la paura, non s'infiamma di desiderio, non s'addolora, non riceve nessun male perchè tutte le cose di questa terra sono passeggere e mutevoli. Egli si rivolge all'eterno, all'immutevole.
Ogni piacere e ogni dolore è come un chiodo che fissa l'anima al corpo, la fa corporale, in modo che tutto quello che accade al suo corpo egli ritiene sia vero. La simbiosi tra anima e corpo in questi uomini attratti dalle cose terrene è cosi intensa che alla loro morte, l'anima è necessitata ad avere lo stesso abito, il medesimo corpo, e non si reca nell'Ade, perchè uscendo dal suo corpo tutta piena di corporale desiderio, cade nuovamente in un altro corpo, e vi sementa, ivi germoglia e perde ogni contatto con i puri enti.
XXXIV
La filosofia e il vivere secondo i suoi principi, libera l'anima dal corpo. L'anima liberata non è attratta dai piaceri terreni. Non la toccano le passioni e i dolori di noi uomini. Dopo la morte egli si è liberata dalle sciagure umane, poichè attratta da tutto ciò che è divino.
XXXVI
Se si distrugge lo strumento che genera armonia, la stessa non dovrebbe più esistere. Se muore il corpo, con esso dovrebbe morire anche l’anima.
Simmia e Cebere sono perplessi. Il ragionamento di Socrate ha lasciato loro dei dubbi. Tuttavia essi non vogliono recare disturbo al maestro ponendogli altri quesiti. Socrate resosi conto di ciò, rammenta ai suoi discepoli che l'imminente morte che lo attende, non solo non lo rattrista, ma lo rende allegro, poichè come ha prima spiegato al sua anima andrà in compagnia degli dei. A questo punto i discepoli avanzano le loro obiezioni. Se l'armonia si genera dalle corde e dal legno di una lira, secondo al teoria di Socrate, una volta distrutte le corde e la legna che costituiscono la lira, l'armonia dovrebbe sopravvivere, poichè essa è immortale. Allo stesso modo quando il corpo muore, l'anima dovrebbe sopravvivere perchè è come l'armonia creata dalla lira. Ma, si chiedono i due discepoli, se l'armonia viene generata dal suono della lira essa non dovrebbe più sussistere nel momento in cui le corde dello strumento vengono rotte, analogamente morto il corpo, l'animo dovrebbe perire.
XXXVII
Socrate non risponde ancora alle obiezioni di Simmia, vuole udire anche le obiezioni di Cebete, dopo di che se le obiezioni saranno convincenti, Socrate le accetterà, altrimenti le confuterà. Nemmeno Cebete è convinto dell'immortalità dell'anima, com'è possibile si chiede Cebete, che l'anima migri da un corpo ad un'altro in eterno, e non si consumi mai, con quale criterio e logica abbandonato un corpo si rivolge ad un'altro, perchè dovrebbe sopravvivere in eterno, quando per tutte le cose c'è una fine, e se anche l'anima, migrata da un corpo ad un'altro finisse poi per consumarsi, e chi ci dice che essendo noi arrivati alla nostra fine, anche la nostra anima non abbia concluso il suo ciclo di migrazione e muore insieme al corpo, come può accadere all'armonia una volta che si è distrutta la lira?
XLI
Armonia e anima sono la stessa cosa?
I discepoli di Socrate, tra cui Fedone, sono sconcertati dalle osservazioni di Simmia e di Cebete. Sperano che Socrate possa confutare le loro osservazioni perchè altrimenti la loro incertezza sarà massima. Dapprima Socrate risponde alle obiezioni di Simmia.
che l'apprendere sia ricordare è un concetto che Simmia ha accettato e dunque non è stato contestato. Ma se l'affermazione fatta è vera, significa che l'anima è preesistente al corpo, poichè l'anima a contatto con gli enti, viene a conoscenza delle essenze e le trasferisce al corpo. Ma Simmia ha affermato che l'armonia che si genera dalla lira, muore quando lo strumento che l'ha generato viene distrutto, dunque l'armonia nasce dopo lo strumento e muore prima di essa, si tratta ora di stabilire se Simmia ritiene in base al suo esempio che armonia e anima siano la stessa cosa, ma Simmia si sconfessa e ritiene che armonia e anima non siano la stessa cosa.
XLII
L’anima non è come l’armonia
Seguiamo passo passo il dialogo tra Simmia e Socrate, dove il filosofo cerca di confutare la tesi di Simmia in cui sostiene che l'anima è armonia.
Socrate:"Un'armonia è composta dalla natura dei principi che la compongono, e non può prescindere da quello che essi fanno o patiscono. Un accordo dipende interamente dalla tonalità su cui sono accordate le corde che lo producono ( e così lo stato dell'anima non è indipendente da quello del corpo che lo contiene). Nè un accordo può essere tale in misura maggiore o minore, quando ne siano accordate le corde, nè più o meno accordo di un altro. L'armonia quindi non governa i principi dei quali è composta, ma è da questi governata. Se come premesso da Simmia l'armonia è come l'anima, ne deriva che anche l'anima deve essere in concordia con il corpo: in sostanza come l'armonia è in concordia con le note che la determina, così l'anima deve essere in concordia con il corpo se l'enunciato di Simmia è corretto, se cioè l'anima è armonia. L'armonia sarà più o meno temperata in base agli accordi che riceve
Simmia: Il discepolo non riesce a comprendere quello che Socrate vuol significare.
Socrate. un'armonia sarà più o meno diversa a secondo delle note e delle vibrazioni delle corde, allo stesso modo, considerato che l'armonia è anima, un anima sarà più o meno diversa rispetto ad un'altra anima. Infatti spesso si dice che un'anima ha intelletto e virtù, che è buona? e un'altra che è viziata, che è demente, malvagia?
Simmia: concorda con Socrate ed asserisce che il discorso adesso gli è chiaro.
Socrate: Coloro i quali suppongono che l'anima è armonia, cosa diranno che siano la virtù e il vizio? diranno che la virtù è armonia temperata, la malvagia è disarmonia. Tuttavia all'inizio del discorso si convenne che un'anima può essere più o meno temperata rispetto ad un'altra, si disse che un'anima può essere più o meno buona o cattiva rispetto ad un'altra che sarebbe a dire che un'anima più essere più o meno armonia rispetto ad un'altra. Se l'anima è armonia non potrà essere più o meno temperata, poichè se è più o meno temperata, non è armonia, in quanto avrà più o meno armonia. Però abbiamo detto che l'anima può essere più o meno malvagia o virtuosa rispetto ad un'altra, è la malvagità e disarmonia mentre la virtù è armonia. Ma se l'anima è armonia come si è detto, non può essere che nessuna anima sia malvagia perchè se così fosse l'anima malvagia sarebbe disarmonia e contrasterebbe con il principio che l'anima è armonia. In base al principio quindi che l'anima è armonia si deve dedurre che tutte le anime sono buone, quindi virtuose, poichè la virtù è l'armonia dell’anima, e non esisterebbe il vizio, che invece è disaccordo. Ma siccome non tutte le anime sono virtuose ne deriva che non tutte le anime sono armonie, quindi contrariamente a quanto detto da Simmia la supposizione che l'anima è armonia è errata.
XLIII
E’ l’anima che regola il corpo e non viceversa.
Se l'anima è armonia e quindi viene accordata dal corpo che è il suo strumento, significa che ella risponde alle sue esigenze e non lo ostacola, se il corpo ha fame, l'anima si piega ad esso se ha sete fa altrettanto. Ma così non è poichè è l'anima a regolare il corpo e non viceversa. L'anima padroneggia sul corpo e lo castiga con i rimorsi, le paure, le angosce, o lo premia con le gioie e i piacere e l’anima che regola il corpo. Lo stesso Omero, divino poeta sostiene che l'anima dirige il corpo e fa dire ad Ulisse nell'Odissea:"Soffri, o cuore, che bene tu hai sofferto di peggio". Ma se è l'anima che regola il corpo, siamo al concetto diametralmente opposto a quella dell'armonia, dove lo strumento genera l'armonia e non viceversa, quindi l'anima non può essere armonia altrimenti contraddiremo non solo il nostro ragionamento ma persino quello di Omero, divino poeta, e questo non può essere possibile.
XLIV
Dopo aver confutato l'opinione di Simmia, Socrate passa ora a confutare quella di Cebete. L'opinione di Cebete può essere così riassunta: Che l'anima fosse generata prima del corpo e che in essa compenetri quando nasciamo, non significa affatto che essa è immortale, significa solo che è molto antica e che prima che noi nascessimo viveva in un altro luogo, in un altro posto, dove sapeva e operava, ma passando da corpo in corpo, e vivendo in mezzo ai guai alla fine di un certo numero di passaggi si estingue e muore, per cui ella è tutt'altro che immortale. Questa è la tesi di Cebete.
XLV
Per risolvere i quesiti posti da Cebete è necessario esaminare la causa della generazione e della corruzione. Socrate afferma che da giovane aveva un gran desiderio di conoscere la natura delle cose che lo circondavano e spesso riusciva a dare soddisfacenti risposte ai suoi dubbi. Per esempio la ragione per cui l'uomo cresce era abbastanza chiara, infatti il cibo che introduciamo arriva alle ossa ai muscoli e quindi fa crescere le persone, altrettanto chiaro era che se ad si aggiunge una cosa ad un'altra questa diventa maggiore di quanto era prima. Ma queste certezze sono venute poi meno, perchè alcune cose che apparivano chiare in realtà chiare non erano.
XLVI
Socrate dice:"Un giorno vidi uno che leggeva un libro di Anassagora. C'era scritto la mente è quella che fa e dispone tutte le cose. Se è vero che la mente ordina tutte le cose, ella dovrà disporre ciascheduna nella forma più buona che mai si possa pensare, e però dove alcuno voglia ritrovare la cagione di ciascheduna cosa; cioè com’ ella si genera,come perisce, com'è; conviene che ritrovi quale sia per lei la più buona maniera di essere, o di patire, o di fare. Secondo questa norma non dee alcuno considerare sul conto suo o sul conto delle altre cose, se non ciò che è il meglio, s'intende che bisogna conoscere anche il peggio, perchè la scienza del meglio e del peggio, rispetto alle medesime cose è una medesima". Era quindi tutto risolto. Con la mente si poteva capire se la terra è rotonda o piatta, quali sono i misteri di tutte le cose che ci circondano. Socrate riferisce di aver letto quindi tutti i libri che trattavano l'argomento.
XLVII
Purtroppo tutto quello che sull'argomento veniva detto, nulla corrispondeva al vero. La spiegazioni che sostenevano che per esempio un uomo è seduto perchè i suoi muscoli e le sue ossa sono riposate e quindi le giunture che le collegano rilassate, non sono per nulla convincenti, poichè esse mettono in rilievo il risultato finale di una cosa che nasce altrove. Se uno fa una certa azione e perchè in quel momento quella è la cosa che ritiene più utile per lui. Ecco quindi che queste teorie non sono state per nulla soddisfacenti a spiegare perchè la terra si trova in un certo punto dello spazio e non in un altro. L'unica cosa certa e che cielo terra e aria sono disposti per il meglio. Alla fine Socrate abbandonò questo studio e cercò da solo la spiegazione a questi quesiti.
XLIX
Il mondo delle idee.
Per dimostrare l'immortalità dell'anima, Socrate parte dal mondo delle idee. Esiste un bello per sè, e un grande per sè e via dicendo per tutte le cose. La bellezza è bella perchè è partecipe della sua stessa essenza, non vi sono altre cose che rendono la bellezza più bella se non la bellezza stessa. Socrate vuole dire che l'aggiunta di un colore, di un altro attributo o di altri pregi, non aggiunge nulla alla bellezza in sè. Le cose belle sono belle per bellezza. La bellezza è un valore assoluto, nel senso che togliendo o aggiungendo ad essa qualcosa non si sposta nulla al suo valore assoluto. Le cose sono simile anche per le altre cose. Se uno afferma che uno è maggiore d'un altro della testa, e questo è minore di quello, anche della testa, questo non è vero, poichè la grandezza come la piccolezza, sono valori assoluti e quello più grande non è tale perchè esiste uno più piccolo, così come quello più piccolo non è tale perchè esiste uno più grande. La grandezza è grandezza non perchè esiste una piccolezza e così vale anche per la piccolezza. Lo stesso concetto vale per tutto. Il due è due perchè è tale, egli non è la somma di 1 + 1, non è aggiungendo all'uno che si ha la grandezza due. Il due, come il dieci, come qualunque altra grandezza, non sono formati da sottrazioni o addizioni, esse sono essenze. Sono individualità. Il bicubito, non è più grande del cubito, di metà, ma è una grandezza propria. Ogni cosa è se stessa. Per la grandezza, come per la bellezza e per tutte le altre cose si giunge poi sino al vertice massimo che sono gli enti.
L
I valori assoluti
"Quando si afferma che Simmia è più grande di Socrate e più piccolo di Fedone, non si afferma che in Simmia sono presenti entrambe le cose, piccolezza e grandezza?" riprese a dire Socrate. Simmia supera Socrate non perchè è Simmia, ma per la grandezza che gli toccò di avere, e non supera Socrate perchè è Socrate, ma solo perchè Socrate ha una piccolezza rispetto alla grandezza di lui. Simmia è poi superato da Fedone, non perchè Fedone è Fedone, ma perchè Fedone è grandezza rispetto alla piccolezza di Simmia. Simmia è dunque grandezza sua con la piccolezza dell'altro e lasciando la sua piccolezza essere superata dalla grandezza dell'altro. La grandezza è un'entità che non può mai diventare piccolezza, poichè, se gli pone il contrario, cioè la piccolezza, egli rimane sempre grandezza, ma sfugge dinnanzi al suo contrario, nel senso che ella non diventa piccolezza se paragonata ad una maggiore grandezza. La piccolezza invece rimane sempre piccola, non vuole diventare nè essere grande, nè mutare nei suoi contrari. Insomma se Simmia è più grande di Socrate, la sua grandezza sarà sempre tale, anche se paragonato a Fedone che è più grande di lui, non accetterà di trasformarsi in un suo contrario, la piccolezza, e neanche la piccolezza si trasformerà in grandezza perchè se Socrate è più piccolo di Simmia anche questo è un valore assoluto.
LI
Il contrario schietto non può divenire mai al contrario suo.
A questo ragionamento uno dei discepoli obiettò che era un ragionamento in contrasto con quello che si era prima detto, ossia che esistono i contrari e che una casa grande si genera da una cosa piccola e viceversa, ora questo discorso della grandezza e della piccolezza è opposto a quello di prima. Socrate afferma:"Prima si era detto che da cosa contraria nasce cosa contraria; ma ora si dice che il contrario schietto non può divenire mai al contrario suo, non pure in noi, ma neanche in natura" (In una cosa si può passare da un predicato al suo contrario, ma i contrari in sè si escludono a vicenda: un oggetto può essere freddo e poi caldo, una persona riconosciuta grande e poi piccola, ma il caldo e il freddo in sè, la grandezza e la piccolezza non possono essere e rimanere sempre tali, quali sono per natura)
LII
Il mondo delle idee non ammette contrari
Prendiamo in considerazione due enti: Il CALDO e il FREDDO. Successivamente prendiamo in considerazione la NEVE e il FUOCO. E' possibile identificare il freddo con la neve e il caldo con il fuoco?No, non è possibile. Il CALDO è una cosa, il FUOCO è altro, così come il FREDDO è una cosa, la NEVE è altro. Se la neve riceve il caldo, scompare, se il fuoco riceve il freddo, si dissolve pure. Ne deriva che non solo la specie vuole essere sempre sè stessa (la specie ne caso specifico sono Il CALDO e il FREDDO), ma anche la cosa (NEVE E FUOCO) vogliono essere simili alla specie, poichè venendo in contatto con il loro contrario, non accettano di trasformarsi nel contrario e scompaiono (alcune cose pur non essendo identiche all'idea, l'hanno però in sè in tale modo, che essa ne costituisce un predicato inscindibile: il tre non è il dispari, ma non può mancare del dispari).
Socrate pone altri esempi: IL DISPARI è l'ente, e non può mai trasformasi nel suo contrario. Il DISPARI è l'idea, il numero tre è la cosa che dall'idea deriva. Ma il tre non può essere identificato con il dispari, poichè egli non è il solo numero dispari, sono dispari il cinque, il sette e via discorrendo. Stessa cosa vale per il PARI. il due è pari, ma non è il pari, perchè assieme al due esistono tanti altri numeri pari. Si può quindi affermare che i contrari schietti non possono essere scambiati, il freddo non può diventare caldo, ma anche le cose che da queste idee derivano non accettano di diventare contrari (le idee contrarie caldo/freddo, pari/dispari) si escludono a vicenda, ma pure certe cose, non opposte di per sè (neve/fuoco, tre/due), ma partecipi di idee opposte, si oppongono l'una all'altra.
LIII
Socrate inizia a spiegare che alcune idee, non ammettono il contrario e pone la seguente definizione:"non solo il contrario non riceve il contrario, ma anche ogni idea la quale, dove che ella vada, meni seco un'altra idea, non riceve mai il contrario di questa sua compagna". Ecco alcuni esempi: il dispari non accetterà mai il suo contrario, cioè il pari. Il tre è un numero dispari, mai accetterà che diventi pari, cosi come il due è un numero pari e mai potrà diventare un numero dispari. Il fuoco non diventerà mai freddo, e coso via di seguito. Esistono dunque alcune idee che non ammettono il contrario.
LIV
Contraria all’anima non c’è niente, perché l’anima è vita e non ammette il suo contrario.
Socrate prova con i suoi discepoli alcuni esempi esplicativi della sua tesi:
-Se tu domandassi a me, che mai s'ha a generare in un corpo perchè venga caldo, io non ti farei quella risposta sicura sì, ma insipiente, dicendo la caldezza; ma sibbene, secondo che s'è ragionato, te ne farei una più sottile, dicendo il fuoco. E se mi domandassi che mai si ha generare in un corpo perchè egli infermi, non ti risponderei il morbo; ma sibbene la febbre. E se mi domandassi che mai s'ha generare in un numero acciocchè venga dispari, non risponderei la disparità, ma sibbene la monade (l'unità), e così di seguito. Da questo concetto Socrate conclude dicendo che un corpo può definirsi vivo solo se possiede l'anima, dove entra l'anima entra la vita. Contraria alla vita c'è la morte, ma contraria all'anima non c'è niente, perchè l'anima è vita e non ammette il contrario.
Socrate è giunto alla meta di tutto il suo lungo ragionare, dall'opposizione di certe idee fra di loro, a quella di certe cose che partecipano di idee opposte: l'anima è nel corpo principio di vita, opposto alla morte, dunque l'anima non potrà mai ammettere in sè la morte.
LV
L’anima non riceve l’idea della morte, dunque è immortale.
Quello che non riceve l'idea del pari è il dispari, così come quella che non riceve l'idea della giustizia è l'ingiusto e cosi via, chi non riceve l'idea della morte è l'immortale. Siccome abbiamo detto che l'anima non riceve la morte se ne deduce che l'anima è immortale. Se il freddo non fosse perituro per necessità, fuggirebbe quando qualcuno gli avvicina il caldo, stessa cosa vale per il caldo, qualunque cosa fredda gli si avvicinerebbe resterebbe calda, invece essa si allontana. Così vale anche per l'anima che è immortale e fugge quando arriva la morte. Mentre le cose che possono fuggire ma anche perire per l'avvento del loro contrario, l'anima, per la natura della sua idea che le è connaturata, quella dell'energia vitale, non può rifuggire al suo opposto, cioè alla morte, risultandone così imperitura.
LVI
Essendo l'anima incorruttibile ne segue che è immortale. Quindi quando si muore, finisce la parte corporale della vita, decede il corpo, l'anima che è immortale sfugge alla morte, quando lei arriva, l'anima se ne fugge via.
LVII
In vita conviene curare l’anima e non il corpo.
In vita, la breve vita che viviamo, conviene curare molto di più l'anima che il corpo, poichè il corpo vive solo la sua esistenza terrena, mentre l'anima che è immortale sopravvive sempre. Conviene curare l'anima perchè se l'anima è malvagia , se l'uomo che durante la sua vita non ha mai badato a curare la sua anima, quando questa si stacca dal corpo ella entra nel cammino dell'inferno. Se l'anima è stata malvagia, essa viene giudicata e quindi nuovamente inviata sulla terra in nuove spoglie. L'anima che è stata malvagia, viene scansata da tutte le altre anime, quelle che hanno commesso colpe inespiabili, dopo millenni di pena, precipitano definitivamente nel Tartaro, mentre le altre tornano a vivere in altri esseri sulla terra. Quella invece che è stata sempre saggia e a seguito le indicazione degli Idii va direttamente in un luogo convenevole, dove vive in compagnia di altre anime pie ed insieme a quelli Idii a cui in terra si è ispirata.
LVII
L’uomo è come una formica che vive ai margini di un pantano. Crede di conoscere tutto, ma non sa niente.
La terra è rotonda ed è in mezzo al cielo, ella non ha necessità di aria perchè non cada, nè di altro sostegno. Noi esseri umani abitiamo in un piccolo spazio della terra, siamo come le formiche che vivono ai margini di un pantano e credono di conoscere tutto il mondo. Nella terra vi sono molte conche, di forma e grandezza varia. Noi abitiamo dentro quelle conche della terra e ignoriamo quello che succede sulla terra stessa. Siamo come i pesci che vivono sott'acqua e vedono il sole e le cose filtrate dal mare stesso. Egli non immagina nemmeno le cose che gli stanno intorno, vive in una caverna e vede solo le ombre delle cose. Noi esseri umani siamo come le formiche o i pesci, crediamo di vivere sopra le acque invece vediamo le cose non per come sono ma per come ci appaiono. Se qualcuno di noi potrebbe uscire dalla sua nicchia vedrebbe cose che nessuno a mai visto, vedrebbe quello che è il vero cielo, la vera terra, la vera luce. Perchè quello che noi vediamo adesso sono cose corrotte e mangiate, come lo sono le cose del mare per cagione della salsedine.
LXII
Socrate narra ai propri discepoli, che dopo la morte, esiste un mondo ultramondano a cui giungono le anime. Il mondo ultraterreno è costituito da fiumi, boschi e luoghi meravigliosi per le anime che in vita sono state rette e pie, viceversa quelle che sono state malvagie vengono gettate nel tartaro e punite secondo il grado della loro malvagità. Massima gioia invece tocca alle anime dei filosofi che hanno sempre curato lo spirito e trascurato il corpo, e per tale motivo essi non devono temere la morte, anzi la devono desiderare.
LXVI
Morte di Socrate. “Critone, dobbiamo un gallo ad Esculapio, dateglielo, e non ve ne dimenticate”
Morte di Socrate: ...”O buon uomo, tu che te ne intendi, dì, che è quello che si dee fare?”
Rispose: - “Niente altro che, dopo che tu hai bevuto, passeggiare, insino a che tu non senta le gambe tue venire gravi: allora ti coricherai; e così farà il suo effetto”. E così dicendo, porse a lui il calice; ed egli lo prese; e, sereno nè l'aspetto, ma, secondochè era solito, con quei taurini occhi, guardando colui per la faccia...
...Già le parti di giù attorno al ventre erano fredde; ed ecco, scoprendosi, chè si era coperto cotali parole disse, che furon le ultime: -Critone, dobbiamo un gallo ad Esculapio*: dateglielo, e non ve ne dimenticate. -Ma si, - disse Critone;- ma vedi se tu hai a dire alcun'altra cosa - E stando lui così a domandare, egli più non rispose. Ma dopo un poco, si mosse; l'uomo l'ebbe scoperto: e lo sguardo gli s'impietrò. Critone, ciò vedendo, gli chiuse la bocca e gli occhi.
Il corpo è una malattia che guarisce solo con la morte.
* Poichè l'unione col corpo, pieno di passioni malsane, è per l'anima uno stato d'infermità, la morte ne sarà la restaurazione allo stato di purezza, e dunque bisogna rimeritarne il dio della medicina, Esculapio, come sempre guarendo da una malattia. L'offerta del gallo è associata all'apparire mattutino del sole e all'epifania del dio, per cui la frase di Socrate equivarrebbe a :"Il sole sta sorgendo, ecco viene la luce: siano rese grazie".
Ultimo aggiornamento Lunedì 29 Novembre 2010 16:29



