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La cornice degli invidiosi

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La terribile punizione per gli invidiosi

La seconda cornice della montagna del Purgatorio è la sede delle anime che in vita peccarono di invidia. E’terribile la punizione che spetta a queste anime. Essi peccarono di invidia , guardando con rancore e odio le altrui fortune. Per la legge del contrappasso, sono punite con la cuciture delle palpebre, allo stesso modo in cui anticamente si faceva con lo sparviero a cui per addestrarlo veniva effettuata l’accigliatura, cioè gli venivano cucite le palpebre. Queste anime quindi non solo non possono vedere, sono anche ostacolate nel pianto, poichè le lacrime non defluiscono dal sacco lacrimale in quanto impedite dalla cucitura. Esempi di altruismo e di generosità vengono citati in questa cornice per indurre le anime a purgarsi del peccato dell’invidia.

{mosgoogle} Ma cos’è l’invidia? E quanti di noi hanno provato questo sentimento nella loro vita ? L’invidia è uno dei primi sentimenti dell’uomo. Sin dai primordi della creazione l’uomo ha convissuto con questo impulso. Caino, primogenito di Adamo, è  il primo esempio di uomo invidioso.

“Il Signore guardò con favore Abele e la sua offerta, ma non guardò con favore Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo viso era abbattuto" (Genesi 4:4-5). Caino invidiò Abele, il cui sacrificio era stato gradito da Dio, invidiò, cioè, il favore di Dio che non aveva ottenuto e che voleva acquistare.

La Bibbia narra vari casi di invidia, in molti dei quali questo sentimento porta addirittura all’omicidio. Giuseppe è invidiato dai fratelli che lo vendettero come schiavo, Saul invidiò i successi di Davide, i Farisei invidiarono Gesù e lo diedero in mano ai Romani perché lo condannassero a morte.

Del resto la Bibbia non allude velatamente all’invidia, ne fa esplicita condanna:”Non desiderare la casa del tuo prossimo; non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il servo, né la serva, né il suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna del tuo prossimo” (Esodo 20:17).

 

L’invidia nelle religioni monoteistiche.

Vediamo come viene considerata l’invidia nelle tre religioni monoteistiche.

Nell’Ebraismo si compie per cosi dire un’opera di “prevenzione” nei confronti dell’invidia. In primo luogo è noto per il credente che quanto compie atti non ritenuti conformi alla sua fede, la colpa di questo peccato potrebbe ricadere su di un altro individuo appartenente alla sua religione. Infatti il credo religioso ebraico è basato sull’idea che ogni individuo è responsabile di un altro individuo. Una delle preghiere quotidiane degli ebrei consiste nel chiedere perdono di tutti i peccati esistenti, elencandoli in ordine alfabetico, il che consente di giustificarsi anche per quelli non compiuti, ma che comunque potrebbero coinvolgere il credente. Il sentimento dell’invidia definito come “sentimento di avversione, di malevolenza, di ostilità che porta a desiderare il male altrui”, viene prevenuto anche con l’aiuto del nucleo familiare che cerca di crescere ogni generazione nel rispetto degli imperativi biblici e religiosi. E’ poi assoluto il biasimo della comunità nei confronti dell’invidioso, questo è ovviamente un fattore che scoraggia l’invidia, rendendola inefficace nella sua esternazione.

Nella religione cattolica l’invidia è condannata, e viene inclusa tra i peccati capitali.

Il soggetto invidioso, pur trovando numerosi esempi biblici di condanna di questo difetto, non riesce a trovare un antidoto ad esso. Per la religione cattolica, gli uomini di fronte a Dio, sono uguali, ma sulla terra questa eguaglianza non esiste. La stessa rappresentazione simbolica della vita dopo la morte non vede gli uomini vivere in una situazione di uguaglianza: la futura collocazione nel paradiso, nel purgatorio o nell’inferno, rende differenti, in quanto differente sarà il destino di ognuno. Il fatto stesso quindi di essere in una condizione economica privilegiata, condanna il cattolico ad essere oggetto di invidia, ma la colpa ricade anche sul soggetto invidiato, che lontano dai precetti cattolici, vive in condizione di superiorità rispetto ai suoi simili. Tuttavia il cattolicesimo tende ad appianare questa situazione considerando il fatto che sebbene su questa terra le condizioni delle persone sono differenti, di fronte a Dio questa differenza non esiste, poiché gli uomini sono tutti uguali, anzi chi in questa terra è meno possidente avrà maggiori possibilità di ascendere in paradiso. Comunque anche su questa terra si dovrebbe tendere all’eguaglianza degli uomini. Se questa eguaglianza è teoricamente possibile dal punto di vista materiale, diventa impossibile dal punto di vista cosiddetto “dell’essere”. La genialità, il fascino, la simpatia, il talento non sono posseduti da tutti gli individui. Il fatto che il cattolicesimo non abbia dato al credente esaurienti spiegazioni del perché qualcuno le possegga e qualcun altro no, fa si che il processo dell’invidia non possa arrestarsi, neanche nell’utopica società dell’uguaglianza da lui perseguita. Una giusta distribuzione del reddito, dei poteri, di tutto ciò che è “materia” non potrà compensare la mancanza di doti che il proprio intelletto non possiede. Solo una soddisfacente spiegazione del perché avrebbe potuto prevenire e alleviare il disagio dell’invidioso.

Nel protestantesimo dove vige la dottrina della predestinazione degli eletti o dell’elezione per opera della Grazia, la società è basata sulla ricerca di un intenso benessere materiale. E’, quella protestante, una società molto competitiva dove la realizzazione dei propri bisogni sulla vita terrena non contrasta con la salvezza per la vita ultraterrena. Secondo questa logica, nella società protestante, l’invidia non dovrebbe esistere, poiché l’individuo bada esclusivamente a sé stesso, e non vede con occhio malevole le altrui fortune. In realtà le cose non stanno proprio così, poiché se da un lato è vero che l’individuo si trova a vivere in un contesto che promuove l’isolamento, nello stesso tempo anche in questa società notiamo comportamenti invidiosi. Gli individui potrebbero pensare che il fallimento delle loro iniziative siano sinonimi di dannazione e l’invidia potrebbe essere innescata dalla consapevolezza che Dio ha scelto un altro individuo a cui dare un determinato dono e il conseguente successo professionale.

Nell’Islam esiste una curiosa situazione, nel senso che color che abbracciano la fede islamica, non possono invidiare, ma sono solo invidiati. L’individuo viene istruito ad accettare i suoi limiti e le possibili diseguaglianze nel mondo terreno. Come si può invidiare qualcuno che non per suo volere, ma per volere di Allah è l’invidiabile?

 

L’invidia nella filosofia

 

Il gesuita Roberto Bellarmino definisce l’invidia come “un peccato per il quale l’uomo ha dispiacere del bene d’altri, perché gli pare che diminuisca la grandezza propria”. L’idea che balza immediatamente alla mente è che l’invidia sia il frutto della nostra società, competitiva, dove l’apparire conta molto più dell’essere. In realtà, come abbiamo visto, l’invidia sembra nascere con l’uomo. Caino uccide Abele perché invidioso dell’amore che il Signore ha nei suoi confronti.

Il filosofo Remo Bodei sostiene che l’invidia è stata considerata una “pecca della democrazia già dal mondo greco”.

Tocqueville sostiene che l’invidia è tipica delle società democratiche. In questo tipo di società, viene sostenuta l’eguaglianza dei cittadini, in realtà così non avviene e le differenze economiche e sociali creano l’invidia. Da sottolineare poi che l’invidia è maggiore non tanto nei confronti di chi ci sovrasta con al sua ricchezza, ma nei confronti di chi ci è vicini e vive un po’ meglio di noi.

Nietzsche sostiene che l’invidia è il prodotto delle società che si professano ugualitarie, come le democrazie o anche le società socialiste. Lo stesso cristianesimo, che professa l’eguaglianza degli uomini, ha creato l’inferno per una sorta di invidia nei confronti di chi vive nelle maggiori condizioni di agiatezza nei confronti dei più poveri.

Max Scheler ha sottolineato la differenza tra l’invidia e la gelosia. L’invidia è una specie di risentimento verso qualcosa che qualcuno ha ma che non mi appartiene, gelosia è invece la paura che qualcuno mi porti via ciò che già ho.

Lorenzo Infantino, docente di filosofia delle scienze sociali alla LUISS di Roma, sostiene che anche la lotta di classe presente nel marxismo denota una società basata sull’invidia. Secondo Infantino, al proletariato non interessa raggiungere il successo, addirittura non lo desidera nemmeno, quello che invece desidera è la distruzione di quelli che il successo ce l’hanno.

Come si fa a riconoscere un invidioso?

Osservate bene il vostro interlocutore, quando gli raccontate di un vostro successo, o gioia, o fortuna insperata. Se il viso gli si contrae e le lebbra gli restano serrate, non c’è problema perché l’invidia è dichiarata. Se invece sorride, nel tentativo di nascondere il proprio malessere, osservate bene quel sorriso, è tipico e inequivocabile. L’invidioso stira le lebbra e scopre i denti. L’invidioso sorride con la bocca, ma non con gli occhi.

Alla base dell’invidia c’è, generalmente, la disistima e l’incapacità di vedere le cose e gli altri prescindendo da sé stessi. L’invidioso è un frustrato, ossessivo, manipolatore, con pochi scrupoli ed ipocrita. L’invidioso può rivolgere la propria invidia non solo verso oggetti materiali, ma anche verso presunte doti dell’invidiato: una particolare avvenenza, l’intelligenza, il fascino. Per concludere, tra i numerosi aforismi che sono stati scritti sull’invidia, ne cito uno, sintetico ed esplicativo di Giovanni Boccaccio: “Solo la miseria è senza invidia”

Ultimo aggiornamento Sabato 19 Settembre 2009 20:01

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