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NoFirenze nel secolo di Dante
- Martedì 23 Settembre 2008
- Sezione:
- Categoria: Canto sesto
Firenze all’epoca di Dante. La situazione politica della città Toscana nel pieno delle lotte fratricide tra Guelfi e Ghibellini, Bianchi e Neri. Sullo sfondo la tragica vicenda del Poeta, che tradito da papa Bonifacio VII, viene condannato all’esilio.
I versi che seguono sono quelli d Sordello, che nel VI canto del Purgatorio lancia violente invettive, prima contro l’Italia, poi contro Firenze, con tono sarcastico e sferzante.
127Fiorenza mia, ben puoi essere contenta
Di questa digression che non ti tocca,
mercè del popolo tuo che si argomenta.
130Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca,
per non venir sanza consiglio a l’arco:
ma ‘l popol tuo l’ha in sommo de la bocca.
133Molti rifiutan lo comune incarco;
ma il popol tuo solicito risponde
sanza chiamare, e grida:”I’ mi sobbarco!”.
136Or ti fa lieta, chè tu hai ben onde:
tu ricca, tu con pace, e tu con senno !
S’io dico ‘l ver, l’effetto nol nasconde.
139Atene e Lacedemona, che fenno
L’antiche leggi e furon sì civili,
fecero l viver bene un picciol cenno
142verso di te, che fai tanto sottili
provvedimenti, ch’a mezzo novembre
non giugne quel che tu d’ottobre fili.
145Quante volte, del tempo che rimembre,
legge,moneta, officio e costume
hai tu mutato, e rinovate membre !
148E se ben ti ricordi e vedi lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su le piume,
151ma con dar volta suo dolore scherna.
Vediamo in che situazione economico-politica si trova l’Europa ai tempi della vita di Dante (1265-1321).
a) Lo scontro fra papato e impero.
{mosgoogle}In Europa, la contrapposizione tra Papato ed Impero raggiunge una svolta, mentre nascono gli stati nazionali. All’interno dei comuni italiani, tende ad affermarsi un assetto politico di tipo oligarchico, che vede al potere le ricche famiglie borghese. In questo periodo storico si verificano particolari fenomeni socio-economici, caratterizzati da un incremento demografico che determina un aumento della domanda dei prodotti alimentari e dei manufatti. Le città si ripopolano e le mura vengono vi a via allargate, ad esempio quelle di Firenze, di origine romana, sono ampliate nel 1173 e poi nel 1284. La vita delle città è fervente, si sviluppano sia le produzioni artigianali, sia quelle bancarie. Insomma le città fioriscono e prendono decisamente il sopravvento sulle campagne. Si assiste successivamente all’affermarsi, nelle realtà comunali, del potere di singoli gruppi familiari emergenti e questo comporta la progressiva trasformazione in Signorie, governate da personalità che spesso godevano di un largo consenso e potevano quindi muoversi con notevole autonomia.
Tutto questo fiorire di attività, vede sullo sfondo l’incessante lotta fra Papato e Impero. Un braccio di ferro per la supremazia del potere. Uno dei più accaniti sostenitori della supremazia del Papato, fu Bonifacio VIII. Nato ad Anagni, come Benedetto Caetani, salì al pontificio dopo aver convinto con l’inganno Celestino V ad abdicare.
Nel 1300 istituì il Giubileo, che portò a Roma ingenti ricchezze e a Firenze favorì la parte nera, posizione che costò a Dante l’esilio, ed appoggiò la discesa angioina in Italia meridionale contro la casta tedesca di Hohenstaufen.
Convinto sostenitore della supremazia universale del papato, Bonifacio VIII, si scontrò con le ambizioni di Filippo IV di Francia, che scomunicò nel 1303 dopo aver redatto la bolla “Unam Sanctam” che ribadiva la supremazia del pontefice in quanto vicario di Cristo, su tutte le podestà della terra.
b) Firenze: Guelfi e Ghibellini
Gli eventi internazionali si mescolano, nella vita politica e sociale fiorentina ai nuovi contrasti tra la vecchia nobiltà cittadina e la nuova aristocrazia dei ricchi.
Nel 1215 Buondelmonte dè Buondelmonti, che secondo quando si diceva, aveva rotto il fidanzamento con la figlia di Lambertuccio Amidei, viene assassinato il giorno della Pasqua di Resurrezione mentre, a cavallo, attraversa il ponte Vecchio sull’Arno. Autori del delitto sono alcuni componenti della famiglia Amidei, alleatesi con un’altra potentissima famiglia, quella degli Uberti.
In seguito a questo omicidio la città si divide in due fazioni: guelfa (partigiana dei Buondelmonti) e Ghibellina (fautrice degli Amidei e degli Uberti).
La situazione volge immediatamente a favore della parte Ghibellina, poiché essi vengono aiutati dal potente imperatore Federico II di Svevia. I rapporti fra l’imperatore svevo ed il papato erano estremamente tesi, poiché Federico avendo unificato le corone di Sicilia con quella di Germania, determinando un pericoloso accerchiamento al territorio della Chiesa. Questa situazione non era affatto gradito al papa, ed infatti Federico II viene scomunicato da Innocenzo IV. Ormai con dichiarate ostilità nei confronti della Chiesa, Federico II che viene accusato di eresia, si schiera decisamente a favore della fazione Ghibellina e pertanto da un decisivo e valido appoggio alla casata degli Uberti che per parte della fazione ghibellina domina Firenze.
c) La discesa in Italia di Carlo d’Angiò
La discesa in campo di Federico II diede un colpo mortale alle ambizioni dei Guelfi, i quali messi alle strette, il 2 febbraio del 1249 abbandonarono di nascosto la città, ma i ghibellini, non contenti, li inseguirono e li sconfissero nella battaglia della Capraia.
Le vicende politico-militare di Firenze si alternano a momenti in cui predomina la parte Ghibellina a quella in cui predomina la parte guelfa. La svolta decisiva, per le sorti politiche di Firenze, si ha nella battaglia di Montaperti, dove i Ghibellini, guidati da Farinata degli Uberti , ottengono una clamorosa vittoria. La sanguinosa battaglia venne decisa a favore dei Ghibellini, grazie anche all’appoggio di Manfredi, figlio di Federico II. La vittoria dei Ghibellini fa paventare a questi l’idea di distruggere definitivamente Firenze. Ma è lo stesso Farinata che, forte del proprio prestigio, si oppone a questa decisone difendendo la città e salvando Firenze dalla distruzione.
Viene nominato podestà di Firenze Guido Novello, il quale si comporta da tiranno, e ben presto viene inviso sia ai borghesi che al popolino.
Il papato, nella figura di Clemente IV, non poteva rassegnarsi alla perdita del potere temporale, per cui cercò di contrastare il dominio di Manfredi chiamando in Italia Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia. Del resto Clemente IV, il cui nome originale era quello di Gui Folques, era anch’egli francese, per cui decise di appoggiarsi a Carlo d’Angiò, il quale appena venne in Italia fu incoronato dal papa re delle due Sicilie, il che contrastava con il potere di Manfredi che era il vero re di Sicilia.
Era naturale che i due eserciti, quello francese e quello di Manfredi dovessero arrivare allo scontro, ed infatti il 26 febbraio del 1266 , a Benevento, dove vi fu lo scontro decisivo. Quando Manfredi percepì la disfatta, preferì gettarsi nella mischia e morire da valoroso piuttosto che essere fatto prigioniero. In seguito a questi eventi tutto il progetto di Federico II sul Meridione crollò: Carlo d’Angiò si impadronì di quest’aria geografica e vi insediò funzionari francesi, trasferendo la capitale da Palermo a Napoli.
Questi avvenimenti mutarono il quadro politico anche a Firenze, infatti forte della vittoria di Carlo d’Angiò, il papa Clemente IV favorisce nettamente il partito guelfo. In questa fluida situazione insorge il popolo che caccia il podestà Guido Novello. Ne segue un breve periodo di pacificazione fra i due partiti contendenti. Poiché Carlo d’Angiò è ormai il padrone incontrastato e sta risalendo la penisola, i Guelfi fiorentini, forte di ciò, attuano un colpo di mano e assumono il potere. Il17 aprile del 1267 tutto è compiuto e i ghibellini sono di nuovo condannati all’esilio, con umiliazioni assai pesanti. Per dare forza ad un potere legittimato dalla potenza altrui, i guelfi nominano Carlo d’Angiò podestà di Firenze, sebbene per interposta persona.
I Ghibellini non rassegnati alla sconfitta cercano di reagire e tale scopo si appoggiano a Corrado V che, venuto dalla Germania per riconquistare il regno di Napoli, si scontra a Tagliacozzo con le forze di Carlo d’Angiò. La battaglia si conclude con la sconfitta di Corradino, che cercando scampo nella fuga, viene tradito da un feudatario romano, il Frangipane, che lo imprigiona. Consegnato a Carlo I, Corradino viene decapitato a Napoli nella piazza del mercato.
Ben presto però la curia pontificia si rende conto che il trattato pontificio-angioino col quale Carlo I d’Angiò era stato chiamato in Italia per contrastare le pretese di Manfredi, non è conveniente: Carlo, infatti, lontano dal sottomettersi alla volontà papale, persegue una politica espansionistica.
I francesi dall’alto del loro potere erano divenuti abbastanza arroganti sino a quando in Sicilia, il 31 marzo 1282, avvenne un episodio passato alla storia come "Vespri Siciiani", , in cui scoppiò una rivolta popolare, pe r un motivo apparentemente banale che consisteva nel fatto che alcuni soldati francesi, il lunedì dell’angelo, avessero recato offesa a delle donne siciliane che uscivano da una chiesa di Palermo, dopo aver assistito ai vespri . Apparentemente fu questa la scintilla che provocò la rivolta, in realtà le cause erano da ricercarsi nella durezza del fiscalismo del regime angioino e nella scarsa considerazione dimostrata dal re verso la Sicilia a vantaggio di Napoli.
d) La nascita delle “Arti” a Firenze
{mosgoogle}Nel frattempo a Firenze regna una situazioni di forte rivalità fra i Guelfi e i Ghibellini.Il Papa invia a Firenze il cardinale Latino Frangipani, per cercare di mettere pace fra le due fazioni rivali, cosa che gli riesce ponendo fine alle rivalità fra le due fazioni avverse. Senonchè il compromesso tra i due partiti è estremamente precario, anche perché entrambi sono in crisi di consenso popolare. Dalle loro rovine nascono due correnti nuove, che oggi si chiamerebbero trasversali: quella dei Magnati (nobili) e quella che si riconosce nelle Arti (borghese). Arti che, a loro volta, si dividono in Arti maggiori (popolo grasso) , in numero di 7, e Arti minori (popolo minuto). Altre 5 Arti confluiscono nelle maggiori, che diventano così 12. Il loro potere s’espande e in proporzione con lo sviluppo economico, ch’è vistosissimo. Nell’inverno del 1282, le arti maggiori cominciano a mirare scopertamente al governo della città.
Nel 1284 i Genovesi sconfiggono nettamente i Pisani, che ne vengono definitivamente ridimensionati. Di conseguenza Firenze vede consacrato il proprio primato sull’intera Toscana.
Nel 1289 a Campaldino, i Fiorentini distruggono le ultime ambizioni di Arezzo. Nello stesso anno è abolita la servitù della terra: è il crepuscolo del Medio Evo.
Nel 1292, Giano Della bella, principale esponente dell'omonima famiglia, una delle più nobili e antiche famiglie Ghibelline della città, si era fatto guelfo per ragioni politiche. Egli diviene il “paladino” dei ceti più popolari della città, capeggiando la rivolta contro i “magnati”.
Divenuto Priore riuscì a far emanare i cosiddetti Ordinamenti di Giustizia che rappresentarono la più importante riforma della repubblica. Con questi provvedimenti i “grandi” del popolo, ovvero i nobili di antica tradizione feudale e latifondista venivano esclusi dal governo della città in favore del nascente ceto borghese, obbligando per essere eleggibili alle cariche politiche l’iscrizione ad un’Arte. Il cosiddetto “popolo magro” composto dagli strati più bassi e poveri della società, era comunque ancora escluso, non esistendo Arti che comprendessero le loro categorie.
e) I Bianchi e i Neri
Altra famiglia di fondamentale importanza a Firenze era quella dei Donati (la stessa moglie di Dante, Gemma, apparteneva ai Donati, quindi il poeta era strettamente imparentato con essi). I Donati furono sempre in prima fila sul fronte Guelfo. Corso Donato era il principale esponente di questa famiglia. Ben presto l’intesa tra Giano della Bella e Corso Donati si incrina, e la famiglia dei Donati, restaura il prestigio e l’autorità del partito Guelfo sulla città. I contrasti tra Corso Donati e Giano della Bella si accentuano sempre di più, sino a quando Corso Donati, ottenuto l’appoggio di Bonifacio VIII, determina l'esilio del rivale. E’ il 5 marzo del 1295. Corso Donati tuttavia non riesce a mantenere l’unità del partito guelfo, che si divide in due fazioni. Un’altra importante famiglia di Firenze è quella dei Cerchi. La famiglia dei Cerchi e quella dei Donati abitavano vicine, ed anch’esse erano del partito dei guelfi. Ben presto però le due famiglie iniziano a scontrarsi. Il partito dei guelfi si divide quindi in due fazioni: la parte nera, che resta fedele ai Donati e ch’è espressione dei Magnati, cui aderisce anche il popolo grasso legato alla mercatura e al capitale, e la parte bianca, alla cui testa si pone Vieri della famiglia dei Cerchi, ch’è di recente fortuna e di origine terriera, nella quale si riconoscono il popolo minuto, la piccola nobiltà e gran parte del ceto colto.
Nel 1300 Dante è eletto priore, la carica più alta del comune: un bimestre al quale, Dante ascriverà l’inizio di tutte le sue sventure. All’inizio dell’estate del 1300 Dante è quindi fra i priori che decretano il confino per i capi più estremisti dei due partiti: tra i Bianchi questa sorte tocca anche a Cavalcanti. I Neri tendono infatti di congiurare addirittura contro i Priori. Il Primo maggio del 1300 scoppiano gravi tumulti nel quartiere di Santa Trinità, nei quali rimangono coinvolti molti uomini influenti, tra i quali Guido Cavalcanti e lo stesso Corso Donati, che poi verranno entrambi esiliati.
f) Dante tradito da Bonifacio VIII
Il papa Bonifacio VIII finse di fare da paciere fra le due fazioni guelfe, mentre in realtà era decisamente schierato per la fazione dei Neri. Infatti mentre le rivalità tra le due fazioni erano all’apice, l’astuto pontefice si mise in contatto con Carlo di Volis, fratello minore del re di Francia Filippo IV il Bello, nonché marito della sorella di Carlo d’Angiò. Carlo di Volis finse di fare da paciere in realtà favorì apertamente la fazione dei Neri e ridette il potere ai Neri guidati da Corso Donati, che rovescierà la fazione di Bianchi. Concluso il suo mandato a Firenze, Carlo di Valois, prosegue per la Sicilia,per tentare la riconquista a favore della casa d’Angiò a danno degli Aragonesi, ma anche in questa impresa fallisce. Il Villani descrive così la venuta di Carlo di Valosi in Toscana: “venne in Toscana per paciaro, e lasciò il paese in guerra; e andò in Cicilia per fare guerra, e reconne vergognosa pace”.
Mentre avvenivano questi episodi, Dante veniva tratto in inganno dal papa Bonifacio VIII. Infatti Dante si era recato con un ambasceria presso il pontefice per stabilire il comportamento da tenere nei confronti dei Carlo di Valois. Gli ambasciatori erano tre: Bonifacio licenziò gli altri due con piglio da dominatore”Perché siete così ostinati? Umiliatevi a me!”. Trattenne invece Dante presso di sé con vari pretesti. Evidentemente aveva capito quale fosse l’avversario più agguerrito. L’astuzia volpina del pontefice e la sua patologica bramosia di potere dovette fare un’enorme impressione a Dante.
Mentre Dante era ancora lontano, a Firenze si ebbe il colpo di stato ordito dal papa, il quale solo in apparenza faceva mostra di non inclinare verso l’uno o l’altro dei due partiti. Nei fatti, Bonifacio si servì di Carlo di Valois, inviato a Firenze col pretesto di sedare le contese tra i due partiti, ma in realtà con l’incarico di favori i Neri.
La situazione per la fazione dei bianchi diventa quindi particolarmente grave e nel 1302 il podestà Cante Gabrieli da Gubbio, bandisce i Bianchi più compromessi, tra cui lo stesso Dante Alighieri, esiliato il 10 marzo.
I Bianchi fuoriusciti, non si rassegnano alla sconfitta, e si riorganizzano per tornare a Firenze, alleandosi addirittura ai fuoriusciti Ghibellini. Dante si dissocia da questa iniziativa. La battaglia decisiva avvenne nel 1304 alla Lastra della Loggia, dove i Bianchi vengono sopraffatti sanguinosamente, perdendo definitivamente le speranze di rientrare a Firenze.
Corso Donati tenta per la seconda volta di diventare signore assoluto della città, ma viene ucciso a colpi di lancia.
G) Arrigo VII in Italia
Nel 1310 Arrigo (Enrico VII) di Lussemburgo, viene invitato dal Papa Clemente V a scendere in Italia, per mettere pace fra le città in lotta. Sceso in Italia, venne incoronato “re dei Romani” a Milano. L’intervento pacificatore di Arrigo VII a lungo caldeggiato anche dallo stesso Dante, che incarnava per lui l’ideale di monarca universale e vedeva l’ultima possibilità di rientrare nella sua Firenze, fu, tuttavia, osteggiato dai comuni guelfi e dal re di Napoli, segretamente istigati da papa Clemente V.
Nel 1311 il comune di Firenze, orfano dei suoi maggiori rappresentanti e timoroso dei disegni dell’imperatore, concede l’amnistia agli esuli.
Nel 1313 Arrigo VII muore, improvvisamente , a Buoncovento presso Siena.
Ultimo aggiornamento Sabato 19 Settembre 2009 19:34



